Ancora 500. No, non stiamo parlando di un modello della beneamata casa produttrice di auto italiana. Di questi tempi è anche difficile sbagliarsi. Parliamo di spread. Il 27 dicembre 2011, il differenziale fra i titoli di stato italiani e tedeschi a 10 anni (una immediata misura del rischio ‘bancarotta’ di un paese ormai sulla bocca di tutti) è tornato quasi ai livelli raggiunti prima delle dimissioni del governo Berlusconi, il 12 novembre scorso: 520 punti base, per poi chiudere sui 508 a fine giornata.
L’elastico dei rendimenti (e della politica italiana)
Pubblicato il 25 gennaio 2012, ore 13:36

Alla fine ce l’hanno fatta: i capi di Stato e di governo dell’Eurozona hanno sbloccato la seconda tranche di aiuti alla Grecia. Dopo un estenuante tira e molla, dopo aver imposto ad Atene una manovra lacrime e sangue e aver attirato sull’euro un attacco speculativo senza precedenti, pare che finalmente l’Europa sia venuta incontro alla Grecia.
I 109 miliardi di euro concessi dovrebbero consentire allo Stato greco di ricomprare il proprio debito pubblico. Nel piano di aiuti è incluso un accordo con gli investitori privati, che si impegnerebbero a ricomprare il debito greco a tassi di interesse più bassi e con una scadenza più lunga, si parla di almeno trent’anni.
Viene rafforzato lo strumento europeo di stabilità finanziaria (il “fondo salva-Stati”), che potrà emettere obbligazioni per reperire fondi sul mercato da investire in titoli di debito pubblico dei paesi in difficoltà. A tutto questo si aggiunge la promessa della Banca centrale europea di continuare ad accettare titoli di debito greco dalle banche anche in caso di default di Atene, eliminando così il rischio per gli istituti di credito di ritrovarsi in cassa titoli tossici.
Continua da Un regalo economico, parte I.
La manopola della politica monetaria ha fallito il suo obiettivo: è arrivata a fine corsa e non si vedono benefici nel breve periodo.
Come dicevamo, però, abbiamo ancora un altro strumento: la politica fiscale. Ma l’applicazione è molto dolorosa, soprattutto quando c’è già un grande debito pubblico che continua ad aumentare, scaricando sulle generazioni successive il peso della restituzione.
Continua da Debito pubblico, parte I.
Il debito pubblico è una forma di trasferimento degli oneri di spesa attraverso le generazioni e mediante gli interessi: oggi si finanzia un’infrastruttura pubblica, ma la spesa da sostenere verrà ripartita anche sulle generazioni future, che altrimenti si troverebbero a godere dei benefici di uno sforzo da loro non partecipato.
La gestione del debito pubblico riguarda quindi non solo una scelta mono-periodale, ma è una decisione che coinvolge anche le generazioni a venire.
Fondamentalmente i problemi derivanti da alto livello del debito sono quelli diretti sull’ammontare di investimenti: si parla in gergo di “effetto spiazzamento”. Ossia, dovendo finanziare le casse dello Stato per permettere di ripagare il dovuto, viene a crearsi in aggregato nell’economia una carenza di risorse da destinare all’investimento privato, per cui si abbassa il livello di domanda aggregata e di potenziale crescita del PIL.
Da oggi sulla homepage di Die Brücke potete visualizzare un piccolo riquadro, gentilmente offerto dal sito dell’Istituto Bruno Leoni, che tiene costantemente aggiornati sulla contabilità relativa al debito pubblico italiano. Perché?
Innanzitutto credo sia doveroso, quando si cerca di fare informazione, porre l’accento sulle questioni principali che riguardano la vita pubblica, e poche cose come il debito pubblico riguardano tutti.
È bene introdurre e spiegare ciò di cui si parla, prima di discuterne, esattamente ciò che non si fa mai riguardo temi economici. Tutti oggi infatti sanno che l’Italia ha un alto debito pubblico che non ci permette di spendere e mette a rischio le finanze pubbliche, e si ripete questa filastrocca in ogni trasmissione, articolo di giornale, discussione pubblica (e non solo): ma si ha coscienza di ciò di cui si parla? Il “sentito dire” non è il miglior modo per affrontare questo genere di problema.
Cosa c’è di peggio di una classe politica incompetente? Una classe politica incompetente, immorale e irremovibile. L’Italia si trova, non da ieri, nella triste condizione di un organismo in discreta salute che un cervello impazzito e sclerotico condanna a una frustrante paralisi. Uso, pur detestandola, l’abusata metafora dello “Stato organismo” e il lettore mi perdonerà se immediatamente me ne distanzio, ritenendo inaccettabile filosoficamente e moralmente la riduzione degli individui a mere cellule di un apparato statale. L’infelice immagine mi torna comunque utile a tratteggiare i contorni di una società che, per certi versi sorprendentemente, appare assai più in salute di quanto certa stampa e certa cultura vogliano far pensare.
