Intervista a Alessandro Natale
Scritto da Sebastiano Putoto Giovedì 29 Ottobre 2009 23:46
Alessandro Natale è uno dei fondatori di Die Brücke e ha svolto negli scorsi mesi il ruolo di caporedattore. Sebastiano Putoto lo ha intervistato per il primo compleanno del progetto.
Cominciamo con una domanda facile facile, per me: perché scrivi?
"In qualche articolo scritto durante quest'anno di Die Brücke, ho già spiegato il mio particolare rapporto con la scrittura. A differenza di Mirko Pagliai, non mi è mai piaciuto scrivere, ho scelto un percorso di studio che non ha nulla a che vedere con l'ambiente letterario (frequento Ingegneria della produzione industriale); chi scrive perché deve mi sta anche antipatico. Riassumendo, ho scritto (veramente) per la prima volta nell'ottobre 2008, quando nasceva Die Brücke.
Molti risponderebbero a questa domanda dicendo che la scrittura è un momento d'incontro con il lettore. Per me la scrittura è innanzitutto un momento di formazione. Scrivere per me significa ricercare e informarsi quotidianamente; farsi un'idea e cercare di trasformare le critiche in proposte. Inoltre - al di là degli articoli - scrivere è un modo per dire alle persone cose che non si riuscirebbero a dire a voce, o semplicemente ci renderebbero impacciati.
In ultima analisi, scrivere è un'incredibile esperienza di vita, che - come dicevo qualche mese fa - consiglio a tutti i miei coetanei".
Tu e Mirko siete i fondatori di Die Brücke. Come nasce quest'idea e a che platea pensavate di rivolgervi (se lo avevate in mente), sia di redattori che di lettori?
"Se io e Mirko siamo i fondatori, l'idea è stata sicuramente sua. Io l'ho accolta e abbiamo cercato insieme di renderla fattibile e di coinvolgere persone nel progetto che avevamo intrapreso.
Giugno 2008: Mirko mi contatta e mi chiede se ero interessato ad un progetto di questo tipo. Tendenzialmente ero abbastanza entusiasta, ma non ero ancora sicuro di poter dare un contributo reale alla stesura degli articoli; mi immaginavo più come un divulgatore di informazioni che come un redattore. Poi mi son convinto.
Ricordo che all'inizio tutto il dibattito era sul nome: abbiamo passato mesi discutendo del nome che volevamo dare al progetto. Svelo anche una curiosità: il nome che avevamo scelto all'inizio era Il punto di vista (su internet dovevamo fare i salti mortali per cercare un dominio libero) e il logo - che rappresentava l'Italia all'interno di un rettangolo - non era all'altezza.
Curiosità a parte, il nome Die Brücke rappresenta effettivamente ciò che voleva essere il giornale: un ponte tra lettori e redattori. L'idea innovativa di questo progetto era uscire da un tipo di rapporto lettore-redattore, nel quale il lettore legge ciò che il redattore dice e al massimo commenta; volevamo dare la possibilità al lettore di divenire immediatamente redattore, di modo che si creasse una comunità di lettori-redattori che discute e parla di qualunque cosa possa interessare.
A distanza di un anno, posso dire che Die Brücke è tutto questo".
Questo nuovo rapporto tra lettore e redattore che tu individui come base fondante del progetto Die Brücke, è anche l'idea che sta alla base del web 2.0: credi che un'informazione di questo tipo (al liceo avremmo detto "autogestita"), con un continuo scambio di ruolo tra lettore e redattore, sia il futuro del giornalismo? Posto che oltre alla notizia il giornalista può e deve fornire una chiave di lettura e un approfondimento rispetto ad una mera cronaca dei fatti, non credi che si rischi di perdere molto a livello di qualità dell'informazione?
"Credo che questo sia il rischio più grande. La democratizzazione della vita quotidiana ha portato ad un appiattimento delle conoscenze che non era prevedibile fino a cinque, sei anni fa. Oggi viviamo nel tempo di Wikipedia, nel quale un professore di Harvard e un contadino della pianura Padana sono messi allo stesso livello. Fare un giornale così, in circostanze di questo tipo, rischia di diventare un urlatoio per gente che vuole dire quello che pensa.
Per me il giornale - invece - deve portare un valore aggiunto al lettore ed allo stesso redattore. Le parole chiave per fare un giornale così oggi sono ricerca e conoscenza".
Puoi spiegare meglio quest'idea di valore aggiunto di un articolo?
"Certamente. La chiave del nostro giornale è trasformare un lettore in redattore. Nell'articolo di qualche giorno fa, Davide D'Urso diceva che aveva iniziato a scrivere dopo aver letto un mio articolo interessante. Il punto è che se Davide avesse letto il solito articolo di polemica contro tutto e tutti o la solita cantilena antiberlusconiana, non avrebbe avuto nessun interesse ad iniziare a scrivere per Die Brücke. Questo è quello che intendo per valore aggiunto.
Un articolo (ed un discorso in generale) può parlare al cuore, alla mente o alla pancia delle persone. Io credo che Die Brücke debba parlare alle menti, senza scendere in vecchie nostalgie (cuore) e in facile populismo e polemica sterile".
