Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai
Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, XI
Scritto da Mirko Pagliai Domenica 12 Aprile 2009 23:13
Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XI.
Ovvero: un applauso a Berlusconi, la Chiesa e il terremoto, il caso Giuliani, una questione di cultura.
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Mi rendo conto di polemizzare spesso e volentieri contro qualsiasi posizione del governo. È ovviamente del tutto intenzionale - non posso né voglio nascondervelo -, ma in me penso di essere sempre obiettivo. A dimostrazione, questa volta dirò che Silvio Berlusconi si è comportato in maniera impeccabile nel contesto del terremoto a L'Aquila.
Ad eccezione di qualche solita battuta che per me è di dubbio gusto, il premier ha fatto esattamente quel che c'era da fare: è andato subito a L'Aquila, è tornato lì tutti i giorni, ha passato il pranzo di Pasqua nella tendopoli, ha rincuorato ed è stato vicino ai terremotati, sia fisicamente che moralmente.
Quando ci vuole, ci vuole. È vero che adesso dovrà dimostrare di non fermarsi solo alle parole, e procedere con una ricostruzione della città quanto più possibile immediata, ma in questo momento era importante dimostrare la presenza delle istituzioni, era importante spendere parole ottimistiche ed era importante mettersi in prima linea. E lui l'ha fatto.
Questa volta - e non sto scherzando! - sarò anche fin troppo buono: dubito che qualche altro politico (di destra o di sinistra, non importa) ne sarebbe stato capace, per questo genere di lavoro l'unico capace all'interno della scena politica è lui.
Quindi, i miei complimenti.
Ora, però, dimostri quanto gli importa veramente dell'Abruzzo: si è manifestata la volontà popolare per l'accorpamento del referendum, andando così a risparmiare molto denaro pubblico. La cosa, però, non torna a favore della Lega Nord, che in questo senso ha molto da perdere e che pretende che il referendum sia separato.
Faccia capire chiaramente che il destino degli abruzzesi è prioritario rispetto alla richiesta di qualche poltrona in più, e avrà un mio doppio plauso.
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Sono stanco di trovare le giuste parole per descrivere l'indecenza in cui la Chiesa continua a sprofondare. Mi limito a narrare i fatti.
Papa Benedetto XVI, dall'alto del suo scranno dorato, invia benedizioni e preghiere per i terremotati. Il tutto tramite un suo araldo, giacché è evidente che diversamente, tra polvere e macerie, il candore del vestiario di sua santità sarebbe messo in serio pericolo. Bisognerà accontentarsi di questo, perché l'altro invio riguarda uno sputo dell'otto per mille che il sommo eminentissimo ha deciso di "donare" gentilmente ai terremotati.
Mi altero non tanto per il ridicolo ammontare della "donazione" - che possiamo tranquillamente tralasciare, non è il momento delle risate -, bensì per il verbo scelto per il comunicato: "donare". Ma "donare" che cosa? Il fondo dell'otto per mille appartiene agli italiani, i soldi versati sono il frutto del loro lavoro e non sono stati generati dallo stare seduto del Papa. Semmai "rigiri", "trasferisci", o meglio ancora "restituisci" - il prestito, ovviamente! -, ma non puoi "donare" qualcosa che non ti appartiene e non ti è mai appartenuto.
Ci manca solo che passi che hanno perso qualcosa in tutta questa storia, quando invece, al solito, è probabile che chiedano dei soldi per la ricostruzione delle chiese, finendo con il fare bella figura con soldi altrui e guadagnandone infine il doppio. Due piccioni con una fava.
Non bastasse, la mazzata finale è arrivata da Radio Maria. Il suo direttore, don Livio Fanzaga, ci invita a "vedere qualcosa di positivo" nel terremoto: ci spiega che la catastrofe è stata voluta da Dio affinché anche gli aquilani "partecipassero alla sofferenza della sua passione".
L'unica cosa positiva che vedo è questa: peggio avrebbe potuto dire che a L'Aquila c'era il maggior rapporto abitanti/preservativi usati. Per fortuna l'abbiamo scampata.
(le parole di don Livio Fanzaga su Radio Maria)
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Subito dopo il terremoto, ho sentito più e più volte affermazioni del tipo "uno scienziato, un certo Giuliani, aveva previsto il terremoto". Di fatti, il caso Giuliani è stato riproposto assiduamente in questi ultimi giorni, sbandierando come voce polemica tra un bollettino e un altro della Protezione civile.
La questione che ha sollevato è al tempo stesso eterna (come è eterno il conflitto tra il canone conservatorista e lo sperimentalismo) e attuale (perché i suoi risultati preludevano alla sciagura, e quindi, di conseguenza, è stato automaticamente trascinato sotto i riflettori mediatici), nonché molto delicata, perché le sue ricerche non rientrano nella scienza finalizzata al perseguimento di nuovi benesseri aggiuntivi, e quindi non indispensabili, semmai tra gli strumenti di prevenzione utili a salvare molte vite umane.
Proprio per questi motivi, la questione non può essere trattata come di fatti è stato fatto - ovvero al livello di una qualsiasi discussione da bar -, ma deve essere affrontata "con le pinzette", con le giuste considerazioni del caso e con le dovute precauzioni.
Va innanzitutto detto che Giampaolo Giuliani non è uno scienziato, là dove per scienziato si vuole intendere uno studioso laureato in una materia scientifica che applica metodi scientifici in ambiti scientifici. Ovviamente questa definizione è meno rigida di quanto si possa pensare, nonostante richieda comunque conoscenze e competenze di un livello difficilmente raggiungibile altrimenti, e che esiste sempre l'eccezione alla regola - probabilmente lui stesso.
