
“Se una persona dieci anni fa avesse immaginato di vedere seduti insieme Germania e Francia, Cina, Russia, India e un presidente americano con il nome Obama, se avesse immaginato ex avversari e anche ex nemici uniti per mettere a posto l’economia mondiale, avrebbero detto che era pazza“.
Basterebbero queste parole, tratte dalla conferenza stampa del Presidente degli Stati Uniti d’America alla fine del G20 di Londra, per valutare l’assoluto successo del summit più atteso e temuto della storia del dopoguerra.
Il mondo aveva assoluta necessità di risposte, di interventi e di una ventata di speranza dopo mesi di paura, rabbia e rancore. Il risultato di un fallimento o di un compromesso al ribasso – raccontavano gli economisti – sarebbe stato devastante, e la tanto ventilata depressione decennale d’un tratto avrebbe assunto le dimensioni di un’assai probabile eventualità. E invece, alla faccia dei cinici e degli scettici, il summit di Londra fonda un nuovo capitalismo, non lo archivia, come i più pessimisti prevedevano, e nemmeno lo rilancia inalterato, come alcuni incorreggibili speravano.
Il G20 del 2 aprile 2009 ha cambiato la faccia del pianeta, avviando un vero e proprio “nuovo ordine mondiale“, come tante volte aveva predetto il mai abbastanza stimato premier inglese, Gordon Brown.



La storia della Grecia è sempre stata in qualche modo legata a quella dell’Italia, fin da quando le legioni romane discesero nel Peloponneso e appresero le conoscenze e la cultura che fecero di Roma la civiltà delle civiltà.

Solo i capigruppo dovrebbero votare in Parlamento. Così si accelerebbero i tempi delle votazioni e si renderebbe più governabile il Paese, permettendo al Parlamento di legiferare più in fretta e, quindi, con maggiore efficacia, specialmente in una situazione d’emergenza (come quella di crisi economica che stiamo vivendo).
Cinquemila non è un numero qualsiasi quando si tratta di persone. Non è un numero qualsiasi quando si parla di perdere il lavoro. Nel solo mese di gennaio cinquemila persone son passate dalla lista di mobilità alla disoccupazione.