Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai
Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, XIII
Scritto da Mirko Pagliai Domenica 26 Aprile 2009 23:24
Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XIII.
Ovvero: le eredi della Carfagna, sei mesi di Die Brucke, loro non lo sapevano, 25 aprile.
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Tra i candidati e le candidate del Popolo delle Libertà per le prossime elezioni del Parlamento europeo, salta fuori il popolo della televisione, tutto al femminile. A dimostrare, evidentemente, un'insolita analogia tra le due cose (la libertà e la televisione), o quanto meno l'opinione che ne ha qualcuno.
Attrici di soporiferi telefilm, concorrenti di reality spazzatura, showgil sculettanti.
A realizzare l'idea secondo la quale chiunque può essere buono per la politica, sopratutto con i tempi che corrono.
Peccato tutto il discorso a proposito di competenza e merito sbandierato dal governo. I dipendenti pubblici avranno certi criteri selettivi, non richiesti però alle suddette dipendenti, chiamate a candidarsi per incarichi evidentemente oltre-statali. Gente incapace di masticare un chewin gum e di pensare contemporaneamente, domani sarà chiamata alla guida dell'Unione Europea.
Quale competenza può vantare una concorrente del Grande Fratello? Chiaramente nessuna, altrimenti avrebbe avuto di meglio da fare, piuttosto che stare tutto il giorno con le mani in mano, a disquisire del nulla-in quanto nulla-divenuto nulla.
E, d'altro canto, quali meriti gli si potrebbe riconoscere? Ancora nessuno, visto che gli stessi autori ammettono, seppur implicitamente, che i concorrenti vengono selezionati a partire da diverse caratteristiche, quali: degenerazione mentale non reversibile, ignoranza diffusa su qualsiasi materia anche solo lontanamente etichettabile come "culturale", incapacità nell'affrontare una discussione che vada oltre le banali considerazioni meteorologiche, mancanza di motivazioni anche nello svolgere una qualsiasi attività non evitabile, come lo sbucciare una patata - situazione cui conseguono infiniti dibattiti su chi debba compiere l'impresa. Figuriamoci qualcosa di un tantino più impegnativo!
Ovviamente il premier ha consegnato loro un opuscolo contenente l'abbecedario essenziale. Viene spiegato come funziona l'Unione Europea, cos'è la Nato, che cosa fa un parlamentare, perché esiste un codice penale e uno civile quando potrebbe essercene uno solo, come mai il Presidente della Repubblica può rompere le balle al governo, come ottenere l'acqua tiepida a partire dall'acqua calda e dall'acqua fredda, perché lo stivale ha la forma dell'Italia e per quale motivo il Brasile non ha mai vinto gli europei di calcio.
Il tutto, ovviamente, a fumetti.
Parafrasando una brillante espressione di non ricordo quale giornalista de L'Espresso, se prima esistevano i giullari alla corte del Re, ora c'è la corte del Re giullare.
Sempre su L'Espresso, tempo fa un lettore chiedeva al giornale come mai i nostri ragazzi sognano di diventare un nuovo Francesco Totti, mentre nessuno ambisce a ricalcare le impronte di un Umberto Eco.
Vi lascio immaginare la risposta. Se non ci arrivate o se non riuscite a trovare il numero su cui è stata pubblicata, provate a chiedere a Mara Carfagna.
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Die Brucke compie i suoi primi sei mesi. Potrebbe sembrare strano, ma è il traguardo più importante raggiunto: se ci siamo arrivati, sopratutto "come" ci siano arrivati, è dimostrata la validità del progetto, per cui c'è motivo di continuare.
I numeri (già indicati da Alessandro Natale in un altro articolo) parlano chiaro: 204 articoli, 6600 visitatori, 13000 visite, 36000 pagine visitate. L'interessamento è notevole, anche dall'estero, le tematiche trattate appassionano, e spesso concedono modo al lettore di esprimersi.
La stessa cosa dicasi per noi: l'intero progetto è stato innanzitutto un'ottima occasione per aver modo di intervenire concretamente - seppur solo a parole - in un contesto societario dove la partecipazione viene vissuta come un'esclusiva di pochi. Ed è principalmente questa possibilità - il rappresentare un'offerta alternativa al ventaglio già conosciuto - che ci ha permesso di incamminarci verso il divenire un punto di riferimento.
Rimanendo sulla stessa linea, è stato altrettanto fondamentale l'essere riusciti a dimostrare come questo sia possibile ricorrendo a canali di comunicazione inusuali, per di più avendo a disposizione ben poche risorse e strumenti.
