Che si tratti di una multinazionale, o di una impresa comunque di dimensioni medie, in realtà l’aspetto della selezione è fondamentale e spesso trascurato o affidato a persone qualunquiste, senza una preparazione culturale specifica e adeguata al compito delicatissimo che si apprestano a svolgere. Non è possibile, come accade spesso a me, che si debba trascorrere il settanta percento del tempo messo a disposizione per il colloquio nel dovere illustrare/giustificare la propria scelta accademica a persone che confondono persino la facoltà selezionata dal candidato con un’altra, magari molto eterogenea. Mi scuso se cito ancora il mio caso, ma molti selettori non sanno che la facoltà di Filosofia può essere scissa da Lettere, e che ormai la laurea in “Lettere e Filosofia” non esiste praticamente più da anni.
Gocce di riflessione sul mondo del lavoro – Parte II
Pubblicato il 21 maggio 2012, ore 21:03
Gocce di riflessione sul mondo del lavoro – Parte I
Pubblicato il 12 maggio 2012, ore 16:52
Il discorso sul lavoro merita un’attenzione particolare di per sé, ed in questi giorni ancora di più. Si parla spesso di mondo del lavoro o di “mercato”, stando a significare un universo vasto e complesso, nel quale le ricette, spesso contraddittorie le une contro le altre, non sono mai esaustive. Mi piace precisare che, almeno a livello ideal-tipico, trattandosi di un mercato dovrebbe aver luogo l’incontro tra la domanda di prestazioni di utilità e l’offerta delle medesime, il tutto perfezionato dal contratto. Vi risulta che questo accada? Non mi pare proprio. Chiaramente, il più grande spartiacque è tra chi il lavoro l’ha, ed in modo “sicuro” e “dignitoso”, e chi non ce l’ha né sicuro né dignitoso, o non ce l’ha affatto; uso le virgolette per quegli aggettivi perché si potrebbe aprire una discussione, e presto ho intenzione di farlo, solo su quelle due grandezze (spesso illusorie, o sinonimo di appiattimento prestazionale e professionale).
Come pare chiaro, intendo concentrarmi sui problemi dell’assenza del lavoro senza inerpicarmi, almeno per ora, all’interno dei problemi di chi il lavoro lo ha. Per fare questo mi pare metodologicamente corretto agire su tre fronti, riprendendo lo schema ideal-tipico di cui sopra, cioè: 1) il datore di lavoro; 2) il lavoratore; 3) il contratto (la regolazione del rapporto di lavoro).
Ultimamente vanno di moda le lettere aperte, quelle sincere, col cuore in mano, con i pensieri migliori e profondi che vengono spinti fuori dalla forza del volerli esprimere. Ci provo anch’io.
Sin da quando ero piccolo ho sempre apprezzato gli insegnamenti, i modi di fare e lo stile di vita dei miei nonni, lavoratori modesti ma di grande dignità, che mi hanno permesso, anche con la collaborazione e la continuazione dei loro sforzi da parte dei miei genitori, di vivere una vita che definisco sempre al di sopra dei miei reali bisogni, anzi di quelli che ritengo i bisogni “normali” di una persona: avere diverse televisioni, pc, macchina, poter studiare senza borse di studio e sostegni vari fuori dalla mia regione. Uno straordinario regalo che nulla ha a che vedere col mio merito personale.
Geração à rasca: la generazione dei precari
Pubblicato il 28 marzo 2011, ore 20:11
Sabato 12 marzo duecentomila persone sono scese in strada a Lisbona per protestare contro precariato e disoccupazione. Lo stesso giorno si sono svolte altre dieci manifestazioni nelle principali città portoghesi. Solo a Porto i partecipanti sono stati, secondo gli organizzatori, ottantamila.
La manifestazione, lanciata su Facebook, non è stata solo la protesta dei precari e disoccupati della generazione più giovane, ma si è allargata a tutte le altre: insieme agli studenti, agli stagisti ed ai lavoratori precari, è scesa in piazza gente di tutte le età, anche i pensionati.
La presenza dei leader di alcune forze politiche (Bloco de Esquierda e Partido Comunista Portiguês) non ha tuttavia colorato politicamente la protesta, che è stata caratterizzata soprattutto dall’apoliticità e da una voglia di cambiamento che non si riconosce nei tradizionali partiti politici.
Il 23 febbraio scorso è stato definitivamente smantellato il ddl sulle quote rosa promosso da Lella Golfo (PDL) ed Alessia Mosca (PD). In pochi erano a conoscenza di questo disegno di legge e sarebbe interessante sapere quanti tra coloro che hanno partecipato alla manifestazione Se non ora quando? del 13 febbraio.
Le cosiddette quote sono uno strumento utilizzato per garantire la rappresentatività delle minoranze e combattere eventuali discriminazioni e razzismi. Negli Stati Uniti, ad esempio, esistono quote per le minoranze religiose ed etniche addirittura nelle procedure di selezione delle università e di assunzione per un qualunque lavoro; il Brasile, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, dal 2000 sta attuando una politica delle quote per studenti universitari di colore. Seguendo lo stesso criterio, le quote di genere - comunemente conosciute come quote rosa – fissano una percentuale minima da rispettare per entrambi i sessi all’interno di liste elettorali, consigli di amministrazione, luoghi di lavoro, università ed altro
Al di fuori dei confini italiani, cinquanta paesi hanno introdotto quote di genere negli statuti dei partiti e trenta di questi le hanno addirittura inserite nelle elezioni nazionali; altrettanti sono i paesi che hanno introdotto quote di genere in vari settori, come nell’assunzione di dipendenti, nei consigli di amministrazione e nelle università.
