violenza della poliziaContinua da La questione basca – Parte II.

Sono sorte associazioni per denunciare le gravissime e reiterate violazioni dei diritti umani da parte del governo spagnolo; associazioni che hanno duramente criticato lo svolgimento del processo 18/98 e di altri processi antiterrorismo condotti soprattutto dal giudice Baltasar Garzon, per la quasi assoluta mancanza di prove certe contro gli imputati. Tra esse c’è l’associazione Gestora pro amnistia (poi divenuta Askatasuna), che è stata incriminata per terrorismo nell’ambito del processo 33/01, sempre condotto dal giudice Garzon. I militanti dell’associazione, durante il periodo di fermo, hanno subito ripetute torture da parte della polizia, oltre che umiliazioni fisiche, psicologiche e sessuali. Le uniche prove presentate contro di loro sono state perizie e testimonianze degli stessi poliziotti che li avevano arrestati, in contrasto con qualunque principio di un equo processo. L’associazione è stata chiusa (qui la fonte di peacereporter).

Notizie frammentarie e spesso contraddittorie continuano ad arrivare dalla Libia. Il numero delle vittime continua a crescere e sembra aver superato la soglia dei mille morti. Di fronte alla crudele realtà delle cifre, il farneticante discorso alla nazione che Gheddafi ha tenuto ieri, spaventa ancor di più. Spaventa non solo per le parole, per i toni, per le espressioni. Terrorizza per l’aperta minaccia di reprimere nel sangue le contestazioni, di scagliare contro i manifestanti la forza violenta del regime. Una minaccia che viene messa in atto proprio in queste ore. Il paese è sull’orlo della guerra civile, alcuni parlano già di un genocidio, senz’altro si tratta di un massacro di Stato compiuto sotto gli occhi, apparentemente impotenti e troppo spesso complici, della comunità internazionale.

«Per una volta siamo contenti che Mubarak non abbia mantenuto le sue promesse» si scherza a Il Cairo, «aveva giurato che non avrebbe lasciato». Il giorno dopo aver rifiutato di dimettersi, respingendo i “diktat stranieri”, il presidente si è tolto di mezzo. Gli egiziani hanno scritto una pagina decisiva di una storia che, tutt’altro che finita, pare invece accelerare la sua marcia. Hanno vinto, finalmente. Le immagini di festa, spontanea come la protesta, fanno bene al cuore in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo e come quelli che verranno, probabilmente, anche in Egitto.

I protagonisti di questa (finora) bella storia hanno nomi, volti e speranze. Il regime trentennale di Mubarak è stato spazzato via in pochi giorni da quella che è stata definita la “generazione dei social network”. Si tratta della società in rete globale e globalizzata – la nostra – che, dopo aver assistito alla fragilità del regime tunisino di Ben Ali tramite le televisioni satellitari e i racconti dei blogger, si è organizzata autonomamente tramite internet, senza leader e senza partiti, ed è scesa in piazza a chiedere di vedersi riconosciuti quei diritti di libertà, autodeterminazione e ricerca di un futuro migliore che covano nei cuori degli individui ovunque essi vivano. Sono loro, giovani, colorati e coraggiosi, il lato bello e foriero di speranza di tutta questa storia.

Ogni volta che un soldato italiano muore in Afghanistan, l’Italia si ricorda di esserci. Esserci a far cosa? Una missione di pace, ovviamente. In quella che il ministro della difesa Ignazio La Russa ha generosamente definito «ipocrisia buonista» si riflette buona parte dell’atteggiamento di un Paese poco interessato alle vere questioni della sua politica interna e ancor meno attento alla sua politica estera.

Difetti di cittadinanza a parte, mi sembra che l’alto prezzo di vite umane che la comunità internazionale sta pagando al tentativo di stabilizzazione di quel paese lontano – per il quale l’Italia ha fatto la sua parte – meriterebbe una maggiore delicatezza, se non proprio una migliore competenza, quanto meno da parte delle forze politiche. Gli avvoltoi del voto che immancabilmente si lanciano sulle vittime italiane di ritorno dall’Afghanistan, gettano benzina sul fuoco di una forte divisione interna, esistente soprattutto a livello di società civile, aumentando così in modo considerevole i pericoli cui sono esposti i nostri militari e deteriorando la credibilità italiana ed europea sulla scena internazionale.

