Mattia Calise è un ragazzo di vent’anni, classe 1990. Viene da Segrate e studia scienze politiche all’Università statale di Milano. Suona la batteria, pratica il karate, è un attivista politico. È sceso in campo questo gennaio come candidato sindaco per le prossime elezioni amministrative di Milano, in competizione diretta con Letizia Moratti e Giuliano Pisapia.
Sono riuscita, tra un impegno e l’altro, ad incontrarlo presso i giardini Montanelli e a porgli qualche domanda sulla sua esperienza politica nel movimento di Grillo, sulla sua candidatura alle elezioni, sul suo programma politico. È incredibilmente determinato.
Un solo dato di queste elezioni regionali è sicuro e ha una valenza nazionale: l’astensione. Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, l’affluenza alle urne è scesa fino al 65%; una cifra in una rispettabilissima media europea, che però è decisamente al di sotto degli standard italiani.
L’«Italia migliore» dice che questa astensione punisce il governo e il presidente Berlusconi; l’«Italia del fare» ribatte che è colpa della magistratura e degli attacchi personali delle sinistre al premier. Visto che non se lo chiedono loro, lo faccio io: e se fosse colpa di entrambi e del loro modo indegno di fare politica? No, questo non gli passa neanche per l’anticamera del cervello.
Un mio precedente articolo (Il berlusconismo degli antiberlusconiani) ha fatto scalpore, sia in senso positivo che negativo. Alcuni si sono risentiti, perché hanno sentito i loro comportamenti paragonati a quelli del loro più “acerrimo nemico”; altri hanno visto giustificata quella rabbia nei confronti di quelle persone che parlano di Silvio Berlusconi da quindici anni, senza mai occuparsi dei problemi del paese.
Dal mio punto di vista l’articolo non faceva una piega, e cercherò di rendere più chiaro l’errore dei critici attraverso un ragionamento schematico.
Partiamo dal presupposto che il problema dei problemi dell’Italia sia Berlusconi – io non lo credo, ma cerco di entrare nelle teste di chi ha criticato l’articolo. Ciò significa che venendo meno Berlusconi, verrebbe meno un grande problema del nostro paese – ovviamente nessuno dice che tutto sarebbe risolto, ma l’assenza di Berlusconi è, secondo alcuni, una condizione necessaria.
La conclusione è che “facendo fuori” Berlusconi la condizione necessaria sarebbe verificata, e si passerebbe alla verifica delle condizioni sufficienti.
La vicenda Berlusconi-Lario fa tornare al centro del dibattito politico italiano la distinzione tra comportamenti privati ed etica propagandata in pubblico.
Nell’articolo a caldo, scritto appena dopo l’annuncio di Veronica Lario, dicevo che la vicenda era personale, ma i comportamenti di Silvio Berlusconi negli ultimi quindici anni avevano fatto sì che saltasse quel confine tra pubblico e privato, tra vicenda personale e politica. L’attuale Presidente del Consiglio ha fatto della sua persona un motivo di orgoglio non solo personale, ma dell’intero movimento che ha guidato. Per non tornare all’inizio della vita politica di Berlusconi, faccio due esempi più vicini a noi: la candidatura dello stesso nelle elezioni europee ed il nome del sito che in questi mesi ha fatto le veci di quello del nascente Popolo delle Libertà: Silvio Berlusconi fan club.
Sono ormai vent’anni che sentiamo ripetere a livello parlamentare lo slogan leghista più becero di sempre: Roma ladrona. In questo motto è racchiuso un po’ tutto il significato del movimento padano, che intende, sin dalla nascita, una struttura dello Stato diversa da quella dell’Italia unitaria. Quella rabbia verso tutto ciò che è il “centro”, quella pittoresca raffigurazione del meridionale assimilato al nullafacente assistito che vive di solo Stato e che non è capace di fare da sé; al contrario di come è riuscita a fare la ricca Padania, nonostante spesso si dimentichi che i professori e gli operai del nord sono tutti meridionali, e che senza questi ultimi tutte le piccole, medie e grandi aziende settentrionali non sarebbero ciò che sono. Si dimenticano dei tanti soldi dati negli anni dallo stato romano alle tante grandi imprese settentrionali (Fiat in primis). Ma si sa, il difetto del potere è chi ne ha, non vuole altro che più potere.
Era il 1996 quando Einaudi pubblicò Un destino ridicolo, romanzo scritto a quattro mani da Fabrizio De André e Alessandro Gennari. Nel 2008 Daniele Costantini ne ha tratto un film: Amore che vieni, amore che vai.
Racconto a tratti autobiografico, poiché racconta il primo incontro dei due a Mantova.
Quello che colpisce sin da subito è l’immagine in copertina: un uomo senza testa, penetrato dal mare, con una giacca blu acceso, che si sbottona i pantaloni con le mani arrossate – credo – dal troppo gelo, e sullo sfondo il mare bianco in contrasto con il nero delle nuvole.
L’uomo sembra rispondere al moto impetuoso della sua anima, che gli suggerisce di abbandonarsi senza remore all’insurrezione del proprio cuore, perforato da infinite onde di desideri.
Intervista a Luigi Di Marco, neo segretario provinciale dei giovani del Pd, a cura di Marco Spallone.
Luciano D’Alfonso ha rappresentato il prodotto più interessante del panorama politico degli ultimi anni, è un dato di fatto. Non solo per la sua parte politica. D’altronde, non è stato un caso che Veltroni abbia voluto principiare il suo sfiancante tour elettorale proprio da Pescara (con un discorso di apertura dello stesso primo cittadino): la città di Flaiano, sotto l’amministrazione D’Alfonso, si è riscattata palesemente sul piano dell’immagine, acquisendo i caratteri di un centro nuovo, moderno, innovativo.
Che ci siano problemi nella periferia, anche gravi, non importa a livello mediatico: la politica italiana non si misura dai fatti (come in teoria dovrebbe essere), ma dalle immagini. E dunque il sindaco D’Alfonso ha vinto la sua sfida perché ha puntato tutto sull’immagine (un esempio acido? Ha chiamato l’ultimo figlio Francesco Cetteo, accattivandosi la simpatia dei pescaresi – sulle pescaresità di D’Alfonso parleremo in seguito), coronando il suo progetto della grande Pescara con l’istallazione in piazza Salotto dell’architetto giapponese Toyo Ito (i detrattori del “bicchiere pieno di soldi” hanno già un loro agguerrito gruppo su Facebook – e in quel bicchiere, simbolo allegorico del suo modo di fare politica, sembra proprio essere affogato il super sindaco).
Insomma, chi è Luciano D’Alfonso? E chi sarà dopo l’arresto del 15 dicembre?



Salvatore Grizzanti ha 22 anni, è militante del partito radicale e coordinatore per la provincia di Asti dell’associazione radicale Adelaide Aglietta. All’ultimo congresso dei Radicali italiani è stato eletto membro del Comitato nazionale del partito. Davide D’Urso l’ha intervistato per Die Brücke.