Da un punto di vista personale, ma che penso comunque sia estendibile a tutta la redazione, l'esperienza si sta rivelando altamente formativa sotto svariati aspetti: ho migliorato la mia capacità nel reperimento e nella selezione delle informazioni; ho ampliato il mio senso critico e il mio interesse verso la realtà che mi circonda; ho avuto modo di confrontarmi e di valutare posizioni diverse dalla mia, grazie all'enorme rete di contatti (lettori e simpatizzanti) che si è venuta a creare attorno al progetto; ho interagito con categorie (di qualsiasi tipo, sociali e non) con le quali, diversamente, difficilmente avrei avuto un qualche punto di contatto; ma soprattutto, come già accennato, ho avuto la possibilità di esprimermi liberamente. L'elenco, ovviamente, potrebbe non fermarsi qui, ma è sufficiente per rendere l'idea.
Per ognuno di questi aspetti, il progetto mi ha offerto un'opportunità gratuita e insostituibile (se non con un progetto analogo) di maturazione personale.
A questo punto, sciolto l'ormeggio, è possibile prefissarsi obiettivi sempre più grandi: favorendo comunque la qualità dei contenuti rispetto alla loro quantità, si procederà con un ampliamento di quello che è l'orizzonte del nostro lavoro. Ovvero, sia verso un maggior numero di articoli, allargando la redazione, sia verso un maggior numero di lettori, andandoci a occupare nuove tematiche.
Il porto di arrivo è ancora distante, ma l'importante è l'essere salpati. Sembra che il vento sarà favorevole, e che il viaggio continuerà a essere ricco di sorprese.
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E pensare che loro nemmeno lo sapevano.
Ma come? Una legge per equiparare repubblichini e partigiani? Silvio Berlusconi è rimasto incredulo. Non dico sorpreso, dico persino stupefatto.
È a capo del governo, la proposta ha alimentato violente polemiche tramite tutti i media, se ne continua a parlare da parecchio, anzi sull'argomento si discute da decenni, ma lui non solo non si era mai espresso, perfino non ne sapeva nulla.
Ora auspica che venga ritirata.
Maurizio Sacconi, ministro del welfare, presenta il nuovo testo unico sugli incidenti sul lavoro. L'articolo 10 bis impedisce l'arresto per i dirigenti delle aziende in caso di incidente. Con valore retroattivo, però.
I familiani delle vittime della Thyssen Krupp hanno letto il testo, e si sono incazzati. Non dico di brutto, dico di più. Stavano per mandare una dichiarazione di guerra contro lo Stato italiano via posta raccomandata, con tanto di ricevuta di ritorno.
Ma il ministro non ne sapeva nulla. Anzi, è arrivato addirittura ad offendersi per avere anche solo supposto che questo fosse nella sue intenzioni.
Ora ha promesso che l'articolo verrà rimosso.
Non me la prenderò più con loro, ma con chi li ha ammessi sotto ipnosi.
Sì, lo so, non fa ridere. Ma non ho trovato altro modo per commentare la notizia.
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Sfortunatamente, per quel che riguarda la nostra nazione, ogni celebrazione storica che si rispetti è un'occasione per parlare di tutto all'infuori del motivo storico che la sottende. Sembrerebbe quasi che nel sentire comune siano state assunte a puntualità pretestuose, uno strumento come un altro affinché si abbia la possibilità di tornare a quisquigliare.
Si parte dal giorno della memoria, utile a troppi per ricordare che, nonostante tutto, sono numerose anche le vittime delle dittature comuniste (sebbene a distanza di pochi giorni cada il giorno del ricordo, potendo quindi lasciare a ogni argomento il suo giusto momento); fino ad arrivare al primo maggio, conosciuto come la data in cui ricorre puntualmente un concerto come un altro in piazza San Giovanni - chissà perché, poi, sempre lo stesso giorno; passando, ovviamente, per il 25 aprile.
Di questo periodo, generalmente, le discussioni vertono sempre intorno agli stessi dibattiti: anche i repubblichini meritano rispetto, si combatteva tutti per l'amore della patria, molti partigiani non erano comunisti, molti partigiani combattevano per finalità poco edificanti.
Almeno ogni tanto si scioglie un nodo: quest'anno è stata chiarita, anche da una parte della destra, la sostanziale differenza tra il rispetto (per diritto, ad entrambe le parti) e la riconoscenza (per dovere, a una sola delle due). Non meno irrelevante, dopo tutto, è l'attuale ripudio mostrato dalla dirigenza dell'ex An nei confronti del fascismo - non solleviamo ipotesi circa la loro coscienza e la loro sincerità, per favore, non ne guadagna nessuno.
Dovremmo però intenderci a proposito della situazione corrente. Un simile processo di miglioramento doveva concludersi molti anni fa, mentre oggi non possiamo ancora dire con certezza che sia anche solo iniziato. Ogni nodo sciolto, se ne formano altri due.
