8 Dicembe, giorno di apparizioni e sparizioni mariane.

La sinistra aveva appena preso la decisione avanguardista di schierare Bersani. La Meloni aveva appena smesso di strabuzzare gli occhi per aver scoperto che le primarie del PDL erano tutta fuffa. Ed ecco il coup de théâtre: Monti decide di dimettersi. Non subito, beninteso. Si dimette ora per dopo. Il commento più significativo sul gran rifiuto montiano arriva da un tweet di Pier Ferdinando Casini: “Chi pensava di costringere Monti a galleggiare ora è servito”. Molti forse avranno pensato al pagliaccio Pennywise quando dice al  piccolo Georgie “Lo vuoi un palloncino? Galleggiano lo sai… Galleggiano, galleggiano tutti e anche tu galleggerai”. Invece no. Stavolta è Casini.

Non c’è niente da fare: Obama, in Italia, piace proprio a tutti. Scontato che possa piacere agli emuli tricolori del Partito Democratico, anche solo per un’affinità nominativa, che già nel 2008 ne celebrarono la vittoria senza conoscere minimamente le idee dell’ex-senatore dell’Illinois (non molti mesi fa, per fare un esempio recente, mentre Obama parlava di matrimoni gay, Rosy Bindi redarguiva alcuni simpatizzanti, dicendo loro di accontentarsi delle coppie di fatto).

Già quattro anni fa, tutti esaltavano il comunicatore Obama, l’uomo le cui idee arrivavano prima su internet che sulle televisioni. Obama era citato ed acclamato come un modello di un nuovo modo di fare politica e di comunicare le proprie idee, un modello che piaceva a tutti e che nessuno dei nostri politici ha ancora avuto il coraggio di fare suo. Va bene, si sono fatti tutti un account Facebook e Twitter, ma la televisione e la carta stampata restano ancora i primi mezzi di comunicazione a cui pensano, quando devono iniziare una campagna elettorale.

Lo ama il centrodestra, Berlusconi in primis. Lo amano pur disprezzando quasi tutte le sue iniziative (pensate alle posizioni della Lega e del Pdl in merito al voto agli immigrati, all’aborto, alle unioni omosessuali), quando invece sarebbe più comodo e coerente, oltre che logico, sostenere il candidato repubblicano.

Cosa ci fa un gruppo di mercenari americani in Giordania? No, non è l’inizio di una barzelletta, è solo l’ennesimo capitolo della vicenda Blackwater. L’agenzia di contractors creata da Erik Prince ha potuto aggiungere una nuova medaglia alla sua prestigiosa collezione: cinque suoi ex-operatori sono accusati di traffico di armi, avendo venduto a re Abdullah II di Giordania e ad alcuni suoi collaboratori del materiale bellico. Il cordiale presente sarebbe dovuto servire – sostengono i maligni – a favorire accordi tra la ditta di Prince ed il governo giordano, ma i mercenari fanno sapere che le loro intenzioni non avevano nulla a che vedere con il profitto privato: dietro all’operazione, infatti, ci sarebbe la Cia, che voleva ribadire i buoni rapporti tra Washington e Amman.[1] Il traffico d’armi non è una novità per la Blackwater, che è già sotto indagine per aver esportato illegalmente armi dall’Iraq e averle vendute al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, considerato come un’organizzazione terroristica dal governo americano.[2]

Negli Stati Uniti infiammano aspre polemiche per la decisione del presidente Barack Obama riguardo al permesso federale al gigante petrolifero canadese TransCanada sull’avvio del progetto Keystone XL, l’oleodotto di 2700 chilometri che avrebbe dovuto trasportare il petrolio estratto in Canada fino al Texas, passando per sei Stati americani su cui era prevedibile un forte danno all’ambiente ed ai terreni agricoli interessati.

Obama voleva rimandare a dopo le elezioni la decisione ma, messo alle strette dall’opposizione, che ha insistito per avere una decisione sull’oleodotto entro sessanta giorni dalla conclusione dell’accordo di fine 2011 sulle tasse, ha negato il permesso.

