Mi sono cancellato da Facebook, ebbene sì. La domanda che banalmente mi pongono è “perché?”, quella che invece vorrei pormi è “perché no?”; alla domanda “perché l’hai fatto proprio adesso?” preferirei invece “perché non l’ho fatto prima d’ora?”.
Parliamo francamente, così che non dia l’impressione di sputare nel piatto dove (per anni, sì) ho mangiato. Partendo da una scelta che è strettamente personale, vorrei fare delle considerazioni di ordine generale.
L’unica peculiarità positiva di Facebook sta nel numero degli iscritti, null’altro. Il mio vuol essere un giudizio da esperto, visto che lavoro nello stesso settore in cui Facebook viene offerto come prodotto.
Facebook non ha nulla più di altri social network, non ha creato il concetto di social network (da quanti anni esisterà My Space?), né a questo concetto ha apportato qualcosa di significativo (contrariamente a quanto vorrebbe il web, che è un processo in continua evoluzione ed espansione); tutto al contrario semmai, Facebook – se analizzato in termini strettamente tecnici – è di gran lunga inferiore ad altri social network meno conosciuti, è nato molto dopo di loro (senza far propria un’esperienza collettiva che potremmo sicuramente descrivere come positiva) e ignorava e ignora tutt’ora molti sviluppi che hanno riguardando generalmente il fenomeno dei social network: vedasi ed esempio il problema della privacy (non ancora risolto, nonostante le promesse e i tanti tentativi mal riusciti), la questione sulla proprietà dei contenuti (tutto quello che “si posta” su Facebook è di proprietà di Facebook, testi, foto o video, mentre il web si sta adoperando da tempo per raggiungere una totale libertà dei contenuti presenti in rete. Almeno per Facebook era così fino a qualche mese fa, non ho poi più seguito gli sviluppi della vicenda, ma credo sia cambiato poco, tant’è che non mi sono potuto cancellare propriamente, mi è solo concesso disattivare temporaneamente il proprio account), il rapporto con gli utenti (non c’è moderazione “umana” ma si ricorre all’uso di bot, non c’è un “servizio clienti” o un servizio analogo) e via dicendo.
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Anni ’70. La politica era tra noi, volenti o nolenti ci si viveva in mezzo. Chi era di sinistra si riconosceva da lontano: eskimo, barba e capelli lunghi, “i più audaci in tasca l’Unità” (Guccini). Chi era di destra: vestito bene, capelli corti ben rasati. Ci separavano i locali, la musica, le abitudini, un po’ anche le facoltà. Era facile, era semplice: si litigava, si discuteva, ci si menava a volte, ci si impegnava. Magari solo a parole, ma almeno le idee erano chiare.
Dal 2000 tutto è confuso: la politica non è un problema dei giovani. I giovani ne hanno altri e diversi, in primis trovare un lavoro, ma anche divertirsi il più possibile. Noi (genitori) li abbiamo forniti di tutto ed ancora di più: auto, soldi, possibilità. Il lavoro? Il lavoro no, quello è diventato facoltativo, flessibile. Il povero Biagi aveva avuto un’intuizione giusta: far lavorare tutti per poi inserirsi con esperienza nel mondo del lavoro. Peccato che non avesse pensato alla degenerazione del sistema cui assistiamo oggi, nonché all’altro, vecchio sistema italiano: fatta la legge, trovato l’inganno.
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