Una differenza del genere - quella tra il rispetto e la riconoscenza, per rimanere sull'esempio - è comprensibile già a un quattordicenne (cioè in un fase della vita di pre-maturazione), e non è tollerabile che per arrivare a una conclusione tanto scontata sia stati necessari ben sessantaquattro anni (ovvero, al contrario, più dell'intera fase di maturazione di un uomo).
Altrettanto intollerabile è l'incapacità di essere giunti a un'opinione condivisa in tutto questo lasso di tempo, e che non si sia mai trovato il tempo di parlare seriamente della Resistenza e della Liberazione - ovvero oltre le classiche diatribe politiche, ma anche oltre le classiche parole di circostanza.
E, a questo scopo, potremmo anche guardare positivamente al ventennio. Sebbene sarebbe stato preferibile evitarlo, l'averlo conosciuto potrebbe diventare un'insostituibile occasione di crescita culturale e politica. Si pensi, in questo senso, alla Germania: a partire dalle lezione cui è stata costretta, almeno oggi può vantare di avere un ottimo rapporto con il senso della storia - che nel suo caso non è meramente finalizzata a se stessa.
È chiaro che il mio non vuole essere un auspicio - si ritengano di gran lunga più fortunati tutti quei paesi che non hanno avuto modo di conoscere detta realtà -, tuttavia, vista l'impossibilità di poter modificare il passato, soprassedere indifferentemente starebbe a subire una doppia sconfitta: l'aver subito il fascismo e il non aver imparato nulla.
Non si tratta di un semplice beneficio comune, né tanto meno di un interesse di parte, piuttosto di una priorità di sopravvivenza collettiva.
Questa soluzione si realizza come una necessità vitale sopratutto in un tempo come il nostro, che vede da un lato lo sgretolarsi di ogni certezza fondamentale, e dall'altro una preoccupante confusione circa il significato essenziale di molti concetti basilari come quelli di libertà, patriottismo, gratitudine.
Di conseguenza, questa necessità vuol oggi realizzarsi, nell'atto pratico, tramite la negazione del fascismo da tutte le parti politiche. Parti che, appunto, devono "parteggiare", nel senso stretto della parola così come lo intendeva Antonio Gramsci - la cui opinione trovate qui sotto riportata.
Criticare costruttivamente i metodi e gli strumenti della storiografia è condivisibile - ovvero con l'esplicita finalità del loro miglioramento - è condivisibile, ma mettere in discussione il senso della storia non è nemmeno accettabile.
Lei non può, presidente Berlusconi, partecipare alla festa della Liberazione, se il giorno prima governa sottobraccio con dei fascisti, tra i quali alcuni anche filonazisti (si veda, a questo proposito, l'articolo su Borghezio). Non può cedere a un ricatto dei fascisti (sull'election day) che va a svantaggio dell'Abruzzo, se il giorno dopo festeggia la ricorrenza proprio in quella terra, adducendo similitudini - comunque giuste e inerenti - tra la ricostruzione post-bellica e quella a seguire al terremoto, considerando che va a danneggiata proprio con la precedente scelta.
Non può parteciparvi con lo stesso spirito di una sagra popolare, non può riconoscersi partigiano da un momento all'altro, deve innanzitutto avere il coraggio di dirsi antifascista.
Un coraggio, questo, certamente non casuale, ma impregnato d'orgoglio.
E fatto questo, deve convocare una seduta straordinaria delle ale parlamentari, chiamare all'appello ogni singolo parlarmentare, farli alzare in piedi, e infine, ad uno ad uno, chieder loro di avere lo stesso orgoglio nel manifestarsi chiaramente come antifascisti. Poi, potrà partecipare al 25 aprile ogni volta che lo desiderà - si spera sempre.
Ma l'errore - e sia chiaro - sta nel pensare che questa ricorrenza debba essere un rito. Se vi si partecipa come istituzione, ci si ricordi che un'istituzione non cessa mai di essere tale, e che, essendo la Repubblica fondata sulla cultura antifascista, anche le sue istituzioni ne devono assumere i medesimi tratti culturali; se invece vi si partecipare come partigiani, bisognerà tenere a mente che, nonostante prima potesse anche essere la scelta di un momento, oggi, poiché anche la necessità non è del "solo momento", può essere solo una scelta di vita. E che pertanto, continuando comunque ad essere comunque una necessità, è pari modo necessario che continui ad esserlo perennemente, non solo il 25 aprile.
Ma se così non fosse, allora la si consideri come una proposta per l'anno a venire.
"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti."
— Antonio Gramsci.