La sua scelta è naturalmente avversata dalla maggioranza del Partito Repubblicano, e da alcuni sindacati che rimpiangono la perduta occasione di creare almeno 20.000 posti di lavoro (in realtà 6.000 secondo le stime ufficiali), e di far abbassare il prezzo della benzina, che invece secondo gli ambientalisti sarebbe in realtà aumentato…

CaminantesSi chiama Dream act ed è l’acronimo di Development, relief and education for alien minors. Lo Stato della California il 15 luglio ne ha approvato una parte. Dal 15 luglio, in California, i giovani immigrati privi di cittadinanza americana potranno fare domanda di borse di studio stanziate con fondi privati.

Il Dream act è una proposta di legge che nasce nel 2001, si arena nel 2010 ed è in attesa di approvazione negli Stati Uniti. La proposta è quella di riconoscere la cittadinanza americana a studenti immigrati illegali che hanno conseguito la laurea presso istituti americani. Un bel sogno.
“I have a dream”, diceva Martin Luther King. Ma c’è una realtà che al sogno sfugge, che il sogno-sonno oblia. Si chiama SB 1070 (Support our law enforcement and safe neighborhoods act), risale al giugno del 2010 ed è la discussa proposta di legge dell’Arizona che, oltre a consentire alla polizia federale di fermare chiunque e chiedere i documenti, nega il diritto di cittadinanza ai nati sul suolo americano da immigrati illegali.
Questi nati in terra americana li chiamano anchor baby perché sono un’ancora di salvezza per chi viene dopo di loro e una promessa di riscatto per chi li ha messi al mondo in un paese che non li ha voluti accogliere. Da che parte va l’America?

Grattacieli e soleUltimamente vanno di moda le lettere aperte, quelle sincere, col cuore in mano, con i pensieri migliori e profondi che vengono spinti fuori dalla forza del volerli esprimere. Ci provo anch’io.

Sin da quando ero piccolo ho sempre apprezzato gli insegnamenti, i modi di fare e lo stile di vita dei miei nonni, lavoratori modesti ma di grande dignità, che mi hanno permesso, anche con la collaborazione e la continuazione dei loro sforzi da parte dei miei genitori, di vivere una vita che definisco sempre al di sopra dei miei reali bisogni, anzi di quelli che ritengo i bisogni “normali” di una persona: avere diverse televisioni, pc, macchina, poter studiare senza borse di studio e sostegni vari fuori dalla mia regione. Uno straordinario regalo che nulla ha a che vedere col mio merito personale.

Barack Obama in Indiana«Ci vorranno energie pulite in ogni stabilimento di produzione degli Stati Uniti per competere a livello mondiale su questo settore». Così il presidente Barack Obama ha esordito davanti ad una folla di lavoratori dell’industria delle autovetture il 6 maggio, a Indianapolis. Obama ha portato l’attenzione dell’industria automobilistica sul consumo di carburante, un elemento negativo per il suo programma di energia pulita, in un momento in cui i prezzi del gas hanno creato un “vento contrario” per la crescita economica.

Il 6 maggio è stata la prima volta che Obama si è recato in Indiana da quando ha fatto visita a Kokomo il 23 novembre scorso. Il presidente ha parlato all’Allison transmission a Indianapolis, dove ha potuto osservare i sistemi di propulsione ibrida che l’impianto produce anche grazie a un incentivo di “stimolo” per la produzione delle parti delle autovetture, oltre che (per quanto riguarda elettronica e sicurezza) a una sovvenzione federale del 2009 per migliorare i sistemi poco sicuri e dannosi per l’ambiente.

Morte Bin LadenL’uccisione di Osama Bin Laden è senza ombra di dubbio l’evento fondamentale di quest’ultimo decennio, la chiusura di un cerchio che si era aperto con il primo, storico attacco al cuore degli Stati Uniti, gli attentati dell’11 settembre 2001, e che era sfociato nelle guerre in Afghanistan e in Iraq.
Eppure, il caso Bin Laden ha fin da subito dato adito a varie discussioni, principalmente dovute alla decisione del presidente Barack Obama di non mostrare le immagini del blitz e del cadavere del grande nemico al mondo, nonostante quanto annunciato inizialmente.

È senz’altro un cambio di tendenza netto rispetto alla linea del suo predecessore: con Saddam Hussein, il processo e l’impiccagione furono un vero e proprio evento mediatico, anche se già allora qualcuno si lamentò per la scelta del governo. Obama invece ha preso la strada opposta: non mostrare. Ma nemmeno processare, perché Bin Laden non è stato preso vivo, ma è stato condannato a morte seduta stante.
Questo ci dà l’idea di come i principi basilari della società occidentale, quella democratica, come la trasparenza ed il giusto ed equo processo per tutti, soprattutto per i nemici, vengano meno in casi eccezionali e straordinari.