Anni ’70. La politica era tra noi, volenti o nolenti ci si viveva in mezzo. Chi era di sinistra si riconosceva da lontano: eskimo, barba e capelli lunghi, “i più audaci in tasca l’Unità” (Guccini). Chi era di destra: vestito bene, capelli corti ben rasati. Ci separavano i locali, la musica, le abitudini, un po’ anche le facoltà. Era facile, era semplice: si litigava, si discuteva, ci si menava a volte, ci si impegnava. Magari solo a parole, ma almeno le idee erano chiare.
Dal 2000 tutto è confuso: la politica non è un problema dei giovani. I giovani ne hanno altri e diversi, in primis trovare un lavoro, ma anche divertirsi il più possibile. Noi (genitori) li abbiamo forniti di tutto ed ancora di più: auto, soldi, possibilità. Il lavoro? Il lavoro no, quello è diventato facoltativo, flessibile. Il povero Biagi aveva avuto un’intuizione giusta: far lavorare tutti per poi inserirsi con esperienza nel mondo del lavoro. Peccato che non avesse pensato alla degenerazione del sistema cui assistiamo oggi, nonché all’altro, vecchio sistema italiano: fatta la legge, trovato l’inganno.
Dopo il voto tedesco in cui la Germania non ha svoltato a destra, è risuonato ancora una volta in Europa l’irritante ritornello post-elettorale della crisi della sinistra.
La socialdemocrazia tedesca, il partito di sinistra più antico d’Europa, ha raggiunto i minimi dal dopoguerra; il partito-simbolo della sinistra novecentesca - che da decenni rappresentava oltre un terzo dell’elettorato tedesco – è sceso sotto il 25%. Riassumo: uno dei partiti più antichi del vecchio continente, nato e cresciuto in pieno Ottocento, ha perso voti da quando è entrato nel terzo millennio. Solo io non capisco tanto stupore?
I titoli apocalittici dei giornali – anche italiani – lasciano intendere una imminente raccolta di firme per salvare la socialdemocrazia europea dall’estinzione. “Salvate la sinistra!”, per carità.
Al di là delle scherzose considerazioni per cui ho la sensazione che la sinistra europea sia nata in crisi, vissuta in crisi e tuttora sia in crisi, mi viene naturale pormi domande – a metà tra il cinico e il razionale – sulla necessità e sull’utilità di risorgere quello che pare un cadavere politico.
Le diagnosi dei più illustri osservatori mettono in luce alcune importanti contraddizioni che pesano sul cervello e sullo stomaco delle socialdemocrazie europee, ossia su quei partiti che dal marxismo rivoluzionario al socialismo anarchico sono andati lentamente spostandosi su posizioni riformiste e progressiste sino finalmente ad aprirsi, con il New Labour di Tony Blair, al libero mercato.
Prendo i miei spunti da alcuni interventi di Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’economia nel 2002) su riviste specializzate e da una lettura della legge Biagi (meglio conosciuta come legge 30) per fornire una breve analisi dalla situazione del precariato in Italia. Queste sono considerazioni personali nate dopo queste letture – ovviamente è un’interpretazione dell’argomento.
È fondamentale innanzitutto capire che una delle opportunità più importanti nel corso della nostra vita è quella di trovare un lavoro. Le politiche volte all’aumento della flessibilità del lavoro hanno portato ad una riduzione dei salari e a una minore sicurezza dell’impiego, quando invece dovevano portare ad una diminuzione del tasso di disoccupazione e a una crescita più alta dell’economia generale. Queste riforme hanno invece prodotto conseguenze negative sull’andamento dell’economia stessa, data una minore crescita di beni e visti i livelli di reddito più bassi, la perdita del potere di acquisto delle famiglie e la maggiore incertezza economica del lavoratore.
In Italia la legge Biagi ha incrementato il fenomeno del precariato. La legge è stata approvata in nome di una maggiore flessibilità per le imprese e di una maggiore possibilità di impiego per i più giovani.
Si parla molto di globalizzazione, ma spesso se ne ha un’idea abbastanza generica. Il concetto è invece abbastanza semplice: un mercato è un mercato globalizzato quando quello che succede in una parte del mondo influenza in modo significativo soggetti che vivono o operano molto lontano.
In primo luogo le imprese devono preservare la competitività e, se ottenuta, potranno far leva sull’economia di scala derivante dall’accesso a mercati più estesi. Per i consumatori si è già aperto un mercato con un più ampio ventaglio di prodotti disponibili e quindi con più scelte.
Abbiamo finora letteralmente goduto di tutto questo grazie ai prezzi tendenzialmente più bassi dei prodotti importati con conseguente bassa inflazione. Ma qual è il fenomeno che ha ispirato ed alimentato la recente globalizzazione?
La riforma necessaria per tornare a contare
Pubblicato il 11 novembre 2008, ore 23:46
La mia esperienza iberica mi sta insegnando molte cose sul mio paese e sul mondo.
Nella lezione di marketing di questa mattina il professore ha chiesto quanti di noi lavorassero.
Risposta: nessun italiano, dieci spagnoli. La cosa mi ha colpito molto, considerando che la classe è equidistribuita tra italiani e spagnoli (una trentina per gruppo) e una decina di persone dal resto del mondo.




