Roberto SavianoÈ sempre interessante vedere cosa succede ad una persona nel momento in cui passa da uno stato di quasi anonimato ad una improvvisa fama.
Roberto Saviano
, ad esempio, ha subito una forte mutazione, in parte dovuta a lui, in parte all’idea che l’opinione pubblica si è fatta di lui: ma di certo entrambe le cose hanno contribuito a formare il suo personaggio.

Tale personaggio corrisponde all’ideale di un eroe della lotta alla camorra e alle mafie in generale, difensore della Costituzione e della legalità, intellettuale e baluardo della sinistra moderata di oggi.

Die Brücke ha da poco compiuto il suo primo anno di vita e anch’io collaboro su questo sito come redattore da un annetto circa. C’è una cosa che noto ormai da un po’ di mesi, specialmente da quando gli articoli vengono pubblicati anche sul social network Facebook: buona parte dei commenti che vengono fatti sui link sembrerebbero essere preconcetti.

Prendo ad esempio la serie di articoli di Nicola Mente sull’informazione e Marco Travaglio (Marco Travaglio e il divismo informativo). In buona sostanza, i commenti che vennero inseriti in ognuno degli articoli pubblicati potevano essere raggruppati in “contro-Travaglio” e “pro-Travaglio”, di conseguenza i primi commentando a favore dell’articolo e i secondi criticandolo. Ovviamente, penserete.

Ma nel primo articolo della serie, Nicola Mente si limita ad introdurre il tema che intende trattare e ad iniziare la suddetta trattazione. Benché sia implicito dal titolo e dalle prime parole dell’autore che egli intende muovere una critica in particolare al giornalista Marco Travaglio, in questa prima parte dell’opera non viene mossa alcuna effettiva critica al personaggio in questione, per scelta stilistica dell’autore. Come spiegare quindi i commenti negativi, se non che nessuno dei commentatori si è accorto che quell’articolo rappresentava solo l’introduzione di un progetto più grande ed esteso, che sarebbe stato pubblicato in seguito? Ma ancora di più: come spiegare i commenti di chi si dice favorevole? Favorevole a cosa, se nell’articolo non si dà alcuna motivazione per essere né contro, né a favore, ma solo il parere dell’autore?

Continua da Marco Travaglio e il divismo informativo, parte III.

Credo che il mestiere del giornalista sia una cosa seria, non un’interpretazione teatrale. Marco Travaglio è abituato – come il suo alter ego Filippo Facci e come tutti gli altri – a vedere il mondo in bianco o in nero, senza il minimo giudizio critico, indispensabile per questa professione. Perché il signor Travaglio non insegna ai suoi fan a non adorarlo? Perché non spiega che la cultura e la coscienza civica di un paese non si fanno con il populismo becero e con la demagogia da divismo, ma crescono proporzionatamente alla libertà di pensiero che si lascia alle persone? Questo non è berlusconismo?

Il travaglismo, come Grillo o come tutti quei sedicenti siti di informazione senza catene che ronzano su Facebook e sui social network (Informazione libera, Informare per resistere, Altra informazione e Freedom italian information) che si spacciano per canali indipendenti, ma che sono solo dei contenitori intrisi di anti-berlusconismo militante fazioso e dal sapore di muffa, sono tutte realtà nocive ad un paese che ancora fatica ad ammettere gli sbagli di un passato costellato da restrizioni e lottizzazioni politiche.

Alla manifestazione per la libertà di stampa di sabato – una manifestazione-farsa – nessuno ha parlato del cancro delle cariche politiche che controllano la Rai: ricordo che io già a 6 anni sapevo che il Tg1 era democristiano, il Tg2 socialista e il Tg3 comunista, ad esempio. Nessuno ricorda che AnnoZero di Michele Santoro – l’Emilio Fede dell’anti-berlusconismo – è alla stessa stregua di Ballarò e di Porta a porta: un parcheggio di luoghi comuni, populismo e disinformazione, dove Travaglio sguazza beato, come un divetto. Ricordo che il nostro 62° posto nella libertà di stampa è generato da cinquant’anni di democrazia cristiana e da vent’anni di socialismo, dal controllo episcopale della prima rete (le immancabili citazioni dall’Osservatore Romano della Buttiglione, ricordate?), da quarant’anni di opposizione comunista che ha fatto della terza rete una roccaforte bolscevica.

