Grattacieli e soleUltimamente vanno di moda le lettere aperte, quelle sincere, col cuore in mano, con i pensieri migliori e profondi che vengono spinti fuori dalla forza del volerli esprimere. Ci provo anch’io.

Sin da quando ero piccolo ho sempre apprezzato gli insegnamenti, i modi di fare e lo stile di vita dei miei nonni, lavoratori modesti ma di grande dignità, che mi hanno permesso, anche con la collaborazione e la continuazione dei loro sforzi da parte dei miei genitori, di vivere una vita che definisco sempre al di sopra dei miei reali bisogni, anzi di quelli che ritengo i bisogni “normali” di una persona: avere diverse televisioni, pc, macchina, poter studiare senza borse di studio e sostegni vari fuori dalla mia regione. Uno straordinario regalo che nulla ha a che vedere col mio merito personale.

Una dimostrazione palese della folle politica suicida del Partito democratico c’è stata generosamente offerta, proprio in quest’ultimo periodo, dall’entourage di Massimo D’Alema, Sergio Blasi e Michele Emiliano a proposito della gestione del potere regionale in Puglia. La vicenda, se inizialmente poteva sembrare un’incomprensione circoscritta all’interesse della sola regione, si è presto allargata alla nazione tutta, attestandosi così come il paradigma di una politica fondata sull’incoerenza, sulla strumentalizzazione, sulla completa incapacità di empatia nei riguardi dell’elettorato e del popolo.
Per entrare nel merito della questione, risale circa al mese scorso la decisione inaspettata dell’ex Presidente dei Ds  di stravolgere del tutto le carte sul tavolo di Presidenza della nuova Assemblea regionale – che già si era detta favorevole alla proposta, presentata dallo stesso Blasi, di riconfermare la candidatura dell’attuale Presidente della Regione, Nichi Vendola -, manifestando la sua particolare attenzione nei confronti del pensiero dell’Udc, assolutamente deciso a non appoggiare il candidato prescelto come leader del centro-sinistra.

Il comportamento dei principali alleati (non solo del partito di Casini, ma anche di quello di Di Pietro) manca certamente di chiarezza: il veto posto sul nome, infatti, non è stato seguito da alcuna chiarificazione in merito al programma o anche solo agli ultimi anni di governo in Puglia. Nonostante questo – ci si chiede il perché – è stato immediatamente accolto dal principale “manovratore” dei poteri all’interno della Regione.

È recente la proposta del viceministro alle finanze Adolfo Urso di inserire all’interno della scuola italiana l’insegnamento della religione islamica, una proposta che ha ricevuto un ampio accoglimento sia da parte della maggioranza che dell’opposizione. Una proposta, questa, che è stata avanzata con lo scopo di favorire l’integrazione dei cittadini extracomunitari di credo islamico.

Immediate sono state le reazioni in entrambi gli schieramenti: in particolare sono da registrare il secco no della Lega Nord, dell’UdC e di una parte dello stesso Popolo delle Libertà. Ma anche all’interno del Pd si sono registrate delle spaccature.

L’accoglimento bi-partisan si è invece avuto da parte del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, e da parte di Massimo D’Alema. Ma qual è stato, realmente, il motivo scatenante la polemica?

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XVI.
Ovvero: la sinistra assenteista, lo scudo fiscale, Videocracy, Il Fatto quotidiano.

La notizia aleggiava nell’etere già dalle prime ore dell’alba, e le voci cominciavano a diffondersi tra gruppi di volontari e di spazzini comunali che stavano allestendo l’area riservata al democratic party del capoluogo ligure. Unico rappresentante invitato dell’attuale governo, quello di Gianfranco Fini doveva essere un incontro di cortesia. Invece l’attuale Presidente della Camera è stato artefice dell’evento che cambierà radicalmente la storia del giovane partito del centro-sinistra, e probabilmente dell’intero Paese.

