europaCome funziona l’Europa? Questa è una domanda che mi attanaglia da tempo. L’Europa, le dodici stelle a sfondo blu, ormai fa parte del nostro quotidiano. E si sa, il dodici è un numero vincente, non solo al Totocalcio (tredici erano invece gli stati all’introduzione della moneta unica, e il tredici è numero ancor più fortunato). Non c’è occasione in cui non ci venga ricordato che noi facciamo parte di una grande realtà, che bisogna ormai ragionare in ottica comunitaria, che ci sono delle normative da rispettare, che i prezzi devono essere omologati agli standard europei, che la sicurezza sul lavoro deve essere regolata su standard europei, che le università devono avere programmi e strutture tali da inserire i giovani nel mercato del lavoro europeo. E via discorrendo.
Abbiamo (abbiamo? Hanno?) firmato il Trattato di Lisbona, e la macchina va avanti inesorabilmente verso un’unificazione politico-amministrativa ancor più netta di quella già presente oggi. Organismi sovranazionali, politichese austroungarico, solco tracciato senza indicare l’orizzonte.

Club esclusivo per molti, ma non per tutti: leggasi Turchia – e dico io meno male. Un lento e silenzioso processo volto ad annacquare le sovranità nazionali, a far sì che progressivamente i poteri legislativi di ciascun paese abbiano sempre meno libertà di azione in mezzo a percorsi da gimkana che si snodano tra direttive europee di ogni tipo. Ormai – ti vien da pensare – siamo stati inglobati nella grande famiglia e non dobbiamo più aver paura di niente e di nessuno.
Già, sembra. Perché poi, nei fatti, la situazione è molto meno a tinte pastello. Perché questo grande organismo, questo ippopotamo blu (buono come icona per qualche spot sui pannolini) si scioglie come neve al sole ogni qualvolta si presenti una “crisi” (chiamiamola così, e mai guerra, altrimenti il pubblico s’inquieta) come può essere ad esempio quella libica.

Improvvisamente, in questi casi il concetto di Europa si sgretola. Si dissolve davanti ad interessi, ad altri interessi. E allora accade che Nicolas Sarkozy decida di prendere il comando delle operazioni e di affiancare i due cavalieri (GB e Stati Uniti) nella crociata “versione 2.0” al suono della marsigliese, per riprendersi un quarantennio di smacchi e di briciole da uno degli hub energetici più influenti (proprio come la Turchia) del Mediterraneo. Accade che la Germania si chiami fuori dalla zuffa da bar, accade che l’Italia si ritrovi spiazzata, costretta a dare un colpo al cerchio e uno alla botte (possibilmente piena, come è sempre stata abituata dall’amichetto scomodo Gheddafi).
Dunque nessuno vede l’Europa. Né nella risoluzione 1973 (anno del famoso bombardamento al palazzo presidenziale a Santiago, anno dell’austerità e della crisi petrolifera), né in appelli ufficiali, né in prese di posizione omogenee.

Ma come? Le direttive? L’unione? La fratellanza? Accade dunque che quattro volpi (“del deserto” per l’occasione) si spartiscano una grossa fetta di approvvigionamento energetico scalzando la diplomatica Italia – che faticosamente era riuscita a costruirsi una rete protettiva e un’alternativa energetica – con le buone e con le cattive. Una politica iniziata dai tempi di Mattei (precipitato in volo in circostanze non chiare, sempre in nome dell’alleanza e dell’unione democratica) e proseguita lungo i decenni.
Decenni in cui l’Italia si è sempre mostrata tollerante nei confronti dell’esuberanza del raìs. A partire dal 1956, ancor prima del Colonnello, anno del trattato stipulato con l’allora monarca del Regno unito di Libia, i rapporti con l’ex dominatore italiano cominciarono a farsi sempre più intensi. Poi arrivò Re Idris (alleato inglese), che nel 1969 ci cacciò dal paese. Motivo – questo – che indusse l’Italia a sostenere il colpo di stato di Gheddafi (una sorta di Security national State alla maccheronica maniera), e ad accettare ogni sua bizza e ogni suo rigurgito anti-Bel Paese. Troppo importante mantenere quell’amante scomoda. Anche a costo di insabbiare le 81 morti del DC-9, anche a costo di ostacolare l’esuberanza reganiana in seguito all’attentato della discoteca La Belle di Berlino (aprile 1986: tre soldati americani uccisi da libici con tanto di successiva esultanza di Gheddafi, cosa che scatenò le bombe di Reagan su Tripoli).

Tanto masochismo da rimanere impassibili di fronte all’attacco del 15 aprile successivo, quando due missili scud libici furono puntati e lanciati contro Lampedusa. Silenzio e tolleranza. Perché? Perché l’Eni, alla salita di Gheddafi, aveva circa un quarto dei giacimenti libici e perché a differenza delle compagnie americane costrette ad abbandonare il paese, l’Eni riuscì ad intavolare (con la regia di Giulio Andreotti, con la presenza del colonnello Roberto Jucci dei servizi segreti e con quella di Mario Barone, uno dei tre amministratori delegati del Banco di Roma) trattative cordiali con il colonnello capo della rivoluzione (quando anche Gheddafi era un ribelle) e con il suo braccio destro Abdel Salam Ahmed Jalloud.

Insomma, i capi dei ribelli son sempre dei grandi chiacchieroni e, soprattutto, vogliosi d’affari. In sostanza, la diplomazia ha permesso all’Italia del dopoguerra di costruirsi una credibilità nel bacino del Mediterraneo a suono fragoroso di energia e quattrini, come in occasione del prestito di 250 milioni di dollari concesso dalla Lybian Arab Foreign Bank proprio all’Eni, alla vigilia dello scandalo Petromin (1978). Come lo sfruttamento da parte della compagnia italiana dei giacimenti di gas di Bouri, scoperti nel 1976 ma utilizzati solo 4 anni dopo, per evitare problemi con l’altra parte del mondo, quella che dovrebbe essere la grande famiglia e che aveva ormai registrato Gheddafi sul libro nero. Libro nero mai dimenticato.

Poi arriva il 2011, il tempo in cui bisogna tracciare una linea su quel nome, o su quei nomi. E così arrivano gli epiloghi di Berlusconi e Gheddafi (uno bombardato a suon di scandali, l’altro a suon di uranio impoverito) che vanno nella stessa direzione. In tutto questo, l’Europa? L’Europa non c’è. Non esiste. Si nasconde in cantina. Eppure in questa crisi l’immigrazione dovrebbe essere un problema comunitario. Nella realtà è una difficoltà soltanto italiana, e sembra molto curioso che nessuno (e dico nessuno) abbia pensato al fatto che sia necessaria una task-force di accoglienza e smistamento organizzata e co-gestita dalle risorse (e con l’interesse) di ciascuno stato membro. Perché l’Italia è soltanto l’anticamera di un appartamento lussuoso destinato a diventare casa di molti, fino alle sponde del Mar del Nord.

Ma l’Europa va ad intermittenza, serve per dare direttive, non per risolvere problemi. Casomai, per crearne di nuovi. Ma come funziona, questo è molto difficile da comprendere. Almeno per noi comuni mortali.