Figli di puttana e basta«Sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». Parola di Franklin Delano Roosevelt, l’uomo che fece il new deal e vinse la seconda guerra mondiale, non di quel fanatico maccartista di Richard Nixon.
Il presidente Roosevelt si riferiva ad Anastasio Somoza Garcia, presidente del Nicaragua dal 1936 al 1947 e ancora dal 1950 al 1956. Il suo era uno di quei regimi sudamericani, repressivi e corrotti che gli Stati Uniti hanno sostenuto per buona parte del Novecento come baluardo contro l’espansione comunista nel loro “cortile di casa”, l’America latina.

La guerra fredda, ma non solo, è costellata di Garcia. Fin dall’inizio del Novecento, Washington aveva concesso molte volte appoggio politico a regimi autoritari e sanguinari e perfino a golpe militari finalizzati a sostituire governi anche democraticamente eletti, come nel caso tristemente noto del Cile di Salvator Allende, con regimi dittatoriali come quello di Pinochet. Mentre l’America “manteneva l’ordine” nel suo dominio riservato, l’Unione sovietica faceva altrettanto in Europa orientale, schiacciando con l’Armata rossa movimenti riformisti e democratici come quelli di Budapest nel 1956 e di Praga nel 1968.

Centrali nucleariCredo che in Italia la questione – e non solo quella delle centrali nucleari – sia uscita fuori dal suo abito politico e che andrebbe piuttosto indagata sotto altri punti di vista. In questa sede vorrei provare sì ad affrontarla, ma analizzandola attraverso un concetto tipicamente sociologico: quello degli status symbol.
Semplificando potremmo parlare di manie di grandezza o di complessi d’inferiorità, che a mio avviso sono un po’ la stessa cosa. La logica è più o meno questa: «lui ce l’ha, ed io dimostro che posso averla anch’io». Un po’ come Mussolini quando tentò di accaparrarsi il suo “posto al sole” per farsi grande agli occhi della Germania e del mondo.
La grandiosa impresa africana si rivelò la conquista d’una scatola di sabbia, almeno all’epoca.

Le centrali nucleari in Italia, come anni fa lo furono le terre colonizzate, sono meri status symbol. Se si cercasse di affrontare un discorso razionale, emergerebbero tutti quegli argomenti a sfavore delle suddette centrali, dei quali si discute da anni e di cui tutti siamo a conoscenza: i tempi e l’amministrazione, lo smaltimento delle scorie, i rischi di incidenti e (non ultimi) i costi.
Dovremmo anche adattare questi problemi a quello che è il nostro Paese, calcolandone la situazione economica e territoriale, nonché la capacità d’amministrazione.

«Per una volta siamo contenti che Mubarak non abbia mantenuto le sue promesse» si scherza a Il Cairo, «aveva giurato che non avrebbe lasciato». Il giorno dopo aver rifiutato di dimettersi, respingendo i “diktat stranieri”, il presidente si è tolto di mezzo. Gli egiziani hanno scritto una pagina decisiva di una storia che, tutt’altro che finita, pare invece accelerare la sua marcia. Hanno vinto, finalmente. Le immagini di festa, spontanea come la protesta, fanno bene al cuore in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo e come quelli che verranno, probabilmente, anche in Egitto.

I protagonisti di questa (finora) bella storia hanno nomi, volti e speranze. Il regime trentennale di Mubarak è stato spazzato via in pochi giorni da quella che è stata definita la “generazione dei social network”. Si tratta della società in rete globale e globalizzata – la nostra – che, dopo aver assistito alla fragilità del regime tunisino di Ben Ali tramite le televisioni satellitari e i racconti dei blogger, si è organizzata autonomamente tramite internet, senza leader e senza partiti, ed è scesa in piazza a chiedere di vedersi riconosciuti quei diritti di libertà, autodeterminazione e ricerca di un futuro migliore che covano nei cuori degli individui ovunque essi vivano. Sono loro, giovani, colorati e coraggiosi, il lato bello e foriero di speranza di tutta questa storia.