Non c’è niente da fare: Obama, in Italia, piace proprio a tutti. Scontato che possa piacere agli emuli tricolori del Partito Democratico, anche solo per un’affinità nominativa, che già nel 2008 ne celebrarono la vittoria senza conoscere minimamente le idee dell’ex-senatore dell’Illinois (non molti mesi fa, per fare un esempio recente, mentre Obama parlava di matrimoni gay, Rosy Bindi redarguiva alcuni simpatizzanti, dicendo loro di accontentarsi delle coppie di fatto).

Già quattro anni fa, tutti esaltavano il comunicatore Obama, l’uomo le cui idee arrivavano prima su internet che sulle televisioni. Obama era citato ed acclamato come un modello di un nuovo modo di fare politica e di comunicare le proprie idee, un modello che piaceva a tutti e che nessuno dei nostri politici ha ancora avuto il coraggio di fare suo. Va bene, si sono fatti tutti un account Facebook e Twitter, ma la televisione e la carta stampata restano ancora i primi mezzi di comunicazione a cui pensano, quando devono iniziare una campagna elettorale.

Lo ama il centrodestra, Berlusconi in primis. Lo amano pur disprezzando quasi tutte le sue iniziative (pensate alle posizioni della Lega e del Pdl in merito al voto agli immigrati, all’aborto, alle unioni omosessuali), quando invece sarebbe più comodo e coerente, oltre che logico, sostenere il candidato repubblicano.

L’ho detto, scritto e ripetuto decine di volte. Se c’è una costante nella storia culturale e politica della Repubblica italiana è l’illusione, arrogante e patetica, che esista una “Italia migliore“, purtroppo minoritaria, oppressa e calpestata da un’Italia maggioritaria implicitamente (a volte nemmeno tanto implicitamente) definita “peggiore”. La sinistra italiana campa di questo.
Nichi Vendola è solo l’ultimo comunista a girare il paese predicando il verbo dell’Italia migliore. Il Vangelo secondo Lenin declamato dal presidente della Puglia è un disco rotto di metafore senza capo né coda, di cattolicesimo conservatore e moralista unito a una dottrina sociale da fine Ottocento in cui il “focolare” e la “filastrocca“, nostalgia di un passato mai vissuto, sono i totem della mancanza di idee, di novità, di capacità. Vendola, profeta in patria, va sulla terza rete della tv di regime e declama, davanti al come sempre servilissimo Fabio Fazio, quanto la sua “Italia migliore” sia davvero migliore dell’Italia peggiore.

Tutto l’entusiasmo, tutto quel bisogno di cambiare che aveva visto protagonista la cittadinanza milanese alla vigilia delle primarie, si è spento: dissolto in una nuvola di fumo, perso in una serie di scontri e di litigi che poco o nulla hanno da spartire col principio fondativo delle primarie, e che in poco o nulla appartengono alla sfera delle elezioni amministrative.

Ha vinto Giuliano Pisapia, con un distacco di cinquemila voti dal secondo candidato favorito dai sondaggi, Stefano Boeri. La notizia è assolutamente positiva: ha vinto un candidato della società civile, su cui poi tutti i partiti della sinistra avrebbero dovuto convergere in vista delle elezioni. Così non è stato, ed anzi, paradossalmente la questione si è trasformata in un’immensa diatriba a livello nazionale che ha voluto come blocchi contrapposti Nichi Vendola e il Pd.

A cominciare da quell’infelice commento di Gad Lerner (“con Giuliano Pisapia la sinistra vince nettamente le primarie”) che, primo tra tutti, ha tracciato la linea di un percorso mediatico all’insegna delle incomprensioni; per poi completare l’opera non solo con i giornali che hanno pubblicato titoli come “Ha vinto Pisapia, ha perso il Pd“, “il Pd ha preso una batosta alle primarie milanesi. Ha vinto il candidato della sinistra“, “Vendola sconfigge il Pd“, “Vendola vince a Milano“, ma anche con le assai poco limpide dichiarazioni di esponenti del Pd milanese (come Mariapia Garavaglia) che affermano l’intenzione di togliere l’appoggio a Pisapia per le prossime elezioni amministrative.

Viene quasi naturale chiedersi se qualcuno abbia effettivamente capito il significato dello strumento delle primarie. Come si può pensare di ridurre le primarie a un referendum (o, peggio, a un derby) pro o contro il Pd? Che senso ha?