In un tuo articolo di un anno fa, Il Socialismo della destra italiana, dicevi della destra italiana: "il Pdl è Berlusconi e Berlusconi è il PdL" e ti interrogavi sia sulla mancanza di una cultura di destra (come possiamo trovarla in Francia o Spagna), che sul gran numero di ex-socialisti (ed ex-comunisti, ma in misura minore) della prima Repubblica presenti nelle fila del partito di governo. La mia domanda è: credi che così tanti socialisti della prima Repubblica militino tra le fila del PdL per una particolare 'struttura culturale' del socialismo italiano, o per mero interesse personale?
"La frase «il Pdl è Berlusconi e Berlusconi è il Pdl» è sempre meno vera, perché ci troviamo alla fine dell'era berlusconiana, ma rimane il fatto che Silvio Berlusconi ha imposto un nuovo modello culturale a tutto il paese. Io sono arrivato alla conclusione che siamo tutti un po' Berlusconi, che lui è nella nostra pancia (nessuno escluso).
Sui socialisti, penso che le esternazioni di Giulio Tremonti sul posto fisso siano segno che una cultura socialista o vetero-socialista sia presente nel Pdl. Penso d'altra parte che proprio Tremonti stia cercando di dare una cultura alla destra italiana: una cultura no-global, tradizionalista ed identitaria che di riflesso (almeno per come la vedo io) costringerà i riformisti a riaffermare una cultura liberale e internazionalista in questo paese.
Credo che i socialisti siano nel Pdl perché la sinistra in Italia non è mai stata socialista. Questo ha sicuramente portato un ovvio spostamento degli ex socialisti verso il berlusconismo (secondo qualcuno, figlio del craxismo)".
Credi che avere in Italia solo una destra aziendale o neo-fascista (penso a Forza Nuova e simili) sia un limite della nostra classe politica? E come giudichi l'entrata di An - che una cultura sembrava averla - nel PdL, ora che si può forse fare un'analisi più a freddo?
"Non credo che in Italia ci sia solo una destra aziendale o neo-fascista. Berlusconi ha cambiato molto, ma diverse personalità interessanti sono presenti nel centrodestra italiano.
Penso a tre esempi che secondo me hanno caratterizzato gli anni dal 2001 ad oggi e hanno tentato di dare un'identità al berlusconismo: innanzitutto il già citato Tremonti, che con La speranza e la paura ha tracciato le basi per questo identitarismo conservatore che si sta vedendo a tratti in questa legislatura. In secondo luogo Marcello Pera che ha sviluppato un clericalismo dogmatico negli anni dello scorso governo. Infine Giuliano Ferrara che ha brillantemente ideato la figura dell'ateo devoto.
Riguardo l'entrata di Alleanza Nazionale, credo che i problemi fossero già evidenti prima della fusione. Alemanno e Fini sono gli unici che danno una strada diversa al berlusconismo-tremontismo, ma sembrano soli (e comunque sono divisi)".
Quella che sicuramente in Italia manca è una destra liberale e moderna, come si usa dire, e che probabilmente corrisponde all'idea di Fini, a giudicare dalle opinioni che ha espresso in questi ultimi mesi. La destra italiana si caratterizza certamente per uno spiccato autoritarismo, sia attraverso il culto della personalità di Berlusconi, che attraverso quello che tu hai definito "identitarismo conservatore" di Tremonti e il fenomeno degli atei devoti alla Ferrara e Pera. Ed indubbiamente questo sembra esercitare un forte fascino sugli italiani. Secondo te come mai?
"Gli italiani sono un popolo tendenzialmente conservatore, amano la sicurezza e sono sempre stati avvezzi all'amore per l'autorità. Il Pci ha cercato di negare questo fatto, ma Mussolini (come fa notare Veltroni nel suo ultimo libro) ebbe un grande consenso fino alle prime sconfitte in guerra. Non dimentichiamoci mai questo. Comunque la mia opinione è che il 25 luglio (il giorno della sfiducia a Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo, ndr) stia arrivando anche per Silvio Berlusconi".
Dall’altro lato della barricata, il Partito Democratico, sotto la segreteria di Veltroni, ha cercato di creare un partito liquido, quasi a copiare il miglior Berlusconi identificando il partito con il leader. Cosa ne pensi?
"Non è questione di partito liquido o partito solido. La questione è se fare un partito che abbia un senso o meno nel 2009 o fare un partito per i nostalgici. Walter Veltroni ha tentato di costruire un partito per l'Italia del 2009 e per l'Italia del 2030: forse lo strappo è stato eccessivo, soprattutto per una base che è ancora affezionata ai simboli e ai ricordi del passato.
La conquista principale della segreteria Veltroni è stata però un'altra - che spero non venga meno con Pierluigi Bersani: la vocazione maggioritaria. Quest'espressione è stata fraintesa da molti, ma credo che nessuno può essere contrario. L'idea di tornare ad un'accozzaglia di partiti che vanno da Mastella a Turigliatto mi mette i brividi. Il Pd deve avere un suo programma ben definito. Se qualcuno accetta questo programma, o comunque ne condivide i pilastri, sarà ben accetto per un'alleanza".
