Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai
Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, X
Scritto da Mirko Pagliai Domenica 05 Aprile 2009 23:33
Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte X.
Ovvero: la politica delle pacche sulle spalle, la stampa è faziosa, donne che fanno la spesa, legge 40.
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Ha additato Martin Shultz, deputato tedesco che lo aveva attaccato sul conflitto d'interessi e sul funzionamento della giustizia italiana, come un kapò nazista, nonostante la vergogna provata anche dai suoi alleati; ha definito Barack Obama "bello e abbronzato"; ha mimato il gesto della mitraglietta contro una giornalista russa che aveva posto una domanda a Vladimir Putin (a proposito di una sua nuova relazione), facendo scoppiare in lacrime la poveretta. In Russia, proprio in quel periodo, era misteriosamente (?) assassinata l'ennesimo giornalista scomodo; ha dato del "coglione" a chiunque non lo avrebbe votato; ha più volte dimostrato insensibilità verso il sesso femminile. L'ultima durante la campagna elettorale in Sardegna, quando, a proposito del problema sicurezza, dichiarò che "ci vorrebbe un militare per ogni bella ragazza"; delle corna e dei diti medi, non ne parliamo, lo stesso caso si è ripetuto troppe volte; ha giocato a "cucù" con Angela Merkel, nell'incredulità del Cancelliere tedesco; ha consigliato di sposare suo figlio a una giovane precaria che gli chiedeva (seriamente) come poter risolvere i suoi problemi; ha chiesto insistentemente a Bertinotti di presentargli papà Cervi, nonostante il partigiano fosse morto nel lontano 1970, e nonostante Bertinotti continuasse a fargli presente l'impossibilità della cosa.
Le ultime due gaffe negli ultimi due giorni.
Prima si è messo a urlare verso Barack Obama per richiamare la sua attenzione, come se fosse al mercato del pesce, facendosi richiamare niente meno che dalla Regina Elisabetta, nello stesso modo in cui si richiamano i bambini delle elementari.
Poi, evidentemente non pago, ha ignorato bellamente la Merkel che lo stava accogliendo per un incontro tra tutti i leader, nell'ilarità generale dei presenti. Ma figuriamoci se la Merkel può disturbare il nostro Premier, quale maleducazione.
È rimasto a parlare al cellulare, anche durante il minuto di commemorazione dei caduti della Nato, molti dei quali anche italiani.
Questa è la politica del Primo Ministro. La politica delle pacche sulle spalle, delle battutine fuori luogo, dell'insulto libero, della mancanza di rispetto, del sarcasmo inappropriato, del sorriso a 84 denti.
Una politica che ha rotto un po' le palle, non adottabile da un rappresentante del governo - tanto meno dal capo del governo, che ancora di più rappresenta anche tutti gli altri rappresentanti - e che non fa nemmeno ridere, semmai genera uno stomachevole disgusto. Dimostrazione della mancanza totale di conoscenza di qualsiasi forma di galateo istituzionale, anche della più misera, e che torna bene solo per irritare i leader internazionali, tirandoci dietro l'antipatia di mezzo mondo.
Ancora durante il G20, Giulio Tremonti riceve la parola sempre dal Premier, e se ne esce affermando che "di solito, in questi vertici lavorano molto gli sherpa, i nostri assistenti, moltissimo i ministri e quasi nulla i capi di governo. Qui a Londra è stato il contrario, noi ministri non abbiamo fatto nulla e hanno fatto tutto i capi di governo, lavoravano e si applaudivano anche da soli, fra loro". E a questo punto il suo capo risponde a tono: "in compenso voi ministri stavate al cesso".
Davanti ai leader degli stati più potenti della terra.
Il nostro corre verso Obama e urla per potersi fare una foto assieme all'uomo più potente del mondo, così quando tornerà in Italia potrà farsi il bello davanti ai suoi elettori.
Avete presente quelle ragazzine quattordicenni che al concerto di un banalissimo e famoso cantante sgomitano e scalciano pur di avere l'autografo per vantarsi davanti alle amichette del gruppo?
