da La Cittadella Interiore

A tenere banco nella politica europea degli ultimi giorni, illusa di poter accantonare per qualche istante le annose questioni del debito degli Stati, sono state di certo le elezioni in Catalunya, la calda regione dal sogno autonomista. Ben s’intende che le attenzioni rivolte a questo caratteristico spicchio della Spagna non sono state concentrate in virtù del loro oggettivo peso politico nello scacchiere europeo – ancorché si tratti della regione della florida Barcellona -, quanto, piuttosto, per la partita politica autonomista, che i due movimenti “Convergència i Unió” stanno oramai giocando da qualche anno. Nelle intenzioni del presidente Artur Mas, le elezioni anticipate catalane avevano difatti il senso di costruire un’ampia maggioranza autonomista, persino maggiore di quella ottenuta nel 2010, per giungere così ad un impatto più efficace al referendum sull’independencia della Catalunya, previsto per il 2014. Alla luce dei risultati ottenuti nella giornata di ieri, l’obiettivo pare centrato a metà, perché per un verso i seggi separatisti conquistati sono stati meno del previsto – al punto che il giornale spagnolo El Mundo intitola Batacazo (caduta) per i sogni di Mas -, per l’altro, invece, studiando la composizione dei nuovi seggi, si nota che gli indipendentisti radicali sono aumentati nettamente, come osserva d’altronde Gilberto Oneto su L’indipendenza. Complessivamente, dunque, la causa federalista procede a piccoli passi in Spagna e anche in molte altre nazioni europee, compresa l’Italia, dove è stato promosso nel mese scorso un referendum per l’indipendenza del Veneto.

Silvio BerlusconiIl Cavaliere è ancora in sella! E sì, perché grazie a soli tre voti di scarto l’ha spuntata ancora una volta. Proprio così, 3 voti tengono a galla il Governo Berlusconi durante la prova più dura, quella di ottenere il voto di fiducia alla Camera dei deputati dopo aver ottenuto quella più larga al Senato. Canta vittoria il Premier, e la canta avendo ragione del fatto che è riuscito nel suo intento, cioè quello di ottenere alcuni voti proprio dalla parte che si era professata dissidente fino ad oggi: il gruppo FLI capeggiato da Gianfranco Fini.

Perché in questa vicenda c’è un rovescio della medaglia: si tratta del dramma che si è consumato all’interno della formazione finiana, in cui si è registrato il “tradimento” da parte di due esponenti che dalla fazione dei “falchi” sono passati a quella delle “colombe”, votando la fiducia a favore del Governo. Il risultato è stato che Berlusconi ha ottenuto una larga maggioranza al Senato e una risicata alla Camera dei deputati. intanto tutti si interrogano su quali saranno gli scenari futuri attraverso i quali questo Governo si muoverà.

Sembra che ormai sia scoccata l’ultima ora per il Cavaliere. Sembra che abbia i giorni contati e il fatto che debba dimettersi è solo una formalità, una certezza acquisita. Sembra.

Perché Silvio Berlusconi ci ha insegnato che c’è sempre il gran finale quando sulla scena recita lui, e che si può sempre risorgere, politicamente parlando. Si può andare al tappeto anche quindici volte, ma l’importante è vedere che l’avversario non si alza più, che rimane a terra.

È un uomo con l’ultima cartuccia eternamente in canna, uno straordinario trapezista, che incanta da un parte e dell’altra, ma rimane sulla fune.

Gianfranco Fini questa volta, però, è stato chiaro: non si può andare avanti così, ci vogliono le tue dimissioni, Caro Silvio. Bisogna tagliare delle teste, a volte, per cambiare – è la vita, Silvio -. Dobbiamo farcene una ragione, succede. Questa volta sarà la tua testa a cadere, può sembrarti strano, ma è così: mettiamola su un piatto d’argento e non ne parliamo più. Servitela, poi, su quel piatto, perché quello dove ho mangiato per anni comincia ad essere sporco e comunque credo di non avere molta fame.

Die Brücke, in via del tutto straordinaria, è lieta di offrirvi le opinioni non dette di alcuni dei più autorevoli quotidiani italiani in merito al recente caso Fini, nella seria convinzione che la verità assoluta altro non sia se non l’intersezione formatasi dall’accostamento di più verità particolari.

Vi auguriamo buona lettura.

Sembra il gioco degli specchi: Walter Veltroni si lamentava dell’assenza di unità nella dirigenza del Partito democratico, arrivando a sfogarsi apertamente al momento delle sue dimissioni da segretario; oggi torna per prendere il posto che era oggetto delle sue critiche. Bersani, che è l’esponente appoggiato apertamente da Massimo D’Alema durante le primarie dello scorso autunno ora deve cercare di tenere unite le correnti e correntine in mezzo ad una tempesta. Quando si dice “la coerenza”.

