Se una persona dieci anni fa avesse immaginato di vedere seduti insieme Germania e Francia, Cina, Russia, India e un presidente americano con il nome Obama, se avesse immaginato ex avversari e anche ex nemici uniti per mettere a posto l’economia mondiale, avrebbero detto che era pazza“.
Basterebbero queste parole, tratte dalla conferenza stampa del Presidente degli Stati Uniti d’America alla fine del G20 di Londra, per valutare l’assoluto successo del summit più atteso e temuto della storia del dopoguerra.

Il mondo aveva assoluta necessità di risposte, di interventi e di una ventata di speranza dopo mesi di paura, rabbia e rancore. Il risultato di un fallimento o di un compromesso al ribasso – raccontavano gli economisti – sarebbe stato devastante, e la tanto ventilata depressione decennale d’un tratto avrebbe assunto le dimensioni di un’assai probabile eventualità. E invece, alla faccia dei cinici e degli scettici, il summit di Londra fonda un nuovo capitalismo, non lo archivia, come i più pessimisti prevedevano, e nemmeno lo rilancia inalterato, come alcuni incorreggibili speravano.

Il G20 del 2 aprile 2009 ha cambiato la faccia del pianeta, avviando un vero e proprio “nuovo ordine mondiale“, come tante volte aveva predetto il mai abbastanza stimato premier inglese, Gordon Brown.

La storia della Grecia è sempre stata in qualche modo legata a quella dell’Italia, fin da quando le legioni romane discesero nel Peloponneso e appresero le conoscenze e la cultura che fecero di Roma la civiltà delle civiltà.

Per secoli terra di conquista e di cultura antica, conobbe l’occupazione nazi-fascista durante la seconda guerra mondiale e la guerra civile dalla quale emersero le forze partigiane comuniste, appoggiate dalla maggioranza della popolazione.

Negli anni sessanta, atti terroristici dietro ai quali si nascondeva la mano della Cia destabilizzarono il paese e prepararono il terreno al colpo di stato militare del 1967. Due anni dopo eventi simili avvennero in Italia, culminando nella strage di Piazza Fontana e nella strategia della tensione (vedi articolo L’effetto Watchmen).

In tempi di crisi economica si tende a dimenticare quali fossero le politiche economiche proposte dai governi nei mesi precedenti alla stessa. L’attuale ministro dell’economia, Giulio Tremonti, scrisse ad inizio 2008 un libro che ha rappresentato il vero programma economico dell’attuale governo, La paura e la speranza. Nell’intervista a La7 pubblicata insieme a da quest’articolo, è possibile ricordare quali fossero le idee principali del professor Tremonti circa la situazione economica italiana e mondiale.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte VIII.

Ovvero: le crisi che verranno, fine dell’informazione stampata, low impact man, doppiette per tutti.

Solo i capigruppo dovrebbero votare in Parlamento. Così si accelerebbero i tempi delle votazioni e si renderebbe più governabile il Paese, permettendo al Parlamento di legiferare più in fretta e, quindi, con maggiore efficacia, specialmente in una situazione d’emergenza (come quella di crisi economica che stiamo vivendo).

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte VII.

Ovvero: speculazione edilizia, la vita sugli allori, Eluana Englaro, annunci e buon auspici.

8 marzo, festa della donna. Tra le innumerevoli festività con cui abbiamo riempito il calendario occidentale, probabilmente la più stupida e la più volgare. Non certamente a caso, ma perché, seppur nata in un contesto e con delle finalità completamente diverse, è oggi basata meramente su quell’ignoranza autoreferenziale e auto-giustificatasi che non potrebbe trovare altri aggettivi a descriverla. E sopratutto perché mirante alla conservazione del proprio stato – cioè all’eterna sussistenza dello status quo, nonostante tutto – facendo leva sul perbenismo di chi ci parla e sull’ipocrisia di noi che ascoltiamo.

Cinquemila non è un numero qualsiasi quando si tratta di persone. Non è un numero qualsiasi quando si parla di perdere il lavoro. Nel solo mese di gennaio cinquemila persone son passate dalla lista di mobilità alla disoccupazione.

È inutile nasconderlo, la crisi economica sta mietendo vittime in qualsiasi campo, e un po’ ovunque. E la certezza è che chi prima, chi dopo, tutti ne saranno coinvolti.

Trapelano voci, notizie, articoli, ma nessuno è in grado di spiegare chiaramente come si è entrati e come se ne possa uscire in tempi brevi. O forse nessuno lo vuole spiegare, perché, nel mezzo di una crisi, c’è sempre qualcuno che ne trae vantaggio.

Ho fatto un sogno: era il 1984, e lo era da parecchio tempo, un eterno 1984. Stavo camminando per le strade della mia città, ovunque campeggiavano manifesti con il suo enorme volto sorridente. Sempre sorridente. Lo potevi vedere ovunque fossi. Anche se chiudevi gli occhi, lui era lì davanti a te, a farsi osservare e ad osservarti a sua volta.

Spesso era anche in televisione, quando faceva i suoi comunicati al Paese. Mi pareva esistesse da sempre, come il mondo, sempre giovanile e sorridente, sempre vivo, sempre amato da tutti.

Segue da Spiegare la crisi, parte I.

Continuiamo ad analizzare le cause e le conseguenze della crisi economica. La crisi è partita dagli Stati Uniti e sta investendo l’intero mercato mondiale. Il tutto è stato dovuto alla politica sui prestiti delle banche statunitensi.

La crisi economica procede, nessuno sa bene quando finirà. La politica protezionistica, che sta attirando alcuni paesi, rischia di renderla più dura di quello che ci si aspettava. Gli economisti di tutto il mondo hanno escluso un nuovo ’29, come già spiegato in un articolo di Giuseppe Del Matto. In realtà, la crisi che è iniziata nei mercati finanziari Usa sta colpendo in maniera forte l’economia reale di tutto il mondo (l’esempio tedesco ed i continui scioperi in Europa spiegano al meglio la situazione), e – dal punto di vista dei cittadini – sembrerebbe peggiore del ’29.