Mia nonna votava fascista, come d’altronde faceva anche mio nonno. E proprio perché parliamo di mia nonna, capirete che stiamo parlando del dopo-guerra. A quel tempo erano entrambi braccianti di un proprietario terriero locale: un modo più elegante (lo era allora come lo sarebbe oggi) per dire che erano due servi della gleba, trattati dal proprio padrone al pari di una qualsiasi merce, come sua proprietà privata.

Sotto campagna elettorale, sui campi dove lavoravano dall’alba al tramonto, si presentava il capobastone di turno al servizio del proprietario terrerio. Brandendo il suo bastone di frassino andava giù di mazzate sulla schiena di questo e di quest’altro bracciante, per poi spiegare loro: «tu fai una piega sull’angolo in basso a destra della scheda elettorale, tu fai un piccolo strappo in alto al centro, tu fai un piccolo puntino sotto il simbolo del partito. Che poi allo spoglio delle schede c’è uno dei nostri che controlla scheda per scheda e vediamo chi non ha votato fascista, lo fracassiamo di mazzate e poi lo mandiamo a casa».

Le mazzate poi arrivavano comunque e indistintamente a tutti e a più e più riprese, prima del voto, dopo il voto anche a chi aveva eseguito gli ordini e persino a distanza dalla campagna elettorale. L’obiettivo era quello di ribadire con constanza quali fossero i ruoli, chi era il servo e chi il padrone. Semmai qualcuno se ne fosse dimenticato.

Diritto alla vita o diritto al lavoro? Quando si parla di Taranto e del suo cinquantennale problema con l’Ilva e con l’inquinamento, la domanda si rivela pleonastica, per non dire demenziale.

Considerata una delle città più floride e potenti di tutta la Magna Grecia sotto il governo e la guida di Archita, diventata poi principato sotto il dominio dei Normanni e a seguire degli Svevi, annessa al Regno di Napoli con l’avvento degli Aragonesi e assunta a importante porto militare sotto il dominio spagnolo, Taranto si è sempre sostenuta grazie all’agricoltura, alla pesca e all’artigianato: qualità che, insieme alla sua naturale bellezza e alla sua posizione strategica, l’hanno resa col tempo una delle città più ricche del Mediterraneo.

Studi di marketing hanno dimostrato che in campagna elettorale non importa l’effettivo programma politico, quanto le frasi demagogiche e il coinvolgimento emotivo col candidato. Puoi anche essere un piduista che ha fondato il suo impero corrompendo giudici (ogni riferimento a Berlusconi, a Berlusconi o a Berlusconi è puramente casuale); se sai vendere te stesso, puoi essere eletto.

È anche importante saper usare a proprio vantaggio le frasi ad effetto. Non importa che siano credibili, al contrario, è importante usare la regola delle tre “e”: esagerato, eccezionale, èppropriounacazzata. Può rivelarsi una buona idea, ad esempio, dichiarare cose del tipo “sconfiggerò il cancro”, oppure “porterò la vita media a 120 anni”, o anche “pompini gratis per tutti”.

Simone De Ruosi è un neoeletto consigliere di Nichelino, città di cinquantamila abitanti in provincia di Torino. Nella vita è uno studente del Politecnico di Torino, corso di produzione industriale, facoltà di ingegneria I. Indirizzo interessante che permette di ottenere una doppia laurea: quella di ingegneria a Torino, e quella di economia ad Athlone, Irlanda. È anche nuotatore di rilievo, campione italiano a 16 anni, con una carriera però interrotta prematuramente a 17 anni per una trombosi alla spalla. Molti i suoi interessi oltre la politica: appassionato di cinema, divoratore di libri, instancabile viaggiatore, produttore casalingo di birra.

Va innanzitutto premesso che è stata una tornata elettorale sufficientemente inconsueta, perché abituati a scrutini dagli eclatanti ribaltoni, dalle conferme schiaccianti, oppure (in casi minori) dai desolanti pareggi. Almeno per quanto riguarda le elezioni europee, si è invece assistito alla realizzazione del caos calmo morettiano: generalmente – e a una stratificazione più esterna – nulla di nuovo oltre l’orizzonte già conosciuto; ma una volta superata la scorza del sistema Italia, un’inoppugnabile, seppure ovattata, inversione di tendenza politica.
Volendo subito arrivare a una conclusione quanto più possibile sintetizzata: confermato il primato dei partiti di governo, mancata affermazione del mito berlusconiano; fratturata l’idea politica del Partito Democratico, resistite le basi dello stesso progetto politico; diminuito il consenso per il bipartitismo, esteso il populismo; riacquisito l’elettorato di sinistra, castigate – per l’ennesima volta – le sinistre.

Ma andiamo con ordine.

Circa un anno fa, Silvio Berlusconi vinceva con una maggioranza bulgara le elezioni politiche italiane. Ad un anno di distanza le europee sono un test importante, utilizzabile come termometro del consenso. Il Cavaliere scende in campo direttamente, dice di metterci la faccia, anche se poi non potrà diventare europarlamentare. In quest’anno è stato perfetto, moltissime promesse della campagna elettorale sono state soddisfatte.

Silvio Berlusconi parteciperà, per la prima volta, ad una delle celebrazioni della Liberazione del nostro paese dalle forze nazifasciste. Negli ultimi anni si è scatenata una vera e propria guerra sulla memoria che da una parte negava la stessa esistenza della resistenza (basti pensare ad Indro Montanelli, che non vedeva nella stessa una reale  ed effettiva funzione di liberazione), e dall’altra attaccava le forze di sinistra di essersi impadronite di un qualcosa che non era di loro proprietà, o almeno non solo.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte VII.

Ovvero: speculazione edilizia, la vita sugli allori, Eluana Englaro, annunci e buon auspici.