Il dibattito sulla nostra presenza in Afghanistan dovrebbe invece partire da una diversa chiarezza e comprensione reciproca. Non solo e non tanto per creare un’unanimità di consenso che non sarebbe possibile né tanto meno auspicabile, ma per aumentare la consapevolezza di cosa stiamo facendo là e perché, di come lo stiamo facendo e perché, per poter discutere più chiaramente se è necessario rimanerci oppure non sia il caso di ritirarsi.

Un sereno e informato dibattito politico anche su temi di questo livello è ciò che permette alle democrazie di agire esternamente come democrazie. In tutto questo, l’odiosa e ossimorica «ipocrisia buonista» tutta italiana della “missione (militare) di pace” non deve e non può trovar posto, pena la degenerazione di un dibattito potenzialmente costruttivo in un’inutile e frustrante cagnara ideologica.

La tragedia avvenuta nelle scorse ore al largo della striscia di Gaza è drammaticamente concreta. Diciannove morti sono diciannove vite spezzate, che meritano rispetto e commozione prima di ogni ulteriore considerazione. Accanto alla tragedia di queste ore però non può non balzare agli occhi il dramma ancor più doloroso e profondo del conflitto tuttora irrisolto tra israeliani, palestinesi e mondo arabo.

Il governo di Israele ha sbagliato, per l’ennesima volta. Se è vero come sembra che l’attacco alla flottiglia non governativa è seguito al semplice tentativo di rompere pacificamente il blocco navale imposto a Gaza dalla flotta israeliana e se davvero a bordo delle navi non vi erano armi e miliziani, ma soltanto aiuti umanitari e pacifici volontari, l’errore diventa un crimine che indigna, stupisce e spaventa.

Indigna, perché è inammissibile morire per il solo tentativo di portare aiuto a una popolazione in difficoltà; stupisce, una volta ancora, perché Israele è un paese democratico, civile e maturo; spaventa, più di ogni altra cosa, per le conseguenze che questo gesto sconsiderato potrebbe avere nelle relazioni di Israele con il mondo arabo, con il prezioso alleato turco e tutta la comunità internazionale.

Una comunità internazionale che – è bene dirlo adesso più forte che mai – non può e non deve abbandonare Israele ai suoi errori e ai suoi governanti troppo spesso irresponsabili. Non lo merita il popolo israeliano, non lo merita la storia drammatica di quella nazione cui tutti noi dobbiamo qualcosa. Non lo merita neppure l’altra nazione, quella palestinese, il cui sacrosanto diritto all’autodeterminazione, alla creazione di un proprio Stato indipendente e sovrano è e deve essere universalmente riconosciuto.

Si fa presto a prendersela contro Israele, mostrando – al solito – l’unico nostro interesse per una giustizia troppo sommaria e poco giusta. Sia chiaro: alla luce delle informazioni cui disponiamo sin’ora, tutte le accuse rivolte al governo di Gerusalemme sono più che legittime e ben pesate.

Il peccato, purtroppo, sta nell’ignorare volutamente le responsabilità che l’intera comunità internazionale condivide – impunemente – con Israele.

Il teatrino politico è ormai sempre lo stesso – ed è ben conosciuto da noi italiani, che lo applichiamo in tutti i campi dello scibile: indignazione, rammarico, rabbia, condanna, richieste di inchieste e chiarimenti. Tutte interessantissime posizioni destinate a lasciare il tempo trovato, poiché nel giro di qualche giorno la discussione cade in sordina e si sposta automaticamente sul nuovo tormentone del momento, quello che genera la maggiore audience (non solo mediatica, ma soprattutto politico-sociale). Natura e cause degli incidenti (non solo quelli legati alla Palestina) restano sempre le stesse, ma ad ogni ciclo si ha l’impressione che non ci siano mai stati precedenti utili a un intervento definitivo.

Lunedì 7 dicembre 2009 si aprirà a Copenhagen il summit mondiale sul clima: la posta in gioco è altissima, riguarda da un lato le possibilità di sopravvivenza dell’attuale ordine internazionale, dall’altro il futuro stesso del nostro pianeta.