Sembra che ormai sia scoccata l’ultima ora per il Cavaliere. Sembra che abbia i giorni contati e il fatto che debba dimettersi è solo una formalità, una certezza acquisita. Sembra.

Perché Silvio Berlusconi ci ha insegnato che c’è sempre il gran finale quando sulla scena recita lui, e che si può sempre risorgere, politicamente parlando. Si può andare al tappeto anche quindici volte, ma l’importante è vedere che l’avversario non si alza più, che rimane a terra.

È un uomo con l’ultima cartuccia eternamente in canna, uno straordinario trapezista, che incanta da un parte e dell’altra, ma rimane sulla fune.

Gianfranco Fini questa volta, però, è stato chiaro: non si può andare avanti così, ci vogliono le tue dimissioni, Caro Silvio. Bisogna tagliare delle teste, a volte, per cambiare – è la vita, Silvio -. Dobbiamo farcene una ragione, succede. Questa volta sarà la tua testa a cadere, può sembrarti strano, ma è così: mettiamola su un piatto d’argento e non ne parliamo più. Servitela, poi, su quel piatto, perché quello dove ho mangiato per anni comincia ad essere sporco e comunque credo di non avere molta fame.

“Fazio e Saviano hanno fatto centro”. È questo il primo pensiero che mi è venuto in mente ieri sera, mentre guardavo la diretta del loro programma, “Vieni via con me“. È stato un bel programma quello portato in scena dai due giornalisti, di forte impatto emotivo, ancor più che visivo, grazie anche alla partecipazione di ospiti quali Angela Finocchiaro, Nichi Vendola, Roberto Benigni, Claudio Abbado.

Un programma nel quale c’è stato un tentativo di risvegliare le coscienze di un popolo, quello italiano, ormai assopite da troppo tempo.

Diritto alla vita o diritto al lavoro? Quando si parla di Taranto e del suo cinquantennale problema con l’Ilva e con l’inquinamento, la domanda si rivela pleonastica, per non dire demenziale.

Considerata una delle città più floride e potenti di tutta la Magna Grecia sotto il governo e la guida di Archita, diventata poi principato sotto il dominio dei Normanni e a seguire degli Svevi, annessa al Regno di Napoli con l’avvento degli Aragonesi e assunta a importante porto militare sotto il dominio spagnolo, Taranto si è sempre sostenuta grazie all’agricoltura, alla pesca e all’artigianato: qualità che, insieme alla sua naturale bellezza e alla sua posizione strategica, l’hanno resa col tempo una delle città più ricche del Mediterraneo.

Sembra il gioco degli specchi: Walter Veltroni si lamentava dell’assenza di unità nella dirigenza del Partito democratico, arrivando a sfogarsi apertamente al momento delle sue dimissioni da segretario; oggi torna per prendere il posto che era oggetto delle sue critiche. Bersani, che è l’esponente appoggiato apertamente da Massimo D’Alema durante le primarie dello scorso autunno ora deve cercare di tenere unite le correnti e correntine in mezzo ad una tempesta. Quando si dice “la coerenza”.

Prima di tutto perché – chiede Giacomo Russo, giovane precario, – si continua a finanziare la scuola privata? E con quale coraggio si sottraggono 8 miliardi di euro dalla scuola pubblica quando la Corte dei conti ha accertato che in Italia vengono assorbite cifre spaventose dalla corruzione?

“Dopo 14 anni di insegnamento a Palermo sarò costretta ad andare a lavorare in Lombardia, in coda nelle graduatorie: in Sicilia ci sono zero posti, a Brescia forse avrò un incarico”. Lo dice Caterina Altamore, che da ieri si è unita allo sciopero della fame iniziato dai suoi colleghi palermitani, Salvo Altadonna, Giacomo Russo e Pietro Grusa, che non sanno cosa ne sarà di loro. E stavolta non è un titolo di un film, è la dura realtà. Per una studentessa come me, che può pagarsi le tasse dell’università, è facile scrivere questo.

Nichi Vendola è attualmente il Governatore della regione Puglia, al suo secondo mandato dal 2005. Leader e portavoce nazionale del movimento politico Sinistra ecologia libertà, ha in passato militato nel Partito comunista italiano e in Rifondazione comunista, dove in entrambi i casi ha ricoperto più volte incarichi di direzione e coordinamento nazionale, sedendo anche nella Camera dei deputati con Rifondazione per quattro legislature (XI, XII, XIII e XIV). Recentemente e a partire da un’esperienza inizialmente circoscritta alla sola Puglia e con funzioni di comitato elettorale, ha seguito la nascita spontanea delle ormai famose fabbriche di Nichi, laboratori civici per il volontariato e l’attivismo politico sulla scia della sua politica regionale.

