Sulla coerenza. Se la sinistra “iconizza” Steve Jobs
Pubblicato il 24 novembre 2011, ore 21:15
L’idolatria e gli onori reputati da tutto il mondo all’opera di Steve Jobs erano ampiamente prevedibili. Tale operazione culturale, quando non spontanea, sembra invece seguire l’andazzo oramai tradizionale (seguito soprattutto in politica) secondo cui, da defunto, il competitor diviene immediatamente più geniale, più bello e più bravo di quanto non fosse mai stato in vita. Eppure mi pare di assistere a un qualcosa di incredibile. Vediamo perchè.
Anzitutto è bene riorganizzare le idee. Fuori da inopportune biografie o agiografie, ci si chieda: cosa rappresenta Jobs? Si tenti una risposta: Steve Jobs è stato l’esempio più chiaro e netto della politica economica dell’ultimo cinquantennio (almeno) targata U.S.A.. Jobs è difatti un giovane di San Francisco dedito all’informatica e all’imprenditoria fai-da-te, che, iniziando dal nulla - il giovane, tra l’altro, era stato adottato – ha costruito un’azienda di grossa spinta economica. Si noti questo: Jobs si è arricchito – sì, ricco – come nessun altro grazie al sistema iper-accellerato dell’agognata America capitalista. Non finisce qui: nello scorso decennio, seppur nella posizione di chip leader, Jobs è caduto in disgrazia economica. Era sul lastrico. Lo schianto duro è quello tipico della stessa logica del libero mercato (si traduca con: totale assenza di protettorati e tutele sociali) che gli aveva permesso la scalata. La storia recente ci narra di una nuova rinascita perchè Jobs si poi è rialzato con la sola forza delle sue invenzioni, dei suoi spunti e – come dichiara nel famoso video – della sua follia. Sottolineamo ancora come il tutto – repetita iuvant – sia stato possibile grazie ad un sistema che possiamo definire liberista, potenziato, inoltre, dalle politiche conservative degli ultimi anni, da Reagan a Bush jr.
I casi strani della vita: l’imprenditore capitalista, morto prematuramente, è stato elogiato con “ricordino” ufficiale da giovani, meno giovani ed entusiasti che, magari, qualche mese prima sono andati a votare, ad esempio, contro l’introduzione del principio di competizione tra pubblico e privato, materia di cui si è trattato nell’ultimo referendum – bene inteso che il sistema liberista non è altro che una estrema radicalizzazione del principio liberale della competizione, che in Italia non riesce proprio a passare, nonostante le vecchie percentuali di voto del partito “timidamente liberale” Forza Italia. Allora mi si permetta di saltar dalla sedia (dinanzi al PC Microsoft) quando a commuoversi dinanzi al discorso di Jobs agli studenti rampanti dell’University - cioè i capitalisti di domani – siano proprio coloro che si dichiarano ispirati da ideali di quella particolare area politica nostrana, che, spesso in affinità con l’ultra-rechts, “combatte” contro le presunte derive americane; ossia, per tagliar corto, quando a condividere on facebook le fotine di Jobs sia il giovane ora indignado che scende in piazza contro l’imperialismo USA, oppure chi, più moderatamente, tifa per l’arancione, dato che il rosso non è più di moda – chi, lo si dica con l’indimenticata battuta di Moretti, è di sinistra; chi, ancora, ha sempre alzato il cipiglio contro la “terra degli interessi privati”; come, in altri termini, chi si ritiene “di sinistra” (con tutte le virgolette del caso, da Moretti in poi) possa elogiare uno come Jobs.
Mi pare quantomeno doveroso far notare che in Italia l’epopea di Jobs non sarebbe mai iniziata; Sì, perché l’Italia con la sua pressione fiscale altissima, con la dilagante cultura di opposizione ai privati – per cui il privato sarebbe il “parassita” (cit. campagna sulle reti RAI) che non paga le tasse -, con la cultura craxiana della distribuzione delle prebende e dei favori, con i suoi poteri forti, con i sindacati e con tutte le infinite corporazioni che abbiamo e, in definitiva, con tutte le caste, rende impossibile una scalata (e una caduta) per la gente che merita, per chi come Jobs, Zuckerberg e tanti altri ha avuto il guizzo di sentirsi frullare un’idea in testa; e che – Stato permettendo – voglia realizzarla. In Italia non sarebbe stato possibile per un motivo semplice: perché i potentati, le presunte politiche “verdi”, le false ideologie assistenzialiste e stataliste te lo impediscono.
In chiusura vorrei lasciarvi con questa consapevolezza: senza la rivoluzione liberale i Jobs americani starebbero a fare la fila alle porte di qualche politico locale o persino qualche Centro per l’impiego per sistemazione di interinali; ma i giovani delle proteste in piazza (indigna..?) sembrano voler svoltare per altre vie – salvo poi “iconizzare” Steve Jobs. La morte del futuro dei giovani, ancora una volta, sono “la moda” e “il conformismo” dei vestiti slabbrati che vogliono campare sui privilegi di papà – non a caso sono proprio loro ad aver abdicato al sogno e l’avventura per optare (a 20 anni) per la difesa delle pensioni.