Iniziano a farsi serie le pressioni sulla Grecia (articolo de Il sole 24 ore): entro il 19 maggio ha da rimborsare 9 miliardi di euro di debito pubblico e non riesce a stare più al passo con i pagamenti.
Fatto ancora più grave, non riesce più a soddisfare gli investitori sui mercati dei titoli di Stato, e quindi in pratica non ha più l’ossigeno per respirare.
La Ue, insolitamente, non riesce a parlare con una voce unica. Ovviamente il tono è ironico: mai che su una questione ci sia una larga e coerente intesa; infatti, come sempre, la Germania fa la voce grossa e fa in modo che tutti le si accodino diligentemente. Il problema è che la Germania non è avvezza al ruolo di leader inclusivo: pretende, in nome del suo rigore storico in materia fiscale, che gli Stati siano tutti attenti al bilancio e non si debba arrivare a situazioni di questo tipo. Soprattutto, si dimostra sempre restia ad aiutare chi è in difficoltà, per ovvie questioni di free riding che si possono creare: in soldoni, se la Germania aiuta una volta chi è in difficoltà, le prossime volte altri potranno sentirsi autorizzati a fare politiche lascive sapendo di poter contare su aiuti esterni. Alla fine almeno si è trovato un accordo per un piano di aiuti.
In un articolo del Financial Times riportato nel numero 19/25 marzo della rivista Internazionale, tre giornalisti disegnano la situazione di molti comuni italiani ormai dilaniati da investimenti ad alto rischio, contratti per sanare il loro già elevato debito. La premessa a questo problema è che la finanziarizzazione dell’economia – come tutti avranno percepito con la crisi economica scoppiata nel 2008 proprio a seguita del formarsi di una bolla finanziaria – sta mettendo in ginocchio non soltanto lavoratori e famiglie, ma anche piccoli comuni, province, regioni e, naturalmente, interi Stati.
Il gioco speculativo delle banche, oltre ad essere perverso, è anche maledettamente complesso. Molti degli strumenti derivati che queste hanno iniziato a propinare ai clienti sono materia di discussione presso le sedi internazionali. Il fulcro della questione è la loro legalità, ma il problema si diventa più serio quando i destinatari di questi prestiti sono enti pubblici.
Oggi i governi e le banche centrali devono gestire situazioni che vanno dall’eccesso di fiducia irrazionale al panico dilagante (mancanza di fiducia).
La frequenza di questi avvenimenti è sempre più ravvicinata.
Nel lungo periodo si è sempre ritrovato un certo equilibrio, ma proprio per questo deve intervenire lo Stato, con gli stimoli fiscali, per velocizzare la ripresa. Anche per dare una spinta al tasso d’occupazione – che è sempre l’ultimo a riprendersi -, altrimenti la montante disoccupazione erode la residua fiducia, aggravando così la situazione.
Una spinta alla domanda per sostenere la ripresa, parte II
Pubblicato il 19 novembre 2009, ore 19:32
Continua da Una spinta alla domanda per sostenere la ripresa, parte I.
Cosa fare per stimolare la spesa in consumi e dunque per accrescere almeno temporaneamente la propensione al consumo del nostro sistema economico? La disoccupazione crescente impone – per ragioni di sicurezza sociale, ma anche per la tutela dell’interesse generale – l’allargamento della platea dei beneficiari dei sussidi di disoccupazione. Una riforma organica degli ammortizzatori sociali è una delle assolute priorità nel nostro Paese. La cassa di integrazione non solo ha una durata limitata, ma è uno strumento presente solo nel settore industriale (il 20% della nostra economia) ed anche all’interno di tale settore ne risultano sprovviste le piccole imprese. Una situazione paradossale, se pensiamo che il 95% delle imprese italiane ha meno di dieci dipendenti.
Tutti hanno un interesse per far ripartire l’economia. Il governo per sostenere la macchina statale e per non far aumentare il debito cerca la ripresa per incrementare le entrate fiscali, gli imprenditori per vendere di più innalzando i profitti, i banchieri per tornare a prestare soldi in tutta sicurezza – e molti di coloro hanno creato la crisi non hanno pagato per questo, anzi sono stati addirittura aiutati.
Non ultimi i lavoratori per trovare un impiego.
Dato che la politica monetaria è oggi in sostanza inefficace (i tassi d’interesse sono ormai prossimi allo zero) dobbiamo scegliere una delle due strade che il bivio della politica fiscale impone. Il bivio ci costringe a una scelta relativa al tempo: si tratta di scegliere tra il breve periodo (con una politica fiscale espansiva) o il lungo (con un atteggiamento neutro).
Il tutto ruota proprio intorno alla stima inerente entro quanto tempo il sistema torna – se torna – in un certo equilibrio.




