In questi giorni stiamo assistendo ad un acceso ed intenso dibattito su scuola, università e ricerca. Le mobilitazioni degli studenti (universitari e non) sono un segnale positivo, mostrano come troppo spesso sia superficiale la critica loro rivolta di menefreghismo e di totale assenza di speranze ed aspettative nel proprio futuro.

Detto questo, mi sembra doveroso superare la superficialità e la ferocia con la quale sono state accolte le misure contenute nella finanziaria relative all’università e quelle contenute nel decreto Gelmini sulla scuola primaria, già approvate dal Parlamento nella mattinata di mercoledì.

Occorre innanzitutto un distinguo tra scuola, da una parte, e università e ricerca dall’altra.

Il decreto Gelmini contiene otto articoli, le misure principali sono: reintroduzione del maestro unico, valutazione in voti, voto di condotta anche alle elementari, sensibilizzazione all’educazione civica (che entra nei programmi scolastici nel primo e secondo ciclo dell’istruzione). A queste si aggiunge il vincolo per gli organi scolastici di adottare libri di testo validi per il quinquennio, salvo appendici di aggiornamento necessarie, che però potranno essere acquistate separatamente, ponendo fine per fortuna alle speculazioni attuate sistematicamente a danno delle famiglie. Per quanto attiene al tempo pieno nelle elementari, il decreto esplicita che, a seconda delle richieste e necessità delle famiglie, questo può essere mantenuto a trenta ore, impiegando maestri “liberati” dalla reintroduzione del maestro unico. In questo modo, si prevede che oltre ottantamila alunni in più nei prossimi cinque anni godranno del tempo pieno.

Queste misure, chiaramente, non rappresentano una riforma della scuola, ma costituiscono un punto di partenza propositivo, necessario per combattere delle anomalie presenti nel nostro sistema scolastico.

Secondo le stime dell’Ocse, l’Italia possiede il più alto numero di professori per studente: uno ogni nove studenti (la media europea è di uno ogni tredici.) La carovana di dipendenti scolastici è di di un milione e trecentocinquantamila persone. Con le misure previste nella finanziaria ci sarà una riduzione di circa ottantasettemila cattedre (non licenziamenti) e di quarantaquattromila posti in meno per il personale Ata nei prossimi tre anni.

La scuola non è un ammortizzatore sociale, un parcheggio, un’industria che dà lavoro a tutti. La scuola ha bisogno di selezione. Affinché il ruolo dell’insegnante nella società sia riconosciuto e sia elevato, bisogna valorizzare l’insegnamento. Chiaramente, una riduzione di cattedre disponibili va accompagnata da concorsi seri, da selezioni qualitativamente valide.

Questo mi dà l’occasione per parlare di università.

Il popolo universitario è insorto contro i tagli previsti dalla legge finanziaria; il paradosso è che a sfilare con loro ci fossero i rettori a caccia di fama e consensi tra gli studenti. Loro stessi, che a parole hanno tanto a cuore il futuro dei giovani, hanno di fatto bloccato l’assunzione di ricercatori per i prossimi dieci anni.

L’unica certezza, infatti, è rappresentata dal fatto che nei prossimi mesi ci saranno concorsi per tremila posti da ricercatore e per quattromila posti di professore ordinario e associato. In tutto settemila posti, oltre il 10% dei docenti oggi di ruolo. I posti di professori saranno semplici promozioni di chi già oggi è dentro l’università – alla faccia dell’avere a cuore le generazioni future -. I “nuovi” ricercatori saranno stabilizzati non per brillanti risultati conseguiti nella loro attività, ma con criteri rimessi al libero arbitrio degli Atenei.

In realtà le anomalie sistemiche della nostra università non si esauriscono qui: produciamo meno laureati del Cile, non abbiamo una solo ateneo tra le prime 150 università del mondo, ci sono casi eclatanti di università che ospitano generazioni baronali al posto di docenti, abbiamo 37 corsi di laurea con un solo studente, 327 facoltà che non superano i 15 scritti, importanti università con pazzeschi buchi di bilancio.

