Capita che di fronte alle risate della coppia Nicolas Sarkozy – Angela Merkel sull’Italia qualcuno storca il naso, qualcuno ci rida su, qualcuno le appoggi (noi soliti italiani esterofili imbecilli), qualcuno le ritenga inopportune e qualcuno compia un’azione pubblica di condanna vera. Questo qualcuno è il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica.

Il suo gesto simbolico e profondo consiste nel rispedire al mittente la Legion d’Onore, o meglio in lingua originale la Legion d’Honneur. Istituita da Napoleone il 19 maggio del 1802, rappresenta la più alta onoreficenza e viene conferita per meriti straordinari nella vita militare e civile, non solo quindi a militari (come nel caso del generale Tricarico), ma anche ad imprenditori, funzionari francesi, campioni sportivi e chi si distingue per meriti e successi.

Il valore del generale Tricarico è ben noto all’estero e non solo in Francia. Tra i riconoscimenti conferitegli troviamo infatti la statunitense Legion of Merit, la Gran Croce al Merito della Repubblica Federale Tedesca e l’onorificenza peruviana Piloto peruano ad honorem. Nello specifico, il prestigioso riconoscimento francese con il grado di “ufficiale” gli era stato assegnato da Jacques Chirac per il suo impegno nella guerra del Kosovo.

Merkel e Sarkozy

Alla fine ce l’hanno fatta: i capi di Stato e di governo dell’Eurozona hanno sbloccato la seconda tranche di aiuti alla Grecia. Dopo un estenuante tira e molla, dopo aver imposto ad Atene una manovra lacrime e sangue e aver attirato sull’euro un attacco speculativo senza precedenti, pare che finalmente l’Europa sia venuta incontro alla Grecia.

I 109 miliardi di euro concessi dovrebbero consentire allo Stato greco di ricomprare il proprio debito pubblico. Nel piano di aiuti è incluso un accordo con gli investitori privati, che si impegnerebbero a ricomprare il debito greco a tassi di interesse più bassi e con una scadenza più lunga, si parla di almeno trent’anni.
Viene rafforzato lo strumento europeo di stabilità finanziaria (il “fondo salva-Stati”), che potrà emettere obbligazioni per reperire fondi sul mercato da investire in titoli di debito pubblico dei paesi in difficoltà. A tutto questo si aggiunge la promessa della Banca centrale europea di continuare ad accettare titoli di debito greco dalle banche anche in caso di default di Atene, eliminando così il rischio per gli istituti di credito di ritrovarsi in cassa titoli tossici.

Merkel e SarkozyLa riunione dei capi di Stato e di governo dell’area euro svoltasi venerdì notte a Bruxelles è stata a tutti gli effetti un’eccezione istituzionale. I diciassette paesi dell’eurozona si sono incontrati al massimo livello in un vertice straordinario e informale in vista del Consiglio europeo del 24-25 marzo. È in quel contesto che la base d’accordo raggiunta al tavolo ristretto di ieri dovrà essere discussa ed eventualmente varata ufficialmente dal consesso dei Ventisette.

Il vertice flusso di sette ore ha portato ad un accordo che la cancelliera Angela Merkel ha definito, guardando soprattutto al suo irrequieto elettorato domestico, «un successo». In effetti  la linea franco-tedesca sembra essere sostanzialmente passata, quantomeno nei suoi principi generali. Spinti dalla ferrea volontà di Francia e Germania, i leader dei paesi dell’area euro si sono accordati su uno schema di coordinamento intergovernativo che, secondo i suoi ideatori, dovrebbe consentire – pur senza compiere il grande passo di un autentico governo economico europeo, ma quantomeno ponendone le basi – un maggiore coordinamento delle politiche fiscali nazionali.

Ora sembra passato davvero tanto tempo, ma questo 2009 era iniziato con i migliori auspici: a gennaio si era sancita la pace della guerra tra Israele e Palestina; tutt’ora è in corso la ricostruzione lungo la striscia di Gaza, sostenuta dallo stesso governo israeliano: prima si finisce di ricostruire, prima si potrà ricominciare la guerra. Vecchia storia, va avanti da trent’anni.
E sempre in gennaio Barack Obama ha prestato giuramento come quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti, inaugurando la nuova era di pace e prosperità dopo le scampagnate militari di Bush.
Una cosa mi ha incuriosito, di quel giuramento: “so help me God” – concluse Obama – una formula che non si usava più dai tempi di Chester Arthur (1881). Bè, fa ridere che il Presidente del più grande paese del mondo chieda pubblicamente aiuto a Dio, sarebbe come se il Primo Ministro giapponese confidasse nell’appoggio di Son Goku (il ragazzo scimmia) per svolgere legittimamente il proprio compito.
Strano paese – gli Stati Uniti. E dire che John Adams, uno dei padri fondatori, disse che “questo sarebbe il migliore dei mondi possibili, se non vi fosse la religione” e che Thomas Jefferson affermava pure che “il cristianesimo è il sistema più perverso che si sia mai abbattuto sull’uomo”.