Ecco, uguale.
Noi ci siamo abituati, sì. Ma gli altri? Si vuol pretendere che tutti abbiano il senso dell'umorismo di Berlusconi o che, in alternativa, siano disposti a non prendere col giusto peso ogni sua uscita?
Finisce col fare - lui - la figura del giullare di corte e, riprendendo le parole di un articolo de L'espresso, per fare - noi - la figura della corte del giullare.
Meno male che ci sono ancora molti italiani che di umorismo se ne intendono: lo dimostra un gruppo su Facebook.
(link interessante: la classifica delle dieci peggiori gaffe del Premier secondo il Telegraph)
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"Nessun attacco alla stampa, ha solo detto che è opportuno che vengano riportati i fatti così come realmente sono e non montare casi a fini strumentali", dichiara il ministro Gianfranco Rotondi. Queste parole in risposta alle critiche piovute dall'opposizione dopo la sfuriata del Premier contro la stampa italiana, sempre a proposito delle sopra citate gaffe.
Il premier attacca senza riserve di sorta: "non voglio arrivare a dire di fare azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa, però sono tentato, perché non si fa così".
Poi, passa a minacciare con un ordine di boicottaggio: "voi pensate che se io dico: non guardate più una tv o altro, non c'è nessuno che mi segue in Italia?".
Speriamo di sì, sarebbe una manna dal cielo. Tre canali su sei sono di sua proprietà, negli altri tre controlla indirettamente due telegiornali. Chi minaccia, allora?
Sarebbe davvero un progresso per il Paese se invitasse gli italiani a boicottare la televisione e ad utilizzare internet come strumento d'informazione alternativa.
Oppure, come da prassi conosciuta, invece che cambiare lo strumento d'informazione, si riferisce al cambio dell'informatore?
Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi, tanto per ricordare i più famosi. Oppure Enrico Mentana, il più recente.
Tutti i magistrati sono di sinistra. Tutti gli studenti sono di sinistra. Tutti i professori sono di sinistra. Tutti gli operai sono di sinistra. Anche i giornalisti, tutti i giornalisti, sono di sinistra, dei faziosi organizzati nel montare notizie ad hoc per sminuire l'operato del governo.
Può essere vero, in effetti. Però sembra comunque strano. Bisognerebbe prendere per vera l'idea che, a questo punto, tutti i giornalisti occidentali siano comunisti, altrimenti non si spiegherebbe il perché di alcune prime pagine estere.
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Renato Brunetta è quello che mi sta più simpatico. Lui pensa, in sincera onestà, che stare al governo equivalga a giocare.
Non a un gioco qualsiasi. A mosca cieca.
Spara sul primo che passa giusto per infiammare il dibattito, per risvegliare l'animo addormentato dell'elettorato, per tenere alto il volume della discussione, per occupare l'attenzione del cittadino.
Questa settimana è toccato alle dipendenti statali, ree di fare la spesa durante l'orario di lavoro.
Tralasciando i giudizi di turno - che ogni mente definibile come "funzionante" riesce a tratte già di suo -, inconsapevolmente il nostro amato Ministro è andato a fare luce su una verità spesso ignorata: molte donne, in Italia come nel resto del mondo, sono ancora obbligate al doppio ruolo di lavoratrici e casalinghe. Devono lavorare, così come lavora l'uomo, e contemporaneamente devono tenere in ordine la casa, preoccuparsi dei bambini e... fare anche la spesa.
Fosse anche vero che tutte - sì, "tutte", perché Brunetta generalizza sempre senza eccezioni, quando anche lo più spietato tra quelli che generalizzano intenzionalmente si prendono la briga di "parlare della maggioranza", tentando in qualche modo di discolparsi anche quando il riferimento vuol comunque essere quello - vanno a fare la spesa durante il lavoro: cazzo, quando dovrebbero andare a farlo?
