Allora, al sottoscritto non piace parlare di Saviano, perché ama la critica costruttiva, e qualunque tipo di critica rivolta a Saviano causa uno tsunami di insulti contro l’autore della suddetta critica di proporzioni da sud-est asiatico. E purtroppo questo non vale solo per Saviano.

Sulla star televisiva ed autore di Gomorra, scrissi già due articoli (Roberto Saviano, lo scrittore e Roberto Saviano, il personaggio), nei quali mettevo in evidenza alcune contraddizioni e ambiguità della sua figura, non allo scopo di diffamarlo (prima che se la prenda male) ma per far riflettere sul bisogno del cittadino medio di crearsi degli eroi intoccabili ed inattaccabili ai quali affidarsi nella fitta giungla della nostra esistenza sociale e politica. Pensavo che, scritti quei due articoli, non avrei più avuto altro da dire su di lui, poiché le mie rimostranze le avevo fatte. E mi sbagliavo.

Croce celticaSi è già smesso di parlare della strage avvenuta il 22 luglio in Norvegia, ad opera del nuovo templare Anders Behring Breivik, fondamentalista cristiano che vuole fare concorrenza a quelli islamici per difenderci da loro e che certamente rimarrà più famoso delle sue 76 vittime sacrificali, ragazzi riuniti in un campo estivo laburista.

A far discutere non è più la strage in sé, ma piuttosto la sua motivazione, espressa nel memoriale 2083 – Una dichiarazione europea d’indipendenza scritto in nove anni dallo stesso Breivik, praticamente un nuovo Mein Kampf  in cui espone idee tanto spesso liberamente propagandate da esserci ormai quasi assuefatti ad esse.

repubblica italianaL’altro giorno discutevo con altre persone del fallimento della seconda Repubblica, del fatto che, dal 1994 ad oggi, nessun Governo è mai riuscito ad arrivare a fine legislatura così com’era partito. Poi si è aggiunto il Presidente Napolitano, che ha avvisato tutti sul rischio dell’attuale legislatura di non arrivare al termine.

Allora la mia domanda è: come e quando l’Italia è diventata un Paese ingovernabile, instabile, frammentato in tanti piccoli inutili partitini? Davvero la caduta del muro di Berlino e lo scandalo di Mani pulite hanno cambiato così radicalmente il Paese, privandolo di una classe politica e di una coscienza ideologica che fino ad allora avevano rappresentato la stabilità perfetta del nostro sistema?

La crisi di governo non è più questione di “se”, ma di “quando”. I più pessimisti (o ottimisti, fate voi) parlano della prossima settimana; altri si dicono sicuri che si aspetterà fino all’approvazione della “legge di stabilità” (ex finanziaria) anche al Senato, facendo slittare la sfiducia al governo alla metà di dicembre. Certa è, a ogni modo, l’incertezza sul dopo. Io penso sia impossibile fare previsioni serie sui modi e i tempi della crisi senza prendere in considerazione due fattori – troppo spesso sottovalutati – che invece saranno quelli decisivi.

La Lega Nord propone di armare i tassisti. Come al solito il buon cittadino dovrà recepirlà più come una sterile provocazione che come una reale proposta politica. Ma nonostante questo, è tuttavia possibile sviluppare due considerazioni sul caso.

Innanzitutto questa proposta segnala un fallimento nell’operatore del governo, più precisamente della Lega stessa. Giacché avevano già messo sul tavolo un pacchetto di precedenti proposte che – a loro dire – sarebbero state sufficienti a risolvere il problema sicurezza - tanto da vantarsi ancora prima di raggiungere i risultati, ancor prima di attuare quelle proposte.
E visto che questa nuova proposta arriva a posteriori, sta a significare che quelle iniziali non erano chiaramente sufficienti o che erano inutili (si pensi, a titolo esemplificativo, alle ronde civiche, fallimentari già in partenza).

Nella pochezza del dibattito politico corrente, contraddistinto da un utilizzo improprio ed approssimativo del linguaggio, le prime e più illustre vittime sembrano essere proprio le parole. Quelle parole senza le quali la politica resterebbe muta e che secondo Aristotele distinguono gli uomini dalle bestie, rendendo praticabile la vita in comune (Politica, I, 1253a).

Parlar bene non è – si badi – questione di mera forma, di stile, bensì di contenuto. È capacità di imprimere sfumature espressive che si riflettono nell’uso, più o meno rigoroso, dei concetti. È attitudine a elaborare pensiero astratto secondo i dettami propri della logica, al di là delle distorsioni ideologiche. È senso storico e sensibilità storica. Come avvertiva George Orwell nel 1946, liberandosi del cattivo linguaggio «si può pensare in modo più chiaro, e pensare in modo chiaro è il primo passo necessario per una rinascita politica». E proprio al rapporto fra manipolazione linguistica e totalitarismo Orwell dedicò pagine illuminanti nel suo romanzo più celebre, apparso due anni dopo.

Ancora una volta siamo costretti ad assistere alla stessa pellicola vista e rivista. Ormai in Italia c’è questo strano vizio: non si riesce mai a dire “ho sbagliato”. Sarà che siamo abituati ad essere dei vincenti. No, questo non è possibile: storicamente l’Italia è una nazione perdente. Forse è perché da noi non ci si può aspettare che il meglio. No, nemmeno questo è totalmente corretto, dato che il più delle volte tendiamo a fare le cose a metà. È più probabile che sia perché ormai fa parte della nostra cultura moderna. Sì, credo sia così.