Tra i significati che il vertice inevitabilmente assumerà, l’aspetto più trascurato dai media del nostro Paese è la dimensione di banco di prova per verificare la capacità dell’ordine internazionale vigente di dare alla società globale le risposte più impellenti.

L’attuale ordine internazionale multilaterale è sottoposto a tensioni crescenti, dovute da un lato all’ascesa delle potenze emergenti (su tutte Cina, India e Brasile), dall’altro al persistere dei danni causati dalle forzature unilateraliste operate dagli stessi Stati Uniti d’America negli otto anni dell’amministrazione Bush.

Il summit di Copenhagen dimostrerà se l’ordine multilaterale è ancora in grado di realizzare gli obiettivi minimi della comunità internazionale, primo fra tutti la sua sopravvivenza.

Una fra le più antiche ed intricate questioni su cui periodicamente si arrovellano gli studiosi di relazioni internazionali può essere sintetizzata come segue: la guerra appartiene alla patologia o alla fisiologia dei rapporti fra Stati? Per un verso, è indubbio che la natura policentrica – “anarchica”, direbbe Hedley Bull – della società internazionale favorisca l’emergere di controversie non risolvibili mediante norme giuridiche: in parte per la natura lacunosa, spesso sfuggente, del diritto internazionale; in parte per volere dei soggetti stessi, gli Stati, tradizionalmente restii a sottoporsi ad un’autorità terza e imparziale (corti di arbitrato, tribunali speciali, e via discorrendo).

D’altro canto, nessuno potrebbe negare che l’ultimo sessantennio sia stato caratterizzato da un notevole incremento delle attività di cooperazione: gli spaventosi costi umani delle due guerre mondiali hanno reso il conflitto bellico un’opzione meno praticabile di quanto non lo fosse in precedenza, e la nascita di una pluralità di organizzazioni – a cominciare dalle Nazioni Unite – ha permesso di istituzionalizzare ambiti in cui eventuali contrasti possano essere risolti senza spargimenti di sangue.

Un capitolo particolarmente riuscito nel processo di «civilizzazione» della comunità internazionale sembra essere costituito dall’Unione Europea. Com’è stato possibile che un continente lacerato dalla violenza, teatro di spaventosi massacri protratti sino alla metà del secolo scorso, si sia trasformato in un’oasi di pace, basata sul rispetto di diritti civili, politici e sociali, popolata da donne e uomini sordi alle sirene del militarismo?

È questo l’interrogativo al centro dell’elegante volume L’età post-eroica, scritto da James J. Sheehan, docente a Stanford, e recentemente edito da Laterza.

L’uomo in fuga è ancora in fuga. Ma non finisce qui: perché l’uomo in fuga fugge almeno da quindici anni a questa parte, o almeno da quindici anni nelle vesti alternate del politico e dello statista, ogni volta da un nemico diverso, ma in fondo in fondo sempre dagli stessi nemici; ma questa volta l’uomo in fuga si è perso all’interno di un labirinto, e non tutti i suoi alleati sono più disposti a dargli filo da torcere per farlo giungere sino all’uscita. Ironia del destino, quel labirinto l’ha tirato su proprio lui, è il frutto del suo impegno politico, proprio nella certezza se non nella speranza di poter fuggire dai suoi nemici.
E di fatti c’è riuscito: non si ha più memoria dell’ultimo avvistamento della sinistra fuori da quelle mura – giorni? Mesi? Anni? Epoche o repubbliche?
Il problema è che si è perso anche lui, tanto preoccupato a imbrigliare la matassa al punto da essersi legato le mani in quegli stessi nodi.

Ricorda molto il mito del labirinto di Cnosso – quello del Minotauro, per intenderci – e dell’architetto Dedalo che ne fu il costruttore.
Ora, da buon Icaro quale è, tenta l’ultima, disperata via per la salvezza. Ma sussiste il timore che la cera possa non essere sufficiente. Spiccare il volo potrebbe stare a significare battere le ali per l’ultima volta.
Ma non temete: la sinistra non è da meno, ha gli stessi problemi. Vive il dilemma del gabbiano ipotetico, quello raccontato da Giorgio Gaber.