Lavora come tecnico al laboratorio nazionale di fisica del Gran Sasso e può vantare decenni di esperienza al fianco di notevoli esperti del settore.
In ogni caso, agli occhi della scienza è un comune cittadino - così come lo sono io e come lo sono gran parte di voi lettori -: la scienza, per sue necessità, divide gli uomini in scienziati e in non-scienziati. Ingiusto o no, è così: o andiamo a ridiscutere tutto a partire dal brodo primordiale, oppure accettiamo che la comunità scientifica sia composta solo dagli scienziati riconosciuti come tali.
Questo - sia ben inteso - non giustifica comunque un'eventuale chiusura della stessa comunità verso chiunque ne sia estraneo, resta vivo il dovere improrogabile di ascoltare tutte le voci, anche quella di chi - almeno apparentemente - ne sa di meno.
Il nocciolo può essere così sintetizzato: in queste situazioni ci si affida alla voce della comunità scientifica, cioè alla scienza ufficiale, e non si potrebbe fare diversamente; chi non ne fa parte è tenuto a sottoporle le proprie ricerche, permettendole di analizzarle, discuterle e valutarne; non si può fare affidamento su chi non fa parte della comunità scientifica, ovvero chi non ne fa parte non può sostituirla di sua spontanea iniziativa, poiché io avrei la stessa voce in capitolo di Giuliani, che invece ha una carriera in ambito non indifferente.
Bisognerebbe quindi spostare la discussione su un altro punto. E la prima domanda è: Giuliani ha condiviso i risultati del proprio lavoro con gli esperti del settore?
È necessaria anche un'altra puntualizzazione. Ascoltando interviste e leggendo articoli, tra una dichiarazione e una smentita, sembrerebbe che Giuliani avesse previsto il terremoto a Sulmona, con un mese di anticipo.
La seconda domanda è subito scontata: considerando che tutta l'Italia è a zona sismica, e ancora di più lo è l'Abruzzo (e quindi che non esiste un posto "realmente sicuro" e che la meglio, in caso di pericolo, è spostarsi dove sia possibile), cosa sarebbe successo se si fossero evacuati i cittadini da Sulmona a L'Aquila?
Oltre questo, come ogni misurazione che si rispetti esistono dei margini di errore. Prendendo per vero il metodo di Giuliani e considerando l'errore da lui commesso, poiché le probabilità di raggiungere i margini estremi di errore sono molto basse (e al contrario, sono molto alte le possibilità di incappare in errori trascurabili), allora bisogna considerare l'eventualità di errori molto, molto più ampi.
Ciò significa che se ha sbagliato il calcolo dell'epicentro di circa cento chilometri, allora l'errore potrebbe essere anche di cinquecento; e se ha sbagliato di un mese il calcolo della data, allora i mesi potrebbero diventare anche cinque. E poiché stiamo parlando di vite umane, va tenuta in considerazione ogni eventualità.
Cioè significherebbe evacuare un'intera regione per svariati mesi. E visto che in un arco di tempo così grande - quello dei cinque mesi, ovviamente, è un esempio utile solo al ragionamento - è possibile che si individui una scossa significativa in ogni regionie allora il metodo - anche se funzionante - è assolutamente inutile (evacui da dove a dove?).
La terza domanda, in conclusione: quanto è realmente preciso il metodo di Giuliani?
(Giuliani a Porta a Porta, parte I e parte II)
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È una questione di cultura, ne parlavo giusto ieri con degli amici. La cultura della sicurezza, per intenderci, che va quindi a individuare i colpevoli della tragedia innanzitutto in noi stessi, semplicemente per il nostro modo di pensare.
Oggi l'Italia intera si dice indignata di fronte a quanto accaduto (edifici nuovi crollati, norme non rispettate, sabbia nel cemento, ecc., ecc.). Qualche settimana fa, però, molti esultavano al probabile condono edilizio previsto nel famoso piano casa.
Le due cose, all'evidenza dei fatti, sono contraddittorie. Cosa ci arrabbiamo a fare contro le imprese che hanno costruito a L'Aquila tagliando le spese, quando poco prima stavamo pensando a come ampliare la nostra casa senza sottostare alle pesantezze burocratiche? Ridicolo.
Si era diffusa l'idea per la quale fosse tollerabile il gettare cemento a caso, così come si gioca ai dadi, pur di far ripartire l'economia italiana e saziare la fame del settore edile. Si era convinti che l'autocertificazione (cioè: quando costruisci garantisci tu stesso che la costruzione è a norma) fosse sufficiente, perché gli italiani sono tipi accorti e tutti in buona fede - almeno così si era detto, poi la cronaca ha puntualmente smentito.
Io, al contrario, resto fermo nella mia idea: è tutto inutile se prima non riusciamo a farci entrare nella testa che non esiste nessun "se" e nessun "ma" che possa mettere in discussione la sicurezza delle persone, tanto meno motivi di carattere economico.
Le leggi dovrebbero essere utilizzate solo quando un comportamento sbagliato si verifica nella forma di un'eccezione isolata, ovvero quando è deviato rispetto allo standard collettivo, una devianza individuale appunto. Ma quando è diffuso e quando appartiene a tutti, allora bisogna agire sulla cultura, invitare le persone a rimettere in discussione le proprie certezze. Anche perché - lo sappiamo - la categorizzazione tra giusto e sbagliato non è basata su parametri assoluti, bensì sui modelli più condivisi.
Così, detto in poche parole, il gioco non vale la candela.


