Ieri sera ho dato un’occhiata a Vieni via con me. Contemporaneamente, su Twitter non si parlava d’altro. Per intenderci, a un certo punto mi sono connesso sul social network e potrei dire che, approssimativamente, degli ultimi 100 post di quel momento 95 avevano il tag #vieniviaconme (su Twitter – per quei pochi che non ancora lo sapessero – si usano i tag per indicare le parole chiave di un post).

Il problema è che normalmente trovo solo una marea di spazzatura digitale, su Twitter come su altri social network, non per ultimo su Facebook. Tra l’uno e l’altro varia solo il livello della spazzatura in questione: spesso su Twitter trovo spazzatura, su Facebook della spazzatura al quadrato.

Mi sono cancellato da Facebook, ebbene sì. La domanda che banalmente mi pongono è “perché?”, quella che invece vorrei pormi è “perché no?”; alla domanda “perché l’hai fatto proprio adesso?” preferirei invece “perché non l’ho fatto prima d’ora?”.
Parliamo francamente, così che non dia l’impressione di sputare nel piatto dove (per anni, sì) ho mangiato. Partendo da una scelta che è strettamente personale, vorrei fare delle considerazioni di ordine generale.

L’unica peculiarità positiva di Facebook sta nel numero degli iscritti, null’altro. Il mio vuol essere un giudizio da esperto, visto che lavoro nello stesso settore in cui Facebook viene offerto come prodotto.
Facebook non ha nulla più di altri social network, non ha creato il concetto di social network (da quanti anni esisterà My Space?), né a questo concetto ha apportato qualcosa di significativo (contrariamente a quanto vorrebbe il web, che è un processo in continua evoluzione ed espansione); tutto al contrario semmai, Facebook – se analizzato in termini strettamente tecnici – è di gran lunga inferiore ad altri social network meno conosciuti, è nato molto dopo di loro (senza far propria un’esperienza collettiva che potremmo sicuramente descrivere come positiva) e ignorava e ignora tutt’ora molti sviluppi che hanno riguardando generalmente il fenomeno dei social network: vedasi ed esempio il problema della privacy (non ancora risolto, nonostante le promesse e i tanti tentativi mal riusciti), la questione sulla proprietà dei contenuti (tutto quello che “si posta” su Facebook è di proprietà di Facebook, testi, foto o video, mentre il web si sta adoperando da tempo per raggiungere una totale libertà dei contenuti presenti in rete. Almeno per Facebook era così fino a qualche mese fa, non ho poi più seguito gli sviluppi della vicenda, ma credo sia cambiato poco, tant’è che non mi sono potuto cancellare propriamente, mi è solo concesso disattivare temporaneamente il proprio account), il rapporto con gli utenti (non c’è moderazione “umana” ma si ricorre all’uso di bot, non c’è un “servizio clienti” o un servizio analogo) e via dicendo.

Anni ’70. La politica era tra noi, volenti o nolenti ci si viveva in mezzo. Chi era di sinistra si riconosceva da lontano: eskimo, barba e capelli lunghi, “i più audaci in tasca l’Unità” (Guccini). Chi era di destra: vestito bene, capelli corti ben rasati. Ci separavano i locali, la musica, le abitudini, un po’ anche le facoltà. Era facile, era semplice: si litigava, si discuteva, ci si menava a volte, ci si impegnava. Magari solo a parole, ma almeno le idee erano chiare.

Dal 2000 tutto è confuso: la politica non è un problema dei giovani. I giovani ne hanno altri e diversi, in primis trovare un lavoro, ma anche divertirsi il più possibile. Noi (genitori) li abbiamo forniti di tutto ed ancora di più: auto, soldi, possibilità. Il lavoro? Il lavoro no, quello è diventato facoltativo, flessibile. Il povero Biagi aveva avuto un’intuizione giusta: far lavorare tutti per poi inserirsi con esperienza nel mondo del lavoro. Peccato che non avesse pensato alla degenerazione del sistema cui assistiamo oggi, nonché all’altro, vecchio sistema italiano: fatta la legge, trovato l’inganno.

Questo articolo è falso. Leggi qui

Il governo Berlusconi intende approvare – nel corso della prossima settimana – un nuovo decreto per regolamentare e limitare l’informazione su internet, in particolare per quanto riguarda i social network come Facebook.
Sono state numerose – soprattutto negli ultimi tempi – le iniziative proposte dalla maggioranza (e in misura minore anche dall’opposizione) su questo argomento, tutte sistematicamente fallite: alcune rimaste nel cassetto, altre semplicemente ritirate. Dopo il caso Tartaglia, ad esempio, quando il premier fu vittima di un aggressione al termine di un suo comizio, l’esecutivo aveva minacciato un giro di vite sulla rete, subito smentito a distanza di qualche giorno.

