Che il problema immigrazione esista e sia sotto i riflettori è ormai noto da tempo, così come è evidente che l’Unione Europea poco o nulla abbia fatto, preferendo lasciare la patata bollente nelle mani dei singoli stati e quasi abbandonandoli a se stessi. Mi sembra opportuno fare alcune riflessioni sulla situazione attuale dell’immigrazione in Italia e su come ci si è arrivati.

L’Italia, nel veloce passaggio da Paese di emigrati a Paese di immigrati, non ha saputo affrontare il problema in maniera efficiente e non ha saputo trovare una politica adatta. Invece di affrontare una politica di programmazione seria di flussi e arrivi, così come avviene negli altri stati europei e negli Stati Uniti, i politici italiani hanno approvato leggi inapplicabili.

Spesso mi capita di riflettere sulla storia: sui meccanismi che la muovono, sulle strade che non è riuscita a percorrere, sulla totale incapacità degli uomini di ogni epoca di cogliere le correnti di innovazione del proprio tempo e di volgere lo sguardo al futuro. Il pensiero corre così naturalmente al nostro periodo storico ed alla profonda contraddizione che lo avvolge, contraddizione della quale diventa ogni giorno più complicato trovare una spiegazione coerente.

È palese, sotto gli occhi di tutti, la svolta epocale che il neo-presidente Barack Obama è riuscito a determinare in pochi mesi negli Stati Uniti e nel mondo tutto. Basta solo soffermarsi a riflettere per qualche minuto, per rendersi conto di quanto sia stata – e sia a tutt’oggi – rilevante ed innovativa la nuova direzione politica intrapresa: penso a questa nuova America multiculturale, pacifista, ecologista ed ambientalista; quest’America per i lavoratori, per la giustizia sociale ed economica, contraria alla tortura ed aperta al dialogo tra i popoli. Un’America profondamente diversa da quella fino ad oggi conosciuta, e della quale tutti, fortunatamente ed incredibilmente, sembrano entusiasti.

È proprio per questo motivo, però, che la contraddizione del nostro tempo si palesa indiscutibilmente.

Va innanzitutto premesso che è stata una tornata elettorale sufficientemente inconsueta, perché abituati a scrutini dagli eclatanti ribaltoni, dalle conferme schiaccianti, oppure (in casi minori) dai desolanti pareggi. Almeno per quanto riguarda le elezioni europee, si è invece assistito alla realizzazione del caos calmo morettiano: generalmente – e a una stratificazione più esterna – nulla di nuovo oltre l’orizzonte già conosciuto; ma una volta superata la scorza del sistema Italia, un’inoppugnabile, seppure ovattata, inversione di tendenza politica.
Volendo subito arrivare a una conclusione quanto più possibile sintetizzata: confermato il primato dei partiti di governo, mancata affermazione del mito berlusconiano; fratturata l’idea politica del Partito Democratico, resistite le basi dello stesso progetto politico; diminuito il consenso per il bipartitismo, esteso il populismo; riacquisito l’elettorato di sinistra, castigate – per l’ennesima volta – le sinistre.

Ma andiamo con ordine.

Da qui a due settimane (6 e 7 giugno) avremo il nuovo scontro fra titani (?), questa volta per la conquista dell’Europa. Partendo dal presupposto che queste elezioni sortiranno ben pochi effetti in Europa – visto come il Parlamento Europeo si barcamena alla ricerca di una qualche posizione influente sulle politiche del vecchio continente -, è altrettanto difficile che dagli esiti vedremo mutare i rapporti di forza all’interno del paese, dato che verosimilmente non si avranno grosse sorprese e che daremo all’esterno un mero riflesso della situazione attuale.

Ormai è sotto gli occhi di tutti la totale immunità – non quella del Lodo Alfano, s’intende – di cui gode il nostro Premier nei patri confini: né le inefficienze degli aiuti statali ai terremotati (aiuti ridotti a circa un quarto nel giro di nemmeno due mesi, a dispetto dei proclami, anche quelli – a pensar male – come al solito dai risvolti elettorali), né lo scandalo su Noemi Letizia – scandalo? A sentire i principali media “complotto” -, né la vallettopoli – o come direbbe Guzzanti padre, “la mignottocrazia” -, ormai imperante nel partito, scalfiscono minimamente la popolarità del Silvio nazionale.

Passate le fastose celebrazioni di nascita e battesimo del PdL, abbiamo infatti una macchina da guerra pronta a sferrare l’ennesimo colpo, forse quello decisivo, al Pd, più grandicello d’età, ma a ben vedere non svezzato ancora a dovere.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XIII.
Ovvero: le eredi della Carfagna, sei mesi di Die Brücke, loro non lo sapevano, 25 aprile.

Dopo le lezioni sulla presa del potere e sulla rinascita del fascismo di Mario Borghezio (Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, IX, primo argomento dell’articolo), ho voluto ricostruire sommariamente la storia di questo volgare rappresentante della Lega, andando così a ripercorrere una carriera svoltasi all’interno di ambienti neonazisti, razzisti e basati essenzialmente sull’odio e sulla violenza.

Nella quasi totale indifferenza dei media italiani, mercoledì scorso il Primo ministro ceco, Mirek Topolanek, ha dovuto spiegare al Parlamento europeo riunito a Strasburgo perché il semestre ceco di presidenza dell’Unione Europea non avrebbe risentito del government collapse dell’esecutivo di Praga, avvenuto pochi giorni prima.
Al di là delle ovvie considerazioni sull’assurdità dell’attuale impianto istituzionale europeo, che prevede una semestrale rotazione della presidenza dell’Unione (sistema che sarà riformato dal Trattato di Lisbona, se mai entrerà in vigore), bisogna entrare nel merito dei gravi problemi che un tale avvenimento ha prodotto e continuerà a produrre.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte IV.
Ovvero: riciclaggio Mastella, gli alleati del Pd, il disegno di legge sul testamento biologico, i discorsi di Berlusconi.