Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte VI.

Ovvero: sciopero virtuale, fax senza fax, centrali nucleari, ronde e armi.

 

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L'ultimo delirio del governo vorrebbe mettere in discussione più di due millenni della storia della filosofia. Il principio di non contraddizione aristotelico precisa che "è impossibile che la stessa cosa insieme inerisca e non inerisca alla medesima cosa e secondo il medesimo rispetto". Ovvero che un qualcosa non può essere e contemporaneamente non essere per le stesse condizioni.
Con l'ideata dello sciopero virtuale, questo principio viene finalmente smentito. Due volte: primo perché sei a lavoro anche se stai scioperando, secondo perché non sei retribuito anche se stai svolgendo un lavoro retribuito.
Sublime, un virtuosismo, al punto che bisognerà ristabilire con chiarezza quali sono i canoni del genere fantascientifico, ormai troppi vicini a quella della realtà, onde evitare confusione nel cittadino.

Qui si va a disconoscere proprio l'idea che sta alla base dello sciopero, ormai concepito dalla politica esclusivamente come una rivendicazione in sé e per sé, piuttosto che come un'azione mirata a salvaguardare un rapporto di equa importanza tra il datore di lavoro e il suo dipendente. Nel senso: scioperando crei un disagio, creando un disagio ribadisci la tua importanza nell'ambito sociale. Se il governo ignora una categoria, quella categoria crea la paralisi del proprio settore, se la paralisi blocca l'intero sistema tramite un meccanismo a catena, allora è chiaro che quella categoria è fondamentale per la società e che non può essere ignorata.
Uno sciopero ordinato - diciamocelo francamente - non ha motivo di esistere, che si abolisca il diritto alla radice se queste sono le premesse.

Poi, per carità, è assolutamente vero che, spesso e volentieri, il sindacalismo all'italiana tira troppo la corda dalla sua parte, anche esageratamente e senza il rischio di poterla spezzare. Così come è vero che in Italia si susseguono troppi scioperi, a distanze troppo brevi e troppo frammentati, e che bisognerebbe porre un limite sensato al fenomeno. Ma, da qui a svuotarlo totalmente del suo senso, ce ne passa.

D'altro canto, quando si fanno scontati paragoni con l'estero, spesso basati soltanto sui numeri (dichiarazioni del tipo "in Italia si sciopera tre volte di più che in Germania" o robe dello stesso ordine), bisognerebbe preoccuparsi anche di capire se all'estero c'è la stessa attenzione alle rivendicazioni dei sindacati. Altrimenti andiamo a relazionare fenomeni diversi che nulla hanno in comune.
Se i governi degli altri paesi soddisfano le richieste dei lavoratori, ovviamente il fenomeno dello sciopero perpetuo non ha motivo di sussistere. Al contrario, se in Italia si minimizza sul numero di partecipanti agli scioperi e si disattendono puntualmente le loro richieste, spesso anche con parole di disprezzo ("non ci interessa quello che dicono i sindacati!"), è ovvio se non giusto che il fenomeno continui a ripetersi. Insomma: è un gioco di parti dove ognuno ha le sue responsabilità nel merito, sì diverse ma anche complementari.
Per l'appunto, come si può pretendere di migliorare la situazione in questi termini, considerando che gli scioperanti non verranno retribuiti e che piuttosto continueranno a svolgere il proprio lavoro nonostante lo sciopero? Aziende e datori non avranno nessuna perdita, anzi si feliciteranno di aver fatto delle utili donazioni ai bisognosi, mentre i lavorati non avranno nessun vantaggio - perché, mi domando, che considerazione si può dare a uno sciopero virtuale? Anche a me non fregherebbe nulla - e vedranno dimagrita la busta paga. Insomma, se ne farebbe uno strumento di svantaggio.

Povero Aristotele. Forse questo governo dovrebbe, ogni tanto, spegnere il computer, smetterla di giocare a SimCity e tornare nel mondo reale.

 

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L'altro delirio, sempre sulla stessa onda, arriva da Renato Brunetta - tu guarda, non l'avrei mai detto! -. Il caro ministro ha deciso di rivedere le modalità e le regole sui permessi per motivi di salute. Tutte le singole parti dell'insieme dell'idea sono deliranti, si immagini cosa può essere l'idea nel suo complesso.

Innanzitutto non si verrà retribuiti durante la malattia. Il perché è ovvio: voi sinistroidi volete l'eutanasia di Stato? Benissimo. Allora se vi ammalate vi togliamo i soldi per il cibo, così potrete porre fine alle vostre sofferenze.

Si passa poi al dover essere disponibili per l'intera giornata a un'eventuale visita medica, con una sola d'aria nel mezzo. Peggio dei veri criminali. Non importa se normalmente lavorate solo poche ore al giorno e nel tempo restante coltivate i vostri interessi, e se contemporaneamente avete avuto un infortunio che vi impedisce solo di svolgere il vostro lavoro (non so, faccio il sarto e mi piace fare passeggiate. Se mi rompo il braccio destro, perché dovrei smettere di fare la seconda cosa?), non verrete pagati ma dovrete lavorare più di quanto lavorereste normalmente.

