Bandiera PdCaro Partito Democratico,

per alcuni, come per me che ti scrivo, la tua nascita significava novità, cambiamento, o per lo meno un vago sentore di un partito nuovo, piuttosto che di un nuovo partito, che voleva cambiare, e non trascinarsi dietro vecchie e pesanti eredità. Un partito che doveva sentirsi nuovo. Novità e cambiamento erano le due parole chiave.

Questo potevi essere, nelle intenzioni: questo dovevi essere. Ma questo sei stato?

A chi appartiene il male? La domanda – scontata, banale, eppure efficace – è aperta ad un grande numero di interpretazioni, di risposte. Nel diritto contemporaneo – in maniera molto grossolana – il male appartiene a chi lo compie. Degli effetti che ne scaturiscono si tenta di eliminare gli elementi riparabili.
Il male è individuale o collettivo, afferisce ai soggetti titolari di una personalità, ed è tale perché tanto ha stabilito una legge, un disposto. Il male esiste perché è già stato stimato: così è nelle collettività organizzate.
 

Cosa accade quando nessuno decide? Capita alla volte che uno Stato – l’Afghanistan ne è l’esempio tipico – nasca o cresca debole, incapace, delegittimato. In questa situazione di debolezza il diritto esiste, ma non si applica: le istituzioni non offrono al cittadino le soluzioni ai bisogni che esso nutre; le persone soppesano di proprio pugno ciò che le interessa, ciò che è giusto o sbagliato.
Lo Stato serve affinché le persone si decidano su cosa è bene e male. 
Paradossalmente, senza uno Stato il valore di un’azione diventa irrilevante: senza una società uccidere vale quanto procreare, almeno dal punto di vista del giudizio e dei rimedi.

Simone De Ruosi è un neoeletto consigliere di Nichelino, città di cinquantamila abitanti in provincia di Torino. Nella vita è uno studente del Politecnico di Torino, corso di produzione industriale, facoltà di ingegneria I. Indirizzo interessante che permette di ottenere una doppia laurea: quella di ingegneria a Torino, e quella di economia ad Athlone, Irlanda. È anche nuotatore di rilievo, campione italiano a 16 anni, con una carriera però interrotta prematuramente a 17 anni per una trombosi alla spalla. Molti i suoi interessi oltre la politica: appassionato di cinema, divoratore di libri, instancabile viaggiatore, produttore casalingo di birra.

Ho aspettato un po’ prima di scrivere questo articolo per due motivi in particolare:

  • era necessaria una minima distanza temporale per cercare di sviluppare un’analisi completa;

  • se avessi scritto due mesi fa in pochi avrebbero capito ciò che cercherò di dire.

Son passati due mesi da quando Renato Soru perse in Sardegna dopo quasi cinque anni di buon governo, e Silvio Berlusconi dimostrò per l’ennesima volta la sua forza elettorale a tutta l’Italia.

Pochi giorni dopo Walter Veltroni si dimise e il Partito Democratico sprofondò in una crisi esistenziale che covava dalla sua nascita, il 14 ottobre 2007.

Le analisi di Mirko Pagliai su questo giornale, e di molti commentatori sulle testati più importanti, sono state pungenti e veritiere in molti frangenti, ma hanno continuato nel non affrontare il punto della questione: la necessità storica del Partito Democratico italiano.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XII.
Ovvero: paura del padrone, aiutiamo l’Abruzzo, Bossi tax, censurando Vauro.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte VII.

Ovvero: speculazione edilizia, la vita sugli allori, Eluana Englaro, annunci e buon auspici.

La mia esperienza iberica mi sta insegnando molte cose sul mio paese e sul mondo.

Nella lezione di marketing di questa mattina il professore ha chiesto quanti di noi lavorassero.

Risposta: nessun italiano, dieci spagnoli. La cosa mi ha colpito molto, considerando che la classe è equidistribuita tra italiani e spagnoli (una trentina per gruppo) e una decina di persone dal resto del mondo.

Continua da Il Socialismo della destra italiana (parte I), di Alessandro Natale.

Il filosocialismo berlusconiano è un fenomeno politico strano. Qualcuno potrebbe obiettare che lo stesso Veltroni abbia citato Sarkozy durante il discorso alla manifestazione del 25 ottobre. Non credo sia la stessa cosa.

Le vicende e le manifestazioni di questi giorni portano al centro del dibattito politico italiano la bella politica. La politica delle manifestazioni pacifiche fatte di gente che crede ancora nel bene(male)detto bel Paese.

C’è gente che si lamenta di tutto e non fa niente per la propria terra. C’è gente che scende in piazza per farsi sentire.