Mancano ormai pochi giorni a quello che sarà il primo vero banco di prova delle fabbriche di Nichi e pochi mesi a quello che sarà il congresso fondativo di Sinistra ecologia e libertà. In questo caso la posta in gioco – la credibilità e l’esistenza stessa di questo nuovo partito – è altissima.
Susanna Curci ha intervistato Nichi Vendola per Die Brücke, circa la sua esperienza in regione ed il suo futuro politico.

Simone Aversano, beneventano classe ’89, è studente di giurisprudenza presso l’università del Sannio e collaboratore di diverse testate giornalistiche: Sanniopress, il blog-notes fondato da Billy Nuzzolillo nel 1999, il settimanale sannita online Sannio Week,  il settimanale sannita Messaggio D’Oggi, il magazine online Caffè News (http://www.caffenews.it/), di cui è vicedirettore, il non-periodico di discussione studentesca Inform-Azione. Si impegna a fondo nell’ambito dell’associazionismo, con l’associazione studentesca Demos e con il gruppo civico Benevento città racconta.

Ho conosciuto Simone attraverso un mio amico, Gianluca, anche lui studente in legge a Benevento, e mi è venuta sin da subito l’idea dell’intervista. Abbiamo organizzato l’intervista via mail, perché  proprio in questi giorni mi sono trasferito a Lisbona. Ho iniziato qui a leggere Caffè News Magazine, giornale on line che trovo davvero interessante. È bello poter leggere qualche articolo che parla della Campania quando si è lontani; fa piacere, soprattutto, sapere che nel deserto che è il nostro Sud ci sono pur sempre persone che si danno da fare, con passione e competenza, a raccontare ed analizzare i problemi, ad avanzare proposte. È bello infine fare una pausa dalla peraltro neanche troppo stressante vita della capitale portoghese, per gustare un buon caffè italiano su Caffè News Magazine. Fondato da Paolo Esposito, il giornale si presenta così ai lettori:

«Non un semplice bar, il più delle volte regno della perdizione, ma un luogo in cui ci si può gustare ‘na tazzulella e’ cafè, o del buon the con dei biscotti, od anche un cappuccino. E tra un caffè e un cappuccino poter scegliere un giornale per conoscere gli avvenimenti del giorno, magari seduti a tavolino, trovandosi così a discuterne con i propri vicini, scambiando con loro qualche battuta, quattro chiacchiere. Questa è la filosofia di Caffè News Magazine che ha preso il via il 31 Ottobre 2005 e che si ispira a “Il Caffè”, il periodico più importante e prestigioso della cultura illuministica italiana nato a Milano nel 1764 ad opera di Pietro Verri».

Una dimostrazione palese della folle politica suicida del Partito democratico c’è stata generosamente offerta, proprio in quest’ultimo periodo, dall’entourage di Massimo D’Alema, Sergio Blasi e Michele Emiliano a proposito della gestione del potere regionale in Puglia. La vicenda, se inizialmente poteva sembrare un’incomprensione circoscritta all’interesse della sola regione, si è presto allargata alla nazione tutta, attestandosi così come il paradigma di una politica fondata sull’incoerenza, sulla strumentalizzazione, sulla completa incapacità di empatia nei riguardi dell’elettorato e del popolo.
Per entrare nel merito della questione, risale circa al mese scorso la decisione inaspettata dell’ex Presidente dei Ds  di stravolgere del tutto le carte sul tavolo di Presidenza della nuova Assemblea regionale – che già si era detta favorevole alla proposta, presentata dallo stesso Blasi, di riconfermare la candidatura dell’attuale Presidente della Regione, Nichi Vendola -, manifestando la sua particolare attenzione nei confronti del pensiero dell’Udc, assolutamente deciso a non appoggiare il candidato prescelto come leader del centro-sinistra.

Il comportamento dei principali alleati (non solo del partito di Casini, ma anche di quello di Di Pietro) manca certamente di chiarezza: il veto posto sul nome, infatti, non è stato seguito da alcuna chiarificazione in merito al programma o anche solo agli ultimi anni di governo in Puglia. Nonostante questo – ci si chiede il perché – è stato immediatamente accolto dal principale “manovratore” dei poteri all’interno della Regione.