Dopo il voto tedesco di domenica, si sono sprecati i commenti sui giornali italiani, quasi tutti concordi nell’affermare che la Germania avrebbe svoltato a destra.

Ammesso che siano ancora accettabili le categorie di “destra” e “sinistra” per suddividere i partiti ed i loro relativi programmi – a me, ad esempio, non piacciono -, io non sono d’accordo. Non vedo nel risultato del voto tedesco una svolta a destra: vogliamo parlare del successo della Linke, partito di estrema sinistra che racchiude in sé anche nostalgici della Ddr?

Dopo il voto tedesco in cui la Germania non ha svoltato a destra, è risuonato ancora una volta in Europa l’irritante ritornello post-elettorale della crisi della sinistra.

La socialdemocrazia tedesca, il partito di sinistra più antico d’Europa, ha raggiunto i minimi dal dopoguerra; il partito-simbolo della sinistra novecentesca - che da decenni rappresentava oltre un terzo dell’elettorato tedesco – è sceso sotto il 25%. Riassumo: uno dei partiti più antichi del vecchio continente, nato e cresciuto in pieno Ottocento, ha perso voti da quando è entrato nel terzo millennio. Solo io non capisco tanto stupore?

I titoli apocalittici dei giornali – anche italiani – lasciano intendere una imminente raccolta di firme per salvare la socialdemocrazia europea dall’estinzione. “Salvate la sinistra!”, per carità.

Al di là delle scherzose considerazioni per cui ho la sensazione che la sinistra europea sia nata in crisi, vissuta in crisi e tuttora sia in crisi, mi viene naturale pormi domande – a metà tra il cinico e il razionale – sulla necessità e sull’utilità di risorgere quello che pare un cadavere politico.

Le diagnosi dei più illustri osservatori mettono in luce alcune importanti contraddizioni che pesano sul cervello e sullo stomaco delle socialdemocrazie europee, ossia su quei partiti che dal marxismo rivoluzionario al socialismo anarchico sono andati lentamente spostandosi su posizioni riformiste e progressiste sino finalmente ad aprirsi, con il New Labour di Tony Blair, al libero mercato.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte X.

Ovvero: la politica delle pacche sulle spalle, la stampa è faziosa, donne che fanno la spesa, legge 40.

Se una persona dieci anni fa avesse immaginato di vedere seduti insieme Germania e Francia, Cina, Russia, India e un presidente americano con il nome Obama, se avesse immaginato ex avversari e anche ex nemici uniti per mettere a posto l’economia mondiale, avrebbero detto che era pazza“.
Basterebbero queste parole, tratte dalla conferenza stampa del Presidente degli Stati Uniti d’America alla fine del G20 di Londra, per valutare l’assoluto successo del summit più atteso e temuto della storia del dopoguerra.

Il mondo aveva assoluta necessità di risposte, di interventi e di una ventata di speranza dopo mesi di paura, rabbia e rancore. Il risultato di un fallimento o di un compromesso al ribasso – raccontavano gli economisti – sarebbe stato devastante, e la tanto ventilata depressione decennale d’un tratto avrebbe assunto le dimensioni di un’assai probabile eventualità. E invece, alla faccia dei cinici e degli scettici, il summit di Londra fonda un nuovo capitalismo, non lo archivia, come i più pessimisti prevedevano, e nemmeno lo rilancia inalterato, come alcuni incorreggibili speravano.

Il G20 del 2 aprile 2009 ha cambiato la faccia del pianeta, avviando un vero e proprio “nuovo ordine mondiale“, come tante volte aveva predetto il mai abbastanza stimato premier inglese, Gordon Brown.

Nella quasi totale indifferenza dei media italiani, mercoledì scorso il Primo ministro ceco, Mirek Topolanek, ha dovuto spiegare al Parlamento europeo riunito a Strasburgo perché il semestre ceco di presidenza dell’Unione Europea non avrebbe risentito del government collapse dell’esecutivo di Praga, avvenuto pochi giorni prima.
Al di là delle ovvie considerazioni sull’assurdità dell’attuale impianto istituzionale europeo, che prevede una semestrale rotazione della presidenza dell’Unione (sistema che sarà riformato dal Trattato di Lisbona, se mai entrerà in vigore), bisogna entrare nel merito dei gravi problemi che un tale avvenimento ha prodotto e continuerà a produrre.