Silenzio assoluto di fronte ad una situazione di questo tipo, ed esasperato clamore per i tagli che un editorialista illustre, qual è Giavazzi, definisce modesti e non drammatici, di circa il 3% annuo in media nell’arco del prossimo quinquennio (La fabbrica dei docenti, pubblicato martedì 28 ottobre dal Corriere Della Sera).

Bene, dunque, creare un dibattito, bene che i diretti interessati facciano sentire la loro voce, ma attenzione a difendere lo status quo; attenzione a credere che proteggere tale sistema sia un atto eroico. I tagli previsti  per gli atenei dalla finanziaria sono relativi al Ffo (fondo di finanziamento ordinario) e prevedono in sostanza un turn-over al 20%, ossia ogni cinque pensionamenti una nuova assunzione. Stesso discorso fatto in precedenza per la scuola; bene dunque ridurre la spesa della nostra istruzione.

La ricerca in Italia è improduttiva, eppure molti ricercatori italiani emigrano all’estero e conseguono grandi risultati; dunque non siamo poi così “ciucci”, ma per rendere appetibile il nostro sistema di ricerca e renderlo tale da attirare capitali privati italiani ed esteri, non possiamo continuare a ignorare la cattiva reputazione di cui esso gode da noi e all’esterno.

Dunque, in concreto: complessivamente si prevedono tra scuola ed università, a seguito della razionalizzazione contenuta nella manovra economica 2009-2011, risparmi per oltre otto miliardi di euro. È fondamentale che in buona parte vengano reinvestiti in modo efficiente. Alcune proposte: valorizzazione e rafforzamento del Civr (comitato italiano per la valutazione della ricerca) al fine di premiare gli atenei che conseguono risultati importanti in validi progetti di ricerca, legare gli stipendi dei ricercatori alla produttività ed ai risultati, investire nell’ammodernamento delle strutture e dei mezzi della ricerca, investire nell’adeguamento di strutture e mezzi anche per le scuole che ne hanno bisogno, ed ovviamente fare forte leva sulla validità delle selezioni concorsuali.

Il tutto con attento monitoraggio della effettiva destinazione della spesa – non bisogna tralasciare che anche nel privato ricerca e sviluppo latitano.

Questo è dunque il momento di agire, detassando gli investimenti delle imprese in tal campo ed incentivandole a valorizzare il capitale umano.

Gli stessi atenei dovrebbero prendere in considerazione l’ipotesi di criteri discriminanti nel pagamento delle tasse: tasse più alte per gli studenti provenienti da famiglie ricche, in modo da reperire fondi per alleggerire le famiglie con maggiori difficoltà economiche ed esentare gli studenti più meritevoli.

Non sarebbe osceno, uno dei principali obiettivi di una vera riforma deve essere quello di limare le differenze preesistenti. John Rawls in una delle sue opere più affascinanti (Una teoria della giustizia) sostiene proprio questo: le istituzioni devono agire in modo da assicurare a tutti un’eguale situazione di partenza. Tutti devono poter correre. Poi, a seconda delle diverse attitudini e diverse capacità, la griglia finale sarà diversa da quella iniziale.

Su queste basi deve fondarsi il dibattito parlamentare sulla riforma del nostro sistema scolastico-universitario, che avvenga non attraverso la strada dei decreti, ma in modo aperto accogliendo da più parti contributi propositivi e costruttivi, in tempi sì adeguati ma non eterni e frutto di mostruose concessioni a tutti come avvenuto nel recente passato e con altre maggioranze.

Tutte le parti in causa devono alimentare la piattaforma della discussione, consapevoli, però, che solo con un’innovazione selettiva ed una rivoluzione meritocratica possiamo perseguire degli obiettivi ambiziosi che ridiano fiducia e speranza in un futuro di maggiori opportunità.