Non c’è niente da fare: Obama, in Italia, piace proprio a tutti. Scontato che possa piacere agli emuli tricolori del Partito Democratico, anche solo per un’affinità nominativa, che già nel 2008 ne celebrarono la vittoria senza conoscere minimamente le idee dell’ex-senatore dell’Illinois (non molti mesi fa, per fare un esempio recente, mentre Obama parlava di matrimoni gay, Rosy Bindi redarguiva alcuni simpatizzanti, dicendo loro di accontentarsi delle coppie di fatto).

Già quattro anni fa, tutti esaltavano il comunicatore Obama, l’uomo le cui idee arrivavano prima su internet che sulle televisioni. Obama era citato ed acclamato come un modello di un nuovo modo di fare politica e di comunicare le proprie idee, un modello che piaceva a tutti e che nessuno dei nostri politici ha ancora avuto il coraggio di fare suo. Va bene, si sono fatti tutti un account Facebook e Twitter, ma la televisione e la carta stampata restano ancora i primi mezzi di comunicazione a cui pensano, quando devono iniziare una campagna elettorale.

Lo ama il centrodestra, Berlusconi in primis. Lo amano pur disprezzando quasi tutte le sue iniziative (pensate alle posizioni della Lega e del Pdl in merito al voto agli immigrati, all’aborto, alle unioni omosessuali), quando invece sarebbe più comodo e coerente, oltre che logico, sostenere il candidato repubblicano.

È quella sensazione di disagio interiore, di quelle volte che capisci che si sta completamente mancando il nocciolo della questione, senti che qualcosa ti sfugge, che qualche domanda sta rimanendo senza risposta.

Stiamo parlando della sensazione che dovremmo (condizionale d’obbligo) provare guardando gli approfondimenti dell’attualità italiana in televisione: la crisi si sta facendo sentire ed è, bene o male, l’argomento principale dell’informazione mondiale, ma da noi tutto si risolve ad una discussione sulla tenuta del governo Berlusconi.

Ballarò, Galan ed Enrico Letta discutono sul perché, quando fu tagliato il rating dell’Italia sotto il governo Prodi, l’opposizione di allora diede ragione alle agenzie, mentre oggi, a parti invertite, dice l’opposto.

Come se fosse questo il problema.

se non ora quandoOggi domenica 13 febbraio resterò a casa a leggere un libro o andrò a fare una passeggiata al mare od in centro, ma sicuramente non scenderò in piazza e non permetterò a nessuno di strumentalizzarmi. Non solo non aderisco alla manifestazione, ma la condanno e aborro l’idea che un tema importantissimo come l’emancipazione femminile possa essere strumentalizzato dal partito di opposizione di turno, in questo caso centro e sinistra.

Se fossi un uomo mi accuserebbero di essere maschilista e sessista, ma sono una donna, emancipata, istruita, con un lavoro normalissimo, e la decisione di non aderire alla protesta è stata da me analizzata ed approfondita in ogni aspetto. Dapprima pensavo che la manifestazione indetta “per le donne riguardasse la segregazione e discriminazione femminile che è oramai scientificamente provata, così come l’esistenza della corruzione e dell’uso improprio delle raccomