Ora sembra passato davvero tanto tempo, ma questo 2009 era iniziato con i migliori auspici: a gennaio si era sancita la pace della guerra tra Israele e Palestina; tutt’ora è in corso la ricostruzione lungo la striscia di Gaza, sostenuta dallo stesso governo israeliano: prima si finisce di ricostruire, prima si potrà ricominciare la guerra. Vecchia storia, va avanti da trent’anni.
E sempre in gennaio Barack Obama ha prestato giuramento come quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti, inaugurando la nuova era di pace e prosperità dopo le scampagnate militari di Bush.
Una cosa mi ha incuriosito, di quel giuramento: “so help me God” – concluse Obama – una formula che non si usava più dai tempi di Chester Arthur (1881). Bè, fa ridere che il Presidente del più grande paese del mondo chieda pubblicamente aiuto a Dio, sarebbe come se il Primo Ministro giapponese confidasse nell’appoggio di Son Goku (il ragazzo scimmia) per svolgere legittimamente il proprio compito.
Strano paese – gli Stati Uniti. E dire che John Adams, uno dei padri fondatori, disse che “questo sarebbe il migliore dei mondi possibili, se non vi fosse la religione” e che Thomas Jefferson affermava pure che “il cristianesimo è il sistema più perverso che si sia mai abbattuto sull’uomo”.
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Dopo la rivolta del ghetto di Detroit nel 1967, il reverendo Albert Cleage osservò: “l’uomo nero è un test d’intelligenza per l’uomo bianco”. Dopo oltre 40 anni si può dire che l’uomo bianco non abbia superato il test, anche se l’elezione di Barak Obama, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America, ha dato al mondo una grande speranza.
Questa osservazione ci fornisce comunque un suggerimento su come leggere la politica dei paesi occidentali nei confronti dei migranti, e in particolare a renderci conto della gravità dei provvedimenti legislativi adottati dal governo Berlusconi nel mese di luglio.
Anche nell’esperienza individuale, il venire a contatto con qualcosa di altro rispetto a noi, alla nostra cultura, a questa lente attraverso la quale guardiamo il mondo è spesso un’esperienza spiazzante e rivelatrice. È come se ci si vedesse per la prima volta dal di fuori, anche se rimane il fatto che non ci si può distaccare da se stessi ed osservarsi con occhi neutrali: si tratta pur sempre di un coinvolgimento, di un’attività, appunto quella di stabilire e portare avanti una relazione. Varcare il confine è un modo per liberare la propria creatività, ed è anche un modo privilegiato attraverso il quale conoscere se stessi. Abdelmalek Sayad ha parlato di “funzione specchio dei fenomeni migratori“: l’immigrazione è l’occasione privilegiata per rivelare la natura della nostra società, la cartina di tornasole su cui è possibile leggere, come a seguito di una reazione chimica, quello che essa è realmente, di rivelare ciò che è latente nella sua costituzione e nel suo funzionamento, di guardare – insomma – dietro la maschera.
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