Continua da Marco Travaglio e il divismo informativo, parte II.

In pochi in Italia conoscono Paolo Barnard. Barnard è un giornalista co-fondatore del programma di approfondimento Report insieme a Milena Gabanelli, programma per il quale ha lavorato per dieci anni. È stato inoltre collaboratore e corrispondente  all’estero per vari giornali italiani e autore di diversi saggi e libri: il più famoso, Perché ci odiano, tratta della vicenda israelo-palestinese, portando alla luce fatti e informazioni sconosciuti a più, offuscati dal sistema informativo occidentale.

Barnard nel 2003 interrompe bruscamente il suo rapporto con Report, in seguito a una controversia nata dalla messa in onda (l’11 ottobre 2001) di una sua inchiesta in cui denunciava – secondo fonti da egli stesso accertate – la pratica attuata da alcune case farmaceutiche, consistente nella corruzione di medici di base al fine di ottenere prescrizioni illecite di farmaci da esse prodotti. Mediante questa procedura illegale (il comparaggio) si causano gravissime ripercussioni sull’intera comunità e sull’efficienza del servizio sanitario nazionale. L’uscita di questa inchiesta provocò reazioni abbastanza “piccate” da parte di un informatore farmaceutico, che il 16 aprile del 2004 citò la Rai, Milena Gabanelli e Paolo Barnard in giudizio presso il Tribunale civile di Roma, con l’accusa di diffamazione.

A quel punto, Barnard venne inspiegabilmente «scaricato» dalla Gabnelli e da Report, e non solo: gli viene negato ogni diritto di incaricare legali per conto della tv di Stato, il che lo costringe a sobbarcarsi l’intera ingenza del processo.

Continua da Marco Travaglio e il divismo informativo, parte I.

Marco Travaglio, il 5 luglio del 2006, quando ancora era lontano dal palinsesto televisivo, dai tronetti di AnnoZero e dal suo secondo mentore Michele Santoro, dichiarava: “in televisione è vietato tutto ciò che è libero, indipendente e autonomo, perché? Perché non si sa mai cosa può dire uno libero, che non risponde, non si sa mai cosa potrebbe fare, non si sa mai cosa potrebbe raccontare, non si sa mai cosa potrebbe andare a scavare un giornalista, un attore, un intellettuale che non sia asservito.
Se uno è asservito, è controllabile, si conoscono le dimensioni del suo guinzaglio, e si sa anche chi lo tiene in mano – il guinzaglio. Chi non ha il guinzaglio in televisione, in questo momento non lavora, e chi ci lavora – in un modo o nell’altro – un suo guinzaglio ce l’ha. Si tratta a volte di scoprirlo, per quelli più furbi, che lo nascondono meglio, per altri si tratta di capire quanto è lungo, ma non c’è dubbio che chiunque lavori in televisione nei posti chiave che si occupano di informazione, di attualità o che si occupano di settori limitrofi, il guinzaglio c’è e lo tiene in mano qualcuno. Poi ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio e pure è bravo, non è mica escluso. È difficile, ma non è escluso. La regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile, ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui. Altrimenti, sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe, lì dentro non ci si entra”.

Due mesi dopo Travaglio entra a far parte come ospite fisso della trasmissione AnnoZero. Se, come dice Paolo Barnard, “non si può pensare che la Rai si sia trasformata nella Bbc nel giro di pochi mesi”, il signor Travaglio ci deve spiegare – come dice Barnard – chi tiene le fila del suo tronetto televisivo, chi ha le redini del suo guinzaglio, e chi ha il guinzaglio di Santoro, in televisione da più di vent’anni.

Come Don Chisciotte contro i mulini a vento?
Sono anni ormai – e il mio fegato lo sa bene – che accendo discussioni animate non appena vengo coinvolto in un qualsiasi discorso che concerna il signor Marco Travaglio.
Questo impavido giornalista torinese, dall’aspetto affascinante e radical-chic e dalle simpatie reazionarie e giustizionaliste (inizia a scrivere per quotidiani cattolici, non disdegnando successive collaborazioni con Il Borghese), da anni imperversa su ogni canale di comunicazione, dalla tv alla radio, ai giornali, alla rete, ergendosi come il «paladino della libera informazione».

