da: La Cittadella Interiore del 07-11-2011

Gli accadimenti di questi giorni in merito alla crisi mondiale stanno spingendo all’acuirsi di odi, di lotte di fazioni, di risatine francesi e, purtroppo, di auto e case bruciate; la crisi economica, insomma, fa problema anche oltre i meri flussi di denaro, i grafici e le statistiche dei tecnici. Negli ultimi tempi, nonostante la mia formazione, mi sono cimentato con varie letture di ambito economico, seppur, per forza di cose, ancora superficiali e “divulgative”.

È quella sensazione di disagio interiore, di quelle volte che capisci che si sta completamente mancando il nocciolo della questione, senti che qualcosa ti sfugge, che qualche domanda sta rimanendo senza risposta.

Stiamo parlando della sensazione che dovremmo (condizionale d’obbligo) provare guardando gli approfondimenti dell’attualità italiana in televisione: la crisi si sta facendo sentire ed è, bene o male, l’argomento principale dell’informazione mondiale, ma da noi tutto si risolve ad una discussione sulla tenuta del governo Berlusconi.

Ballarò, Galan ed Enrico Letta discutono sul perché, quando fu tagliato il rating dell’Italia sotto il governo Prodi, l’opposizione di allora diede ragione alle agenzie, mentre oggi, a parti invertite, dice l’opposto.

Come se fosse questo il problema.

Associazione calciatori“I ricconi si permettono di scioperare”. L’ha detto Maurizio Beretta, presidente della Lega calcio di Serie A, a proposito della minaccia da parte dell’Associazione calciatori di uno sciopero  per la prima giornata di campionato.

Il nodo della questione è il contratto collettivo, più precisamente la richiesta, da parte dell’Aic, che i giocatori fuori rosa (ovvero, quei giocatori che non vengono ritenuti utili alla “rosa” della squadra), restino inseriti nel gruppo e non costretti ad allenarsi a parte, emarginati, come invece è accaduto fino a oggi. Un esempio può essere il caso dei calciatori della Lazio Goran Pandev e Cristian Ledesma, risalente a pochi anni fa, ai quali fu impedito di giocare e di allenarsi assieme al resto dei compagni, in quanto decisi a non rinnovare il contratto con la società.

Per l’Associazione calciatori, il sindacato di categoria, questa è una discriminazione: si impedisce al giocatore di fare il suo lavoro e di lavorare a fianco al resto della squadra, e allo stesso tempo gli si impedisce di trasferirsi ad un’altra società e di rescindere il contratto con il club di appartenenza. In ambito extra-sportivo, è assimilabile a quello che chiamiamo mobbing.

L’attuale crisi economica certo non si accompagna a un’austerità dei commenti, anzi. Ne approfitto per introdurre alcuni concetti base riguardante la politica economica.
Iniziamo col dire che l’economia della produzione di beni e servizi è tradizionalmente divisa in quattro elementi: il consumo, gli investimenti, gli acquisti pubblici e le esportazioni nette. Ogni espansione della domanda deve provenire almeno da uno di queste quattro spese.

Spesa e domanda aggregataLa C indica il consumo, ossia la spesa delle famiglie. La I l’investimento delle imprese, la G la spesa dello Stato con la politica fiscale; le esportazioni X meno le importazioni M danno il saldo netto degli scambi con l’estero.

Debito pubblicoContinua da Debito pubblico, parte I.

Il debito pubblico è una forma di trasferimento degli oneri di spesa attraverso le generazioni e mediante gli interessi: oggi si finanzia un’infrastruttura pubblica, ma la spesa da sostenere verrà ripartita anche sulle generazioni future, che altrimenti si troverebbero a godere dei benefici di uno sforzo da loro non partecipato.
La gestione del debito pubblico riguarda quindi non solo una scelta mono-periodale, ma è una decisione che coinvolge anche le generazioni a venire.

Fondamentalmente i problemi derivanti da alto livello del debito sono quelli diretti sull’ammontare di investimenti: si parla in gergo di “effetto spiazzamento”. Ossia, dovendo finanziare le casse dello Stato per permettere di ripagare il dovuto, viene a crearsi in aggregato nell’economia una carenza di risorse da destinare all’investimento privato, per cui si abbassa il livello di domanda aggregata e di potenziale crescita del PIL.

Josè SocratesJosè Socrates, primo ministro portoghese, ha presentato ieri le dimissioni. Il capo dello stato Anibal Cavaco Silva non le ha ancora formalmente accettate ma la prospettiva più probabile è quella che si vada alle elezioni anticipate. Una crisi politica in questo momento, ha avvertito ieri il premier portoghese, potrebbe avere «conseguenze gravissime» per il paese. La crisi politica è arrivata infatti a causa della bocciatura, con il voto convergente di tutti i partiti di opposizione, di centro-destra e di sinistra (il governo Socrates era un governo minoritario), della manovra antideficit concordata con Bruxelles dal premier. Socrates è comunque deciso a ripresentarsi alle elezioni, anche se i sondaggi danno il Psd (Partito social democratico), principale partito di opposizione di centro-destra, probabile vincitore di possibili politiche anticipate, e il suo presidente Passos Coelho quale probabile prossimo premier portoghese.

La «tempesta perfetta» che ha investito il mondo arabo e il Medio Oriente è un evento di portata storica davanti al quale l’Occidente – se ancora esiste – si è presentato debole, diviso e impaurito. Gli effetti della più grave crisi economica dal secondo dopoguerra non potevano limitarsi a un brusco aumento della disoccupazione nei paesi più ricchi e, infatti, la recessione ha colpito più duro laddove la globalizzazione non ha ancora portato la maggioranza delle persone fuori dalla povertà.

