Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte VIII.

Ovvero: le crisi che verranno, fine dell'informazione stampata, low impact man, doppiette per tutti.

 

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L'avevo già detto, e l'avevo già detto anche più di una volta: questa crisi economica non è arrivata così, a caso, tanto per. Questa crisi è un momento inevitabile dello svolgersi del nostro sistema socio-economico. Il sistema, precisamente, vede continui momenti di crisi cui seguono continue ripartenze dalla base del sistema, poi ancora crisi, poi ancora ripartenze. Un ciclo, sì, ma non infinito. Perché esiste la possibilità che ogni nuova crisi sia più distruttiva della precedente, e che si verifichi a un intervallo di tempo minore, quindi nuove crisi con maggiore frequenza.
Un gioco dell'oca un po' troppo difficile: poco prima del traguardo, finisci sulla casella "torna all'inizio". Riparti, ritrovi una casella simile a tre quarti del percorso. Riparti, ne trovi ancora un'altra a metà. E via dicendo. Il problema è che più si gioca, più spuntano di queste caselle.

Magari paghi una penalità ogni volta che accade - non so, ogni volta un'altra palla di ferro al piede.

Detto questo - anzi, ripetuto questo -, sono rimasto profondamente preoccupato dalle parole di Joaquin Almunia. Il commissario degli affari economici e monetari dell'Unione Europea, come riportato da un articolo di oggi della Repubblica, ha voluto rasserenare tutti cittadini d'Europa con queste parole: "sì, possiamo aspettarci altre crisi in Europa, anche nella zona euro, ma siamo attrezzati per contrastarle". Ha anche aggiunto che abbiamo "strumenti tecnici e politici per risolverli" (ndr, i problemi dovuti alle crisi).
Nonostante volesse essere ottimista, per quello che è il mio punto di vista le sue parole anticipano la catastrofe.

Tutti quanti, infatti, auspicavano che questo momento di crisi potesse essere da pretesto per una riflessione collettiva, e che da qui si cominciasse a riflettere sulla fallibilità del nostro sistema.
Invece no, niente da fare. Se il commissario dichiara che siamo pronti a pagare qualsiasi prossima conseguenza del nostro sistema, se ne deduce chiaramente che c'è anche la volontà di perpetuarne le cause - ovvero di continuare ad andare avanti sempre con lo stesso sistema.

Anche se la mia non fosse l'interpretazione corretta, in ogni caso è evidente che il mondo della politica, probabilmente ancora in ritiro sulle cime delle Olimpo, non ha preso consapevolezza della crisi che è stata e che - probabilmente - continuerà ad essere: se per questa crisi non è stato preso ancora nessun provvedimento degno di essere chiamato come tale, come si può sperare che a una futura crisi, di doppia portata - cioè che potrebbe abbattersi con velocità maggiore con violenza maggiore -, verranno presi provvedimenti doppi rispetto a quelli che si sarebbero - "si sarebbero", santa pace! - dovuti prendere per questa?

Amen.

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Beppe Grillo, in un post sul suo blog, ha riportato una notizia ufficiosa secondo la quale le vendite dei giornali sono diminuite tra il 10 e il 20%. Ad aggiungersi a questo, c'è il crollo dei titoli dei gruppi editoriali (alcuni, come il Corriere della Sera e L'Espresso, per più del 40%), che è invece un chiaro dato di fatto.
Nonostante questo, l'imminente fine dell'informazione cartacea era già chiaramente comprensibile: da un lato, schiacciata da anni dai nuovi media (internet in testa), capaci di rendere l'informazione gratis, veloce e facilmente accessibile; dall'altro lato, la recente crisi, che ha portato danni rilevanti a tutti i settori economici, e danni maggiori ai settori dei prodotti non necessari. E i giornali rientrano obiettivamente in questo caso, anche qui per via dell'esistenza di alternative con cui possono essere sostituiti, come detto poco prima.

La notizia è chiaramente buona, nonostante in molti perderanno lavoro (e non solo alcuni giornalisti di dubbio valore. Il pensiero va anche a chi non ha nulla a che vedere con la cattiva informazione, ma che lavora comunque al suo fianco: i fotografi, i bozzisti, i fumettisti, le tipografie e così via).
Una fetta consistente dell'informazione non sarà più meramente autoreferenziale: i giornalisti non saranno più lì per chissà quale gioco del caso, ma in base al giudizio dei lettori. La previsione di Grillo è azzeccata: tutti su internet, ognuno col suo blog, metti la pubblicità, chi è bravo guadagna come prima se non di più, chi non vale nulla come giornalista passi all'ippica.

La tanto sbandierata meritocrazia, cazzo.

Peccato, però, che, quando osannata dal governo, sia solo uno specchietto per le allodole.
Una parte consistente dei nostri parlamentari non conosce il significato della parola "internet", la maggioranza non ha mai avuto un contatto fisico con un computer. Non è una scusante, ovviamente, ma nel nostro paese internet è svalutato al minimo, di molto inferiore rispetto alle medie europee: utilizzo scorretto, scarso utilizzo, l'adsl che ancora non raggiunge molte zone, linee lente, linee spesso non funzionanti, abbonamenti non accessibili - tanto per dirne una: anche in Francia e in altri paesi esiste la mamma Telecom, e le caratteristiche degli abbonamenti sono le stesse. Con lo stesso operatore e con le stesse offerte, provate a vedere che differenza di prezzi c'è... - e tante altre piaghe che soltanto noi abbiamo.