La sola ora d'aria al giorno, inoltre, favorirà l'attività sportiva: vedremo dei poveri impiegati correre affannosamente con il gesso alla gamba, per riuscire a fare la spesa in una scarsa oretta di tempo, e dietro il buon Brunetta con il cronometro alla mano pronto a sanzionargli il ritardo.

Anche in questo, infine, si presenta un virtuosismo: non ci si può allontanare senza dare preavviso, esclusivamente tramite fax. Considerando che probabilmente la maggioranza degli italiani non lo possiede, non appena entrerete in malattia dovrete preoccuparvi di acquistarlo. Ma attenzione! Nell'uscire di casa per andare a comperare il fax, dovrete assicurarvi di aver prima avvisato tramite fax.

 

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E l'Italia decolla per il nucleare. Ma era proprio necessario? Lasciamo perdere un giudizio oggettivo sulla qualità di questa fonte d'energia, parliamo d'altro. Prendiamo per vera l'idea per la quale l'energia nucleare è la migliore sotto qualsiasi aspetto, sia in termini di produzione energetica, sia per quanto riguarda l'impatto socioambientale.
Adesso, nonostante questo fosse vero, si ripeterà un copione classico di queste situazioni: si comincia col localizzare il luogo dove ubicare le quattro centrali nucleari, solitamente dei paesini assolutamente sconosciuti se non per chi ci vive; seduta stante, la popolazione del posto e le associazioni ambientaliste si prodigheranno nel dimostrare il proprio totale dissenso per l'operazione; il governo annuncerà che si procederà alla costruzione con o senza il consenso dei precedenti, e probabilmente farà presente che non si è disposti a scendere a nessun compromesso, la centrale si costruisce punto e basta e lo Stato non ascolta ragioni; a questo punto, il dissenso dei contrari non si limiterà più alle semplici parole, ma comincerà a diventare anche materiale, del tipo si ostruirà la strada delle ruspe al loro arrivo in loco, oppure si bloccheranno i binari della vicina stazione (un classico); il governo invierà le forze dell'ordine (o anche l'esercito, nel caso di questo governo specifico che sembra amarlo tanto) per riportare l'ordine.

Fin qui, ne sono abbastanza convinto. Poi, non si può certamente sapere cosa potrebbe accadere. Guerriglia urbana? Manganellate e lacrimogeni? Barricate?
Chi vuole una centrale sotto casa? Chi vuol venire col pericolo della radioattività?

Il governo ha promesso sin da subito che si costruirà solo in accordo con le comunità locali, facendo capire di voler procedere per esclusione. Non hanno ancora fatto nessun nome ufficiale, eppure Puglia, Toscana, Sardegna e Piemonte si sono dette già contrarie, prima ancora che il governo potesse aprire bocca. Insomma, si comincia bene.
Se non troveranno nessuna disponibilità - e penso proprio che sarà così -, come si comporteranno di conseguenza? E visto che le cose non andranno diversamente, all'infuori della qualità o meno di questa energia, non si poteva optare fin da subito per altre fonti?

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Già l'anno scorso, quando le ronde erano ancora allo stato embrionale della loro legittimazione, cominciava a manifestarsi una situazione inquietante: per paura di assalti notturni a colpi di molotov, dei rom di un accampamento regolare avevano organizzato delle ronde rom. Soltanto due giorni fa, invece, a Padova è accaduto quello che era inevitabile: i primi tafferugli, da un parte e dall'altra; una ronda che incrocia il percorso di un gruppo di un centro sociale, e si arriva velocemente alle mani.
Inevitabile non per voler giustificare qualcuno, ma perché non sarebbe potuta andare diversamente, prima o poi sarebbe accaduto. Il paradosso è stato anche sottolineato dal sindaco: le forze dell'ordine sono dovute intervenire per difendere le ronde. Ovvero invece che difendere i cittadini, hanno dovuto difendere i difensori dei cittadini - almeno è quello che pensano di essere.
L'Italia, in questo senso, ha un pessimo vizio: affinché venga sollevato un problema, è necessario che ci scappi il morto. Come già chiesto da molti, anche io mi domando e vi domando: cosa accadrà quando una ronda si metterà sulla strada di rapinatori professionisti in fuga, armati con mitragliette? Anche qui ci sarà dell'inevitabile: già so che qualcuno difenderà la bontà e il senso di sacrificio dei rondaioli, e si procederà con l'armare i volontari. E cosa succederà quando qualche squilibrato prenderà parte a queste passeggiate notturne, assumendo la parte dello sceriffo cittadino legittimato dalla legge?


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