Confesso che – vuoi per la mia natura nichilista e un tantino decadente, vuoi per la grande passione che ho nei confronti del mestiere del giornalista – questo belloccio signore brizzolato non mi ha mai convinto. Attraverso i miei pochi studi, ho imparato quanto sia difficile e raro esercitare al meglio questa professione: verifica al limite dell’ossessivo, controllo di fonti, capacità di analisi, capacità comunicative sono qualità determinanti per produrre un buon professionista.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XVI.
Ovvero: la sinistra assenteista, lo scudo fiscale, Videocracy, Il Fatto quotidiano.

Qualcuno mi dice che Die Brücke è uno splendido sito, ma che talvolta ci fossilizziamo a parlare delle solite cose e tralasciamo notizie importanti di attualità.

Allora voglio riprendere alcuni degli argomenti di maggiore discussione degli ultimi giorni e rifletterci un po’ sopra.

Siamo ormai avviati, come tutti ripetono da un po’ di tempo, alla cosiddetta era di internet, quella del 2.0, quella dei social network, con Facebook in testa, quella delle webcam e dei blog.

Diciamo con più precisione che il mondo va verso questa epoca, che potrà essere positiva o negativa – questo lo vedremo -, ma ci si sta avviando.

In Italia invece preferiamo come sempre essere conservatori, per volontà o per forza di cose, ed infatti abbiamo tassi di informatizzazione nei servizi, crescita delle persone che usano il pc giornalmente, diffusione della banda larga che sono quasi da Paese del terzo mondo.

In particolare, vorrei focalizzare l’attenzione sulla questione dell’informazione, in quanto sempre più si diffonde una concezione diffusa di informazione, proprio grazie ai blog, a YouTube, a Facebook ecc. Lo stesso progetto Die Brücke fa riferimento a questo nuovo tipo di diffusione di notizie fra la gente.

Ovviamente, avendo come base la deprimente condizione di cui sopra, in Italia le persone faticano ancora ad utilizzare questo mezzo per acquisire conoscenza, news, video, o semplicemente coltivare interessi di ogni genere. Molto più radicati e penetranti nel territorio e nelle menti della gente restano i mezzi “classici”: la televisione ed i giornali.

In particolar modo la tv, visto il brutto momento che la carta stampata sta attraversando attualmente (in un Paese in ogni caso non rinomato per la quantità di lettori abituali di libri, riviste e giornali per l’appunto), anche per colpa della crisi e dei minori investimenti pubblicitari.

GheddafiIeri sera a darne la notizia è stato il direttore del Tg4, Emilio Fede, contattato telefonicamente dal Ministro degli esteri, Franco Frattini.
I recenti incontri di Tripoli dunque, oltre a festeggiare i 60 anni di governo di Gheddafi, sono serviti anche per concludere importanti accordi d’intesa reciproca tra i due paesi del Mediterraneo, riguardanti lo sviluppo economico e sociale delle due nazioni.
Mentre sui cieli della capitale libica erano tutti col naso all’insù al passaggio delle frecce tricolori, negli uffici del Ministero degli esteri, Frattini e il suo pari ruolo Abdel-Rahman Shalgam hanno ultimato le trattative.
Gli accordi prevedono il passaggio del controllo dell’isola di Lampedusa e delle acque circostanti all’autorità libica, che ne farà dunque un enclave nel territorio, o meglio, nelle acque italiane.

Sembra proprio che questi primi decenni del terzo millennio siano destinati a segnare un profondo e radicale cambiamento nella storia dell’umanità.
Dopo l’11 settembre 2001 – data in cui, a detta di molti, la storia del mondo è entrata in una nuova e critica fase -, a distanza di quasi otto anni ci troviamo di fronte a una notizia ancora più sconvolgente: dopo settecento anni, il papato cambierà sede (e quindi, con lui, tutti gli alti organi istituzionali del Vaticano), trasferendosi ad Avignone, in Francia.

L’annuncio arriva proprio in occasione della settecentesima ricorrenza della cattività avignonese, periodo durato sessantotto anni (1309-1377), in cui la sede papale si spostò appunto da Roma nella città francese.

La notizia ha del clamoroso, ed è cominciata a trapelare nei giorni scorsi in ambienti vicini alla Chiesa.