Ma sopratutto: chi è che fa la spesa per Brunetta mentre lui, imperterrito, spara cazzate? Quando torna a casa, trova già il piatto di pasta fumante sulla tavola, o no?
E infine, diciamocelo chiaro: se anche la Carfagna ha da ridere (ha contestato il suo collega), allora è proprio una cazzata.
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Carino il gioco di botta e risposta sull'incostituzionalità, dichiarata da una sentenza della Consulta, sulla legge 40 sulla fecondazione assistita, che vorrebbe ridurre a tre il numero di embrioni impiantabili nell'utero delle pazienti.
Ha cominciato Gianfranco Fini. E non poteva essere diversamente, vista l'attenzione riservata alla legiferazione sugli argomenti di natura etica delle ultime settimane.
Il presidente della Camera ha fatto presente come una legge basata "su dogmi etico-religiosi" sia "sempre suscettibile di censura di costituzionalità".
All'infuori del giudizio sulla figura di Fini e sulle sue scelte politiche degli ultimi tempi - ma ne abbiamo già parlato -, quanto ha voluto precisato è obiettivamente vero, considerando che la verità all'interno del Parlamento deve trovare il suo termine di paragone tra le righe della Carta costituzionale, almeno fino a prova contraria.
Non è comprensibile, in questo senso, la critica mossa nei suoi confronti da Lorenzo Cesa. Secondo il segretario dell'Udc, Fini dovrebbe "lasciare la carica", se vuole proseguire "nelle sue battaglie ideologiche".
Io sapevo che il Presidente della Camera fosse un'istituzione della Repubblica, e che per tanto dovesse limitarsi esclusivamente a riferirsi alla sola Costituzione. E che ricordare che la Costituzione ha una natura laica e non etica fosse proprio l'adempimento a questo compito. La battaglia ideologica, piuttosto, l'avrei vista in tutti quei piccoli politici che si ostinano nel ribadire la necessità di una legge (quella sul testamento biologico) mal vista da tutto l'elettorato, lesiva delle libertà personali e pensata nel solo interesse di aggraziarsi la Chiesa.
Dopo tutto, pensavo anche che le ideologie implicassero necessariamente anche l'etica e la morale del gruppo sociale, in totale disaccordo, a questo punto, col ribadire la laicità all'italiana.
Ma se Cesa dice l'esatto contrario, allora faremmo bene a credere a lui. Dopo tutto, è chiaro che un partito filoclericale non può avere nessun interesse nella faccenda.
E poi c'era la marmotta che confezionava la cioccolata.
Quello che cade appunto in questo errore è appunto Renato Schifani. Il Presidente del Senato riconosce come "una buona legge" quella sulla fecondazione assistita, appena bocciata. Speriamo che Cesa rivolga anche a lui lo stesso invito: ma le opinioni di parte non dovrebbero spettare solo ai leader dei partiti?
Lo stesso Schifani ne giustifica la genuina bontà per via dell'applicazione del voto segreto, grazie al quale "il parlamentare vota secondo coscienza e secondo il suo credo religioso".
Sì, certo, come no. A parte che il parlamentare deve votare l'interesse del popolo - e non quello che gli dice la sua coscienza, visto che avrei da ridire sulla coscienza di certi soggetti, né tanto meno secondo la propria religione, visto che dovremmo essere per la multireligiosità, né ancora quella dei suoi elettori -, c'è davvero ancora qualcuno che crede nella bella favoletta secondo cui i parlamentari, nominati dalle segreterie di partito e non eletti direttamente dagli elettori, sono indipendenti? Ah, ah, ah.
E bravo lo Schifani, la barzelletta non era male.
Non di meno è stato Pierferdinando Casini, secondo il quale si tratta di una legge laica perché "lo Stato etico in Italia ha avuto l'unica pratica applicazione durante il fascismo".
Ah, bene. Ma noi sapevamo già qual è la decisione che hanno deciso di intraprendere. Il fatto che lo sappiano anche loro, tuttavia, comincia a farmi credere che sia una scelta intenzionale.
Ah no, sapevamo già anche questo.