Ho fin da subito apprezzato l’iniziativa di Gianfranco Fini e dei suoi, tant’è che tutt’ora godono della mia totale condivisione per il loro progetto. E, allo stesso modo, fin da subito mi sono rallegrato della maturazione (non solo politica, anche umana) del gruppo dei dissidenti: dalla destra fascista alla destra populista, alla destra moderna, legalitaria e liberale. Ne ho anche parlato tre settimane fa, nell’articolo Lo strappo di Fini.

E tuttavia mi infastidisce una pesante ipocrisia di fondo avvertita nel clima politico di questi giorni, grazie alla quale i finiani vorrebbero cancellare – con un disimpegnato colpo di spugna – tutto il loro ultimo quindicennio di vita parlamentare. Ipocrisia fino a ieri avvertita, oggi chiaramente palesatasi sulle pagine di Generazione Italia, nell’articolo titolato Gli squadristi della “libertà” preparano la contestazione a Fini, del quale vado a riportare in queste sede il passaggio più significativo:

Una volta, da ragazzo, quando l’adolescenza cominciava appena a fiorirmi le gote, un mio conoscente mi sfasciò il motorino, che era abbastanza nuovo e fino a quel momento ben conservato. Chi rompe paga, ma quella volta i cocci furono i miei: lui si limitò a scusarsi, i genitori non vennero informati dell’accaduto e io, vero eroe sfigato del Mezzogiorno d’Italia, imparai alcune cose ed ebbi un problema nuovo da affrontare.

Parliamo di politica. Evito di fare il riassunto di quello che è successo tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi in questi giorni; i lettori sono gente accorta e sono abbastanza sicuro che ognuno si sarà fatto una sua idea dell’accaduto. La vicenda è grossa e complicata; non ho l’ardire di riassumere tutto in questo articolo; mi limiterò ad un aspetto circostanziato ed immediato nella sua comprensione.

Molte espressioni odierne, parole e slogan, formule linguistiche e modalità comunicative derivanti dal gergo più o meno popolare sono il risultato del processo storico che attraversiamo. Giovanni Gentile, il filosofo siciliano del fascismo, avrebbe definito questo attuale momento una vera e propria decadenza o, meglio, il tramonto della cultura nazionale. Forse pensando a un’Europa più grande dei confini nazionali e vedendo l’Italia come una realtà nella quale, senza i grandi rappresentanti della cultura di un tempo, questa perdeva senso, privando il futuro di ogni prospettiva “regionalistica”. Esattamente come nel 1919 veniva a cadere, a suo giudizio, la cultura siciliana, dopo la morte dei grandi fautori che l’avevano portata in auge: Salvatore Salomone Marino, Giuseppe Pitrè e Gioacchino di Marzo.

La rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, esplosa pubblicamente alla Direzione nazionale del Popolo della Libertà di ieri, può essere letta da punti di vista differenti: taluni incentrati sulle personalità dei due cofondatori del partito e sulle loro ambizioni personali; altri fondati su logiche politico-culturali che starebbero alla base di una fusione malpensata e malriuscita tra Alleanza Nazionale e Forza Italia; altri ancora fanno riferimento al quadro più ampio dei rapporti interpartitici all’interno della maggioranza, specialmente riguardo la Lega Nord.

A mio parere, l’orizzonte che meglio spiega e meglio aiuta a collocare quanto avvenuto ieri nel quadro più generale dell’intera politica italiana e in un arco temporale più lungo è quello di un approccio sistemico che prenda in considerazione non tanto il singolo fatto, quanto il contesto e i meccanismi che caratterizzano l’intera politica italiana.

26 febbraio 2010. Il Tg1 di Augusto Minzolini mente spudoratamente, divulgando la falsa notizia dell’assoluzione dell’avvocato David Mills. Il Tg1 che falsa le notizie a favore di Berlusconi, non ci potevo credere. Questo non dovrebbe accadere in uno Stato democratico. Ah no, falso allarme: siamo in Italia.

Il primo Tg nazionale si inventa le notizie. Perché loro si e io no?

Arrestato Silvio Berlusconi per maltrattamento di animali. Il premier è stato colto in flagranza di reato, mentre, con violenza e senza vaselina, abusava di un pony. Le indagini, effettuate dalla procura di Brescia, proseguivano ormai da mesi tramite intercettazioni telefoniche.
“Sarò costretto ad apporre il segreto di Stato al mio cazzo”, ha balbettato un agitatissimo Berlusconi mentre eiaculava da tutti i pori.

Salvatore Grizzanti ha 22 anni, è militante del partito radicale e coordinatore per la provincia di Asti dell’associazione radicale Adelaide Aglietta. All’ultimo congresso dei Radicali italiani è stato eletto membro del Comitato nazionale del partito. Davide D’Urso l’ha intervistato per Die Brücke.