Nonostante tutto questo, si finanziano ancora i giornali - e quelli di partito? Lasciamo perdere -, si corre in loro soccorso in questi momenti - solo per i settori d'interesse per la politica, ci mancherebbe! -, ci si preoccupa di migliorare la televisione, anche se ormai strumento obsoleto.

Alla faccia della meritocrazia, sopratutto quella nell'informazione.

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L'Espresso, in un articolo del 26 febbraio, racconta la storia di Steve Vrommen, definito come un low impact man.
Tanto per fare un appunto, il problema è il seguente: il pianeta terra vanta un insieme di capacità, che potremmo definire "auto-rigeneranti" o "auto-curative", tali da garantirne un'auto-conservazione che possiamo assumere come infinita (non è esattamente così, ovviamente, ma non è rilevante per il discorso). Bene, in questo contesto l'uomo si può considerare come un fattore negativo, come la causa di un danno, in quanto le capacità di cui prima non sono sufficienti per rimediare ai danni dell'uomo (o meglio: queste capacità, chiaramente, non sono state "pensate" dalla natura a questo scopo), annullando quindi gli effetti di quelle stesse capacità.
Dunque, quest'uomo consuma circa 200 chilowatt di energia elettrica all'anno contro i 4500 di un suo connazionale, giusto per valutare in cifre reali uno dei tanti traguardi da lui raggiunti. Ha rinunciato alla televisione, al forno, al ferro da stiro e alla caldaia; ha un aspirapolvere meccanico; ha un lettore mp3 e un computer che si ricaricano, rispettivamente, con una manovella e con una bicicletta; ha isolato il pavimento con uno strato di 10 cm di sughero; ha differenziato l'uso dell'acqua potabile da quella piovana; infine, dieta vegetariana e solo un chilo di immondizia al mese.
Volendo tirare le somme finali: l'impatto sull'ambiente di un italiano medio è di 4,8 ettari. Vrommer è riuscito a ridurlo fino a 1,8. Davvero notevole.

Tutta questa storia, perché?
Quest'uomo è riuscito a conquistarsi, come massimo, un piccolo ritaglio su qualche rivista o giornale con pochi lettori. Già in un mondo perfetto - e comunque mentalmente sano -, gli avrebbero dovuto consegnare una medaglia al valore, intitolargli un paio di strade, metterlo in prima pagina sui quotidiani. Visto che il nostro pianeta non è certamente perfetto - e che la crisi ambientale, nonostante stia passando inosservata, è il maggior pericolo di cui dovremmo preoccuparci -, dovrebbero, come minimo, nominarlo Ministro dell'ambiente.
Ma sappiamo che non solo non viviamo in un mondo perfetto, viviamo persino sul più paradossole tra quelli imperfetti, per cui...

E visto che, nonostante tutto, per i più un'impresa del genere non è nemmeno immaginabile, lo si concepisca allora come una fiaba e, almeno, si cominci a narrare questa buona novella ai propri figli.


Non si sa mai che un giorno le cose dovessero cambiare.

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La legge Orsi è in dirittura d'arrivo, tranquillamente definibile come il parto mentale di uno psicopatico - e spero di poterne approfondire il testo a breve.

Tra le numerose assurdità che verranno introdotte con questa legge - sintetizzabili con la rimozione di qualsiasi limitazione legislativa per la caccia e con la trasformazione della fauna, e più generalmente del patrimonio naturale e della Natura, in un oggetto a libero uso e consumo del cittadino -, giusto una va in perfetta controtendenza rispetto alla promessa di sicurezza del governo - promessa fuori luogo, inopportuna e anche insoddisfabile; ma pur sempre promessa! -: la concessione della licenza di caccia già a partire da sedici anni.

Capisco - anche se non condivido affatto - la necessità del governo, di fronte alla crisi economica, di far cassa in ogni modo possibile. Ma tra l'appioppare oggetti consumistici, che fortunatamente oltre all'inutilità e all'asservismo al sistema non fanno altri danni, e il distribuire doppiette a sedicenni, che oltre a quanto detto prima - spero nessuno ritenga l'andare a caccia come una necessità - creano una nuova forma di pericolo sociale, c'è un bell'abisso.

Di fronte a una generazione destinata al fallimento e alla generazione dei loro genitori che, in questo ruolo, hanno già fallito, l'educazione passa per un fucile tra le mani. E chissà quanto si potrà imparare, in una società che ha così tanto bisogno di essere civilizzata, divertendosi a sparare contro un animale inerme.
Senza voler necessariamente affrontare un discorso a proposito delle urgenze: con tutti i problemi che abbiamo, non ci si potrebbe impegnare su altro?

Si faccia piuttosto affidamento all'esperienza a proposito di quello che accade all'estero: nonostante l'inaffidabilità dell'informazione, nei paesi dove il possesso di armi è concesso senza arbitrio le stragi dettate dalla follia (particolarmente quelle che si consumano in ambito familiare, per le quali, secondo copione, un componente della famiglia uccide tutti i suoi famigliari e poi si toglie la vita) sono all'ordine del giorno.

Insomma, nonostante la maggior parte delle violenze (come documentato dal governo stesso, e non dall'opposizione) si consumino in un contesto tutto italiano e tutto domestico, e nonostante vengano presi provvedimenti esclusivamente contro lo straniero potenzialmente criminale, ad aggravare la situazione paradossale va ad aggiungersi il rischio di essere impallinati dal figlio del vicino.

 

Fate attenzione.


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