La rivoluzione araba è senza dubbio un prodotto della crisi economica. È anche, però, il risultato – inevitabile e tardivo – della fine della Guerra fredda e del crollo del sistema bipolare. Quello a cui stiamo assistendo è il secondo tempo dell’89, proiettato sull’altra sponda del Mediterraneo. Se nella logica della guerra ideologica tra capitalismo e comunismo appariva “normale” che gli Stati Uniti e i loro alleati sostituissero i regimi coloniali in smantellamento con dittature filoccidentali, giustificate dal timore di un’avanzata comunista in zone vitali per la loro sicurezza e la loro prosperità, con la sconfitta del comunismo tutto questo era destinato, con buona pace dei Mubarak, a finire. Sta finendo in queste ore, con anni di ritardo, a causa del declino del potere americano, dell’incapacità dell’Europa di assumere un ruolo propositivo ed attrattivo almeno nei suoi più immediati confini, dell’aggravarsi della crisi economica e della crescente consapevolezza delle persone. Proprio quest’ultimo fattore è dovuto alla sempre maggiore diffusione dei nuovi media, che permettono di liberare le potenzialità globali della società in rete.

 

Ladies and gentlemen, gli Stati Uniti. Con questo filmato ritmato, pittoresco e discretamente pacchiano Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska, candidata alla vice presidenza con McCain nel 2008 e ora leader del movimento conservatore ultraliberista del Tea Party, ha voluto celebrare su YouTube la netta vittoria dei Repubblicani alle elezioni di midterm 2010. Gran parte del merito, in effetti, va al suo movimento. La carica emozionale e mobilizzante delle maree imbandierate del video non sono finzione, così come reali sono i voti andati in massa al Grand Old Party.

Come Barack Obama due anni or sono, il Tea Party ha risvegliato l’America e l’America, umorale come sempre, ha risposto. Il popolo dello “Yes we can” di Obama era fatto dagli intellettuali liberal frustrati da otto anni di Bush & Cheney, da giovani che per la prima volta si recavano alle urne, da afroamericani e ispanici, dai bianchi di una middle class impoverita dai regali di G. W. alla grande finanza. Il grizzly della Palin, invece, è il popolo conservatore, antistatalista e antielitista, che difende i valori tradizionali americani, odia le tasse e l’intervento pubblico, odia gli intellettuali della costa orientale identificati come antitesi della “vera America”. Qui il populismo (nel senso storico e più “nobile” del termine, ossia quel movimento politico e sociale che professa la sacralità del popolo rispetto alle élites, la sua saggezza innata e connaturata al suo stesso modo autentico e puro di vivere) è di casa.

È curioso il lavoro fatto da Ridley Scott (I duellanti, Alien, Blade runner, Thelma e Louise, Il gladiatore) sulla figura di Robin Hood. Il suo eroe, prima di tutto, non è il celebre Robert Locksley, fin qui sempre usato nelle riduzioni cinematografiche delle sue imprese, ma il protagonista della precedente leggenda sassone Robin Longstraide, arciere del re Riccardo cuor di leone durante la terza cociata (1189-1192), il che spiega anche il celebre cappuccio (in inglese, “hood”) spesso tralasciato nelle precedenti versioni.

Scott racconta una storia nuova, senz’altro priva di attinenze con la leggenda conosciuta del bandito di Sherwood, ma che in un certo senso la presuppone e ne fonda le origini. Si ritrova una maggiore attenzione storica (cosa inusuale in un film di Ridley Scott, dove solitamente la Storia viene piegata al fine di un messaggio sociale del film, vedi Il gladiatore o Le crociate), con l’introduzione di una figura come Guglielmo il maresciallo, protagonista dell’Inghilterra di quegli anni ma mai neppure accennato nelle precedenti versioni, o della “carta dei diritti”, che altro non è che la Magna carta libertatum che il futuro re Giovanni senzaterra sarà costretto a concedere ai baroni nel 1215.

Importante la rivisitazione sia del principe Giovanni, un re sprovveduto, ma non il tiranno che la leggenda ha tramandato, e di re Riccardo, lontano dal ruolo salvifico che gli si è soliti attribuire (egli in realtà non morì in terra francese, ma le sue violenze in Terra santa sono bene documentate).

C’è un fenomeno che si ripete costantemente: la crisi dell’edilizia. Si discute da decenni su questo strano fenomeno, molti lo caratterizzano come inevitabile. Andiamo più a fondo e cerchiamo di capirne le “fondamenta”.

Da quest’osservazione si comprende che le case poggiano sul settore creditizio, ossia le banche.

 In un articolo del Financial Times riportato nel numero 19/25 marzo della rivista Internazionale, tre giornalisti disegnano la situazione di molti comuni italiani ormai dilaniati da investimenti ad alto rischio, contratti per sanare il loro già elevato debito. La premessa a questo problema è che la finanziarizzazione dell’economia – come tutti avranno percepito con la crisi economica scoppiata nel 2008 proprio a seguita del formarsi di una bolla finanziaria – sta mettendo in ginocchio non soltanto lavoratori e famiglie, ma anche piccoli comuni, province, regioni e, naturalmente, interi Stati.

Il gioco speculativo delle banche, oltre ad essere perverso, è anche maledettamente complesso. Molti degli strumenti derivati che queste hanno iniziato a propinare ai clienti sono materia di discussione presso le sedi internazionali. Il fulcro della questione è la loro legalità, ma il problema si diventa più serio quando i destinatari di questi prestiti sono enti pubblici.