
Ogni volta che un soldato italiano muore in Afghanistan, l’Italia si ricorda di esserci. Esserci a far cosa? Una missione di pace, ovviamente. In quella che il ministro della difesa Ignazio La Russa ha generosamente definito «ipocrisia buonista» si riflette buona parte dell’atteggiamento di un Paese poco interessato alle vere questioni della sua politica interna e ancor meno attento alla sua politica estera.
Difetti di cittadinanza a parte, mi sembra che l’alto prezzo di vite umane che la comunità internazionale sta pagando al tentativo di stabilizzazione di quel paese lontano – per il quale l’Italia ha fatto la sua parte – meriterebbe una maggiore delicatezza, se non proprio una migliore competenza, quanto meno da parte delle forze politiche. Gli avvoltoi del voto che immancabilmente si lanciano sulle vittime italiane di ritorno dall’Afghanistan, gettano benzina sul fuoco di una forte divisione interna, esistente soprattutto a livello di società civile, aumentando così in modo considerevole i pericoli cui sono esposti i nostri militari e deteriorando la credibilità italiana ed europea sulla scena internazionale.
Il dibattito sulla nostra presenza in Afghanistan dovrebbe invece partire da una diversa chiarezza e comprensione reciproca. Non solo e non tanto per creare un’unanimità di consenso che non sarebbe possibile né tanto meno auspicabile, ma per aumentare la consapevolezza di cosa stiamo facendo là e perché, di come lo stiamo facendo e perché, per poter discutere più chiaramente se è necessario rimanerci oppure non sia il caso di ritirarsi.
Un sereno e informato dibattito politico anche su temi di questo livello è ciò che permette alle democrazie di agire esternamente come democrazie. In tutto questo, l’odiosa e ossimorica «ipocrisia buonista» tutta italiana della “missione (militare) di pace” non deve e non può trovar posto, pena la degenerazione di un dibattito potenzialmente costruttivo in un’inutile e frustrante cagnara ideologica.
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La tragedia avvenuta nelle scorse ore al largo della striscia di Gaza è drammaticamente concreta. Diciannove morti sono diciannove vite spezzate, che meritano rispetto e commozione prima di ogni ulteriore considerazione. Accanto alla tragedia di queste ore però non può non balzare agli occhi il dramma ancor più doloroso e profondo del conflitto tuttora irrisolto tra israeliani, palestinesi e mondo arabo.
Il governo di Israele ha sbagliato, per l’ennesima volta. Se è vero come sembra che l’attacco alla flottiglia non governativa è seguito al semplice tentativo di rompere pacificamente il blocco navale imposto a Gaza dalla flotta israeliana e se davvero a bordo delle navi non vi erano armi e miliziani, ma soltanto aiuti umanitari e pacifici volontari, l’errore diventa un crimine che indigna, stupisce e spaventa.
Indigna, perché è inammissibile morire per il solo tentativo di portare aiuto a una popolazione in difficoltà; stupisce, una volta ancora, perché Israele è un paese democratico, civile e maturo; spaventa, più di ogni altra cosa, per le conseguenze che questo gesto sconsiderato potrebbe avere nelle relazioni di Israele con il mondo arabo, con il prezioso alleato turco e tutta la comunità internazionale.
Una comunità internazionale che – è bene dirlo adesso più forte che mai – non può e non deve abbandonare Israele ai suoi errori e ai suoi governanti troppo spesso irresponsabili. Non lo merita il popolo israeliano, non lo merita la storia drammatica di quella nazione cui tutti noi dobbiamo qualcosa. Non lo merita neppure l’altra nazione, quella palestinese, il cui sacrosanto diritto all’autodeterminazione, alla creazione di un proprio Stato indipendente e sovrano è e deve essere universalmente riconosciuto.
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