In effetti, qualcuno di voi ricorda un politico degli ultimi quindici anni che abbia detto “ho sbagliato e me ne prendo le responsabilità”? Io non me ne ricordo. Al limite ho sentito dire “sì, va bene, abbiamo sbagliato, ma può capitare a tutti. Ci riprenderemo, dateci fiducia, non lo faremo più”.

E poi, matematicamente, rimanevano lì dove erano sempre stati a fare le cose che avevano sempre fatto.

Ieri, tramite Google e il servizio di monitoraggio di Die Brücke (AdSense, che ci permette di conoscere i siti che linkano o ripubblicano i nostri articoli), ho piacevolmente constatato come il mio ultimo articolo, titolato 12000€ al mese per Renzo Bossi, si sia diffuso velocemente sulla rete, su blog e forum. A volte – come già detto – semplicemente linkato, a volte ripubblicato tramite copia e incolla – e, in quest’ultimo caso, faccio presente che si è comunque tenuti a linkare Die Brücke e a indicare il nome dell’autore, mancanza che ho spesso riscontrato.

In ogni caso, e in più di un’occasione, alcuni utenti, nei commenti e nelle risposte su questi forum, hanno messo in discussione l’insufficienza delle fonti (Travaglio e L’Antefatto) o la loro scarsa credibilità. È dunque giusto, da parte mia, rimediare, e tornare ad affrontare l’argomento alla luce di quanto fatto notare.

Nella sua lettera al professor Galli della Loggia, Alfonso Parziale ha espresso un pensiero che – a mio modo di vedere – è assolutamente inoppugnabile: “la Lega non è un disegno, e forse è un’idea”. È una questione che vorrei brevemente approfondire, perché meritevole di attenzione, per poi passare alla notizia cruda.

Precisamente, si dovrà ammettere che la Lega Nord non ha nessun disegno (“non ha” piuttosto che “non è”), è solo un insieme eterogeneo di idee, così come per altri partiti. A differenza di questi, almeno, la Lega Nord ha però una storia. Invece si pensi ad esempio a Forza Italia (ora PdL assieme ad Alleanza Nazionale), nata dal nulla politico e solo da una volontà aziendale; oppure proprio al Partito democratico, che almeno nella segreteria di Veltroni e in quella iniziale di Franceschini aveva abiurato il proprio percorso storico – ora recuperato in una parte del tutto insignificante dallo stesso Franceschini, e forse sarà recuperato in buona parte in caso di vittoria di un Bersani qualsiasi.

Una storia – quella della Lega – che però è presa a prestito, fatta propria, assunta a modello, e non una storia propriamente vissuta: usata cioè a vanto personale piuttosto che come maturazione politica. Non è dunque un punto a favore del carroccio, perché detta storia è finalizzata a se stessa e non ho motivo di influire sulla sua politica. È quindi come se non l’avesse.

Ho dunque l’impressione che sia tutta qui l’assenza di un disegno: è la storia che riversa un preciso disegno su di un partito, difficilmente potrà essere creato da nulla dal partito stesso – almeno non se ne conosce ancora il modo.

E temo che lo stesso motivo sia alla base della presenza (in alternativa e in negativo) di un insieme eterogeneo di idee – eterogeneo come “confusione dovuta alla diversità” e non come “bellezza del diverso”.

Il punto non è tanto capirne la causa, quanto semmai quella che potrà essere conseguenza: cosa succede là dove persiste un insieme eterogeneo, ovvero dove non sussista un collegamento radicato tra un’idea e l’altra, un collante a reggere l’intero sistema?

Non solo il lodo Alfano: l’opposizione si è schierata fin dall’inizio contro la legge dell’attualeMinistro della giustizia, che rende immuni da possibili inchieste le quattro più alte cariche dello Stato, ma i problemi del sistema Italia in materia vanno ben oltre l’ultima legge ad personam del Presidente Silvio Berlusconi.

Mercoledì il Senato ha votato la non ministerialità del reato di diffamazione per il quale era stato denunciato Roberto Castelli, senatore della Lega Nord. Si tratta del lodo Consolo, dal nome del deputato Giuseppe Consolo (Pdl, avvocato), che lo ha proposto, salvando così il ministro Matteoli dall’accusa di favoreggiamento mossagli nel 2005 dal tribunale di Livorno.

Per quanto riguarda Castelli, l’ex ministro aveva accusato,  in diretta televisiva, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto di “mandare a sprangare la gente”. Quest’ultimo, di rimando, aveva – ovviamente – sporto denuncia e chiesto danni per cinque milioni di euro.

Esulta dunque l’avvocato di Castelli – l’onnipresente Nicolò Ghedini – per la vittoria – ma che gusto c’è, poi, a gareggiare con un simile vantaggio?

ART.1: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Con una percentuale che supera il 15%, l’Italia è uno dei paesi dell’Ue in cui il lavoro irregolare (“nero”) è maggiormente diffuso. Basta ricordare l’appello – forse goliardico, diranno alcuni – del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, risalente al suo secondo governo, che invitava i cittadini a lavorare in nero. Sempre l’Italia è il primo Paese dell’Ue per infortuni mortali sul lavoro, nonché quello in cui le norme di sicurezza sono le meno rispettate in assoluto.

Per quanto riguarda il comma 2, il Porcellum - legge elettorale voluta dal precedente governo Berlusconi – ha eliminato il voto di preferenza (che nemmeno il recente referendum avrebbe reintrodotto), rendendo il termine “sovranità” piuttosto velleitario se accostato al termine “popolo”.