Come vedi l'elezione di Bersani?
"Personalmente appoggiavo Franceschini e ho lavorato per Franceschini, ma devo ammettere che le primarie sono state un grande momento di democrazia e credo venga meno il leader preferito.
Bersani è una figura interessante che saprà dare lustro al Partito Democratico italiano, ma dovrà stare attento a non cadere nell'errore di voler fare un partito socialista in un momento come questo. Ora non abbiamo bisogno di un partito socialdemocratico, abbiamo bisogno del Pd, quello vero. Tutti gli elettori del centrosinistra sanno che se una piccola speranza di cambiare questo paese è ancora in vita è grazie alla presenza del Pd. Nonostante le critiche da tutti i fronti, non credo che qualcuno pensi che l'IdV o SeL siano partiti in grado di governare il paese".
Hai scritto buon numero di articoli sulla crisi economica, insieme a Giuseppe del Matto. Non sei un economista, nemmeno in erba, ma la tua preparazione è comunque notevole. A mio parere, però, restate con Giuseppe sempre molto vicini all'interpretazione standard delle cause della crisi: problemi di regolazione delle banche e dei mercati finanziari, che a un certo punto hanno collassato. La crisi inizia nel 2006-2007 con i subprime che cominciano a saltare, fino ad arrivare a svelare l'inadeguatezza della capitalizzazione delle grandi banche occidentali e far fallire Lehman Brothers nel 2008. Questa è sicuramente la causa tecnica. Prima di questo, però, si sono posti i problemi della crisi ambientale e della crisi alimentare (ricordo i disordini in Thailandia per il prezzo del riso che salì alle stelle nel 2006) coi prezzi delle derrate alimentari e del greggio a livelli storici. Non credi che ci sia stata una svolta nella storia del capitalismo, che ci ha mostrato come la crescita continua del sistema economico non sia sostenibile nel lungo termine?
"Guarda, non credo al catastrofismo di alcuni economisti. Non credo che la strategia della catastrofe sia attuabile con l'opulenza di questo mondo. Penso d'altra parte che, sì, il capitalismo, questo capitalismo ha ricevuto un duro colpo, ma non credo che sia il colpo di grazia. Diciamo che è una piccola frattura in un sistema che non può funzionare così.
In questo discorso vedo indovinata la premiazione di Obama. Oggi il mondo deve discutere del suo futuro e l'autorevolezza del presidente Usa potrà essere un collante tra le varie culture e i vari modelli di sviluppo. Obama è la speranza di questo decennio, se fallirà la presidenza Obama, la terra fra qualche anno rischia di collassare".
Spiegati meglio: sinteticamente (per quanto possibile) cosa non va nel sistema economico attuale e come pensi che Obama possa essere la svolta dei prossimi anni?
"Lunedì 26 ottobre sono stato ad un incontro sul Pil, organizzato dal Circolo dei lettori di Torino, in collaborazione con la facoltà di economia. C'erano Luigino Bruni, professore di Milano Bicocca e Luca De Biase, direttore di Nova24.
Credo che l'esempio del Pil sia emblematico circa il malfunzionamento del nostro sistema economico e sociale. La celeberrima battuta di alcuni vecchi e maschilisti economisti inglesi era: «non sposare la tua colf per non abbassare il Pil della nazione». Credo che in questa affermazione ci sia un bel pezzo del nostro sistema politico che mette al centro la crescita del Pil.
Tutta una serie di teorie ultraliberiste hanno confuso crescita del Pil con aumento della felicità di una nazione. Oramai è dimostrato che questo fatto è falso dopo aver superato un certo punto critico - non dimentichiamo che l'economia è la «scienza dei punti critici», secondo Luigi Einaudi. Mi spiego meglio: per un paese in via di sviluppo - immaginiamo l'Italia negli anni '50 o il Brasile oggi - la crescita economica aiuta un miglioramento reale delle condizioni di vita. Più ricchezza significa più scuole, ospedali, teatri, cinema, stadi, minor analfabetismo e aumento della speranza di vita. Superato un certo punto critico, nel quale tutti i bisogni primari vengono soddisfatti, crescere economicamente non rende più contente le persone.
Questo è un limite evidente delle nostre economie. Il Pil va necessariamente integrato ad altri indicatori (ce ne sono già, ma non hanno molto successo) esistenti o ancora da sviluppare.
Obama proprio in questo può aiutare questo mondo. La sua autorevolezza può avvicinare i popoli e rendere più celeri i dibattiti su temi che interessano il mondo intero".
Infine, vorrei chiudere quest'intervista con una speranza per il futuro di Die Brücke.
"Molti obiettivi che mi ero posto all'inizio si sono già avverati, la speranza è che si continui su questo taglio con un maggior interesse verso le competenze di ognuno dei redattori, al fine di portare al giornale quel valore aggiunto di cui parlavamo in precedenza".


