Tutti commentano, e allora anch'io. Nella civiltà dell'opiniono ergo sum, qualunque bipede provvisto di bocca è autorizzato a dire la propria su qualsiasi argomento, dai cappelletti in brodo alla pace nel mondo, dal disboscamento in Amazzonia al perizoma di Belén. E allora anch'io. Anche io voglio fare l'opinionista, la dispensatrice di commenti non richiesti: vacui, inutili e per questo ben accetti.

Se Signorini si gingilla con fiori finti mentre infila con sussiego una perla di stoltezza dietro l'altra, se Tonon urla ampollose banalità con la forza di un gladiatore che vende pentole a pressione ("sono Massimo Decimo Meridio, e questa padella antiaderente ci libererà tutti!"), se Sgarbi (per par condicio scandagliamo l'universo non solo etero, ma addirittura pansessuale) può insultare gratuitamente chiunque dall'alto della sua poltroncina di arbitro da tennis... allora, decisamente, anch'io.

Così ho pensato di creare un ufficio di collocommento, perché dei commenti – come del maiale - non si butta via nulla: basta non lasciarli allo sbaraglio e saperli incanalare, mescolarli sapientemente tutti insieme in un'unica brodaglia, magari grossolana, forse un po' rustica, ma comunque saporita. E allora ecco uno spazio nonsense dedicato alle masturbazioni mentali di ogni genere, dal mistico allo scurrile, dal blasfemo all'offensivo, dal gossipparo al chiacchiericcio infondato (mai trascurare le voci di corridoio) ed al politically uncorrect.

 

Per inaugurare questa osteria giornalistica, apriamo con un ruttino d'ingresso, un'intuizione che da mesi mi attanaglia lo stomaco senza possibilità di espulsione, uno sfogo intestinale di cui proprio, scusate, non potevo fare a meno.

Ed è qui che giungiamo al fattore L del titolo. Se la tv solitamente utilizza un numero limitato di lettere dell'alfabeto (T come tette, S come stronzate, K come Kitsch), mai come negli ultimi mesi è percorsa dall'inconsueto filo rosso della L – che, beninteso, nulla ha a che vedere con altezza, lunghezza e membri maschili. Per occuparsi di questo c'è sempre tempo.

L, quindi, come loser, perdente, lo sfigato dall'alito maleolente e gli occhiali a fondo di bottiglia, quello con un carro armato sovietico impiantato nei denti e la balbuzie persistente, quello accanto al quale mai e poi mai avreste osato sedervi a scuola o in ufficio, e forse nemmeno in sala d'attesa al pronto soccorso.

 

In principio fu Ugly Betty. Pioniera del genere, nascosta dietro la frangia tagliata col machete e le gonne in formato tendone da circo che alternavano coraggiosamente il verde lime al viola Tavernello, si è fatta strada a colpi di sorrisi metallizzati e dolcetti messicani nel tenero cuore dei telespettatori, insegnando loro che brutto è bello, divertente e pieno di fidanzati.

Dopo Betty tutto è stato possibile: il grasso è diventato bello, con un John Travolta inguainato in un tailleur fucsia ed i capelli cosparsi di lacca che stavano più in piedi loro della torre di Pisa. Lo zoppo è diventato sexy con il giusto tocco di dipendenza da droghe e battute al vetriolo del Dottor House. Fino ad arrivare a GLee, ultimo, colorato gioiello approdato sulle procellose rive della nostra disastrata tv: dalla bandierina colonizzatrice di Betty all'invasione barbarica il passo è breve. Una volta sdoganati come televisivamente accettabili, i losers si mettono a cantare, lasciando un pallido, vago ricordo delle sgallettate Olivie Newton-John e delle Lole Fernandez con scarponi rosa da Bratz. Gli sfigati son più bravi, son simpatici e non sviluppano sentimenti d'invidia. Solo solidarietà e risate, senza controindicazioni.

Gli sfigati sono adorabili, ed il pubblico italiano se ne innamora al punto di far di tutta l'erba un fascio, premiandoli senza motivo in misura direttamente proporzionale all'aumentare del fattore L. Dal trash all'inutilità, la nostra dieta televisiva è stata improvvisamente farcita di noia, Grande fratello docet.

 

In quest'ultima edizione del reality, infatti, il trionfo del loser è stato fin troppo evidente: se si esclude il vincitore annunciato (alla faccia della pubblicità del gratta e vinci, questo sì che è vincere facile) la finale ha visto come protagonisti tre sfigati della peggior razza, quelli con lo sguardo da bove lesso e la personalità di una sogliola, che non t'ispirano un briciolo di curiosità neanche se ti si parano davanti spogliandosi gradualmente mentre ballano il sirtaki e che, se un giorno li travolgesse un tornado o li arrostisse una saetta, non ci farebbe caso nessuno. Una roba che li guardi e pensi "chi c'avrà la L più grande? Il farfugliante maniaco dell'economia domestica? O forse lo scoreggione della porta accanto dal sorriso stucchevole e la lacrima facile?". Quando arriva la maestrina mangiona e piagnucolosa il gioco si fa seriamente duro, la pazienza vacilla, le imprecazioni fioccano ed il ditino si scortica nello zapping compulsivo da teledipendente deluso che continua a cercare l'anello mancante, lo stramaledetto momento in cui lo sfigato ha indossato per la prima volta la coroncina da reginetta del ballo ed è inspiegabilmente diventato popolare.

 

Ed è propri ai teledipendenti delusi, a questi onnivori indefessi che non conoscono rassegnazione, con l'occhio in allerta che manco il tizio di Arancia meccanica - non sia mai che qualche scena succulenta vada irrimediabilmente perduta senza possibilità di commento (appunto) -, lancio un messaggio di solidarietà e rassicurazione, all'insegna del grido "aridatece la K". Perché adesso, finalmente, lo sapete: è tutta colpa di Ugly Betty.


blog comments powered by Disqus