Durante l’intervento di Fini, tutto il pubblico riformista sembrava quasi rapito e ossequiosamente assorto. Il candidato del Pd non si è risparmiato nello spiegare i motivi del suo clamoroso cambio di rotta: “con il tempo mi sono reso conto che gli ideali abbracciati lungo questo trentennio di vita politica stavano venendo meno. È emersa una mia assoluta incongruenza, non solo con gli alleati del centro-destra, ma con i miei stessi compagni di partito. Inoltre, mi sono accorto che una coalizione così non può andare lontano, influenzata com’è dalle ingerenze di un uomo che vuol fare di un polo liberal-democratico la sua azienda personale”.

“Berlinguer non è la Madonna!”, tuonava a suo tempo Eugenio Scalfari, lamentandosi del culto quasi spirituale che i militanti comunisti osservavano nei confronti del loro segretario. Madonna o meno – Enrico Berlinguer era un leader; anzi, era il leader.

La sinistra l’aveva riconosciuto come tale, e anche chi non ne condivideva la linea politica ne apprezzava le doti indiscutibili.

C’era un rispetto del leader, una sorta di protezione di ciò che Berlinguer rappresentava. Insomma, c’era un partito che proteggeva la propria guida.

Far partire una riflessione critica con un rimpianto, o una nostalgia del passato – fate voi – non è il massimo. Alla faccia nostra, a dispetto di quei giovani che vogliono – anzi, pretendono – un nuovo corso.

Ah, il nuovo corso! Come possiamo pretenderlo se ancora non ci rassegniamo a conservare il “dolce Enrico” nel nostro album di famiglia e continuiamo a riecheggiarne il mito?

La nazionale italiana, campione del mondo in carica, esce da una competizione che conta poco e non conterà nulla fra un anno al mondiale africano, ma che rappresenta un po’ ciò che l’Italia è in questo momento.

Vedere l’Italia giocare è sempre stato rappresentazione di un paese dalle mille potenzialità e costretto alla perenne sofferenza. Un paese fatto di scandali, misteri, raccomandazione, corruzione, fantasia, gioie, capacità, potenzialità, passato glorioso.

Un caro amico che prenderà il mio posto come caporedattore di questo giornale è famoso per il vizio di collegare qualunque evento ad una partita di calcio. Il calcio come sinonimo del tutto. L’ho sempre un po’ sfottuto per questo, ma oggi devo dargli ragione.

Titolo ricorrente per un evento ricorrente. Lo sa bene Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, che per un titolo così passò diversi problemi.

Ed è di nuovo il Corriere della Sera il punto di partenza del nuovo scandalo della Repubblica italiana: il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è indagato a Bari per induzione alla prostituzione.

E ci sono testimoni.

Patrizia D’Addario, candidata alle europee e poi degradata a candidata alle amministrative baresi nella lista di Raffaele Fitto (Pdl, Ministro per i rapporti con le regioni), afferma di aver preso 1000 euro per andare ad una festa a Palazzo Grazioli; ne avrebbe presi 2000 se si fosse fermata per la notte.

Intermediario il giovane imprenditore Giampaolo Tarantini, che secondo la teste procurava ragazze per le feste tenute da Berlusconi a Villa Certosa e Palazzo Grazioli. Le stesse feste che finirono impresse nelle fotografie di Antonello Zappadu, successivamente sequestrate dalla Procura.

Quel che ora bisogna davvero capire è se sia fallito il progetto del Pd o il progetto di Veltroni. Analizziamo il secondo punto, probabilmente meno complesso rispetto al primo. C’è una frase di Piero Fassino che spiega molto, forse troppo: “non abbiamo scelto Walter perché era il migliore tra noi, ma perché era il meno ferito”.

Tirare in ballo l’ultimo segretario dei Ds è emblematico: detto francamente, è stato proprio lui ad assicurare all’ex sindaco di Roma la carica di segretario del nascente Pd. Fassino, in effetti, vietò ai Ds di presentare candidature diverse da quella di Veltroni. Altrimenti sarebbero scesi in campo anche l’allora ministro dello sviluppo economico, Pierluigi Bersani, e forse lo stesso Fassino. Tutto il partito si strinse attorno alla designazione veltroniana per un motivo molto semplice: la gestione della capitale da parte dell’ex enfant prodige di Botteghe Oscure faceva furore. Veltroni era sulla cresta dell’onda, nonostante non fosse esattamente un nuovo che avanzava. Come ha ben detto Fassino, era semplicemente il meno ferito.