Questa volta, al contrario, il ministro Roberto Maroni assicura che non ci sarà “nessun rinvio e nessun ripensamento”, in quanto – a suo dire – “questo vuoto legislativo non può più essere ignorato dal legislatore. Le leggi in materia esistono già e dovranno essere applicate meglio in futuro, ma non sono sufficienti a regolamentare il fenomeno costituito dalla rete nella sua complessità” (come dichiarato in un’intervista della scorsa settimana a La Repubblica). Si va così a riaprire il cassetto per pescare un progetto già valutato negli scorsi mesi.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XII.
Ovvero: paura del padrone, aiutiamo l’Abruzzo, Bossi tax, censurando Vauro.

Sono passati quasi quarantatré anni dal drammatico alluvione di Firenze, che mise a rischio un patrimonio artistico e culturale caro a tutta l’umanità.

Le migliaia di giovani europei, passati alla storia come “gli angeli del fango” e che in quei giorni di fine ’66 “invasero” Firenze, furono la rappresentazione della prima mobilitazione spontanea giovanile del ventesimo secolo. In quel caso l’obiettivo era salvare le bellezze di una delle più famose città al mondo, e quella generazione passò alla storia come attiva e partecipe alla vita della società.

Gli episodi di eliminazione di profili Facebook di moltissimi utenti mi hanno colpito sia in maniera diretta, per l’amico Mirko Pagliai – a cui porgo di nuovo tutta la mia solidarietà – ed indiretta, per la disattivazione del profilo del Senatore Giuseppe Lumia e dell’Onorevole Pierferdinando Casini.

L’essere bannati da un forum o da un social network, in questo caso, dovrebbe essere conseguenza del superamento di alcune regole di comportamento poste in precedenza dagli iniziatori del suddetto contenitore virtuale; in realtà sia Mirko, che molti altri, non avevano fatto niente di male se non pubblicare delle affermazioni provocatorie (nel caso del direttore di questo giornale le frasi erano verso la politica sulle immigrazioni del governo).

A ora di pranzo sono stato bannato da Facebook. So benissimo che non dovrei trattare argomenti di natura personale, ma il comportamento della gestione mette in seria discussione la libertà di espressione vigente sul sito.

Martedì ho inserito sul mio profilo una foto provocatoria, a proposito del problema sulla sicurezza in Italia. La foto è stata censurata in tempo record, rimossa senza nessuna spiegazione da parte dello staff. Qualche ora più tardi, ho documentato l’accaduto in un articolo, ponendo dei dubbi sull’effettiva oggettività della moderazione, considerata anche l’esistenza di svariati gruppi di apologia del fascismo e di incitamento all’odio razziale. Ho pubblicato lo stesso articolo anche su Facebook, a informare gli utenti dello stato delle cose.

Oggi mi è stato cancellato definitivamente tutto, l’account non è più esistente, i miei interventi in favore degli immigrati e contro il razzismo dilagante sono stati misteriosamente censurati. Anche in questo caso, nessuna motivazione da parte dello staff, mentre continuano a proliferare sullo stesso sito centinaia di gruppi incostutizionali.

 

Facebook agli italianiHo messo la foto che vedete di lato sul mio profilo di Facebook. Censurata in tempo record, senza nessuna spiegazione da parte della moderazione del social network.

La mia voleva essere in parte una provocazione, in altra parte una presa di posizione contro molti, troppi italiani che si stanno scoprendo razzisti e violenti, e che assumono atteggiamenti intollerabili proprio sullo stesso sito.

In questo contesto, non è perfettamente chiaro il funzionamento della censura su Facebook: l’immagine in questione – secondo il mio modestissimo parere – non ha nulla di illegittimo. È una critica, è chiaro, ma non è volgare, né non incita alla violenza, né a qualsiasi reato. Vuol solo esprimere un punto di vista secondo i canoni del buon costume. Al contrario, basta cercare la parola “romeno” (apro una parentesi: purtroppo, sì, è vero, le cose stanno così. Questa gente non conosce nemmeno la differenza tra romeno e rumeno. I romeni, poveri disgraziati, non c’entrano niente…) per trovare migliaia e migliaia di messaggi come questi che vado a riportare.

Prima sono arrivati i gruppi razzisti, a stock chiaramente preconfezionati da una chiara parte politica, poi quelli a favore di chi guida in stato di ebrezza, da parte dei soliti idioti, la settimana scorsa sono state censurate foto che raffiguravano madri mentre allattano i propri figli. Oggi, il dibattito ruota intorno ai gruppi dedicati ai boss mafiosi, Riina e Provenzano in testa.
Il 2008, nel bene – sopratutto – ma anche nel male, è stato l’anno del social network più famoso: Facebook. Vuoi per un motivo insensato,  vuoi per un altro certamente più fondato, è stato costantemente al centro dell’attenzione mediatica, e credo che le cose difficilmente andranno diversamente nel corso del nuovo anno, visto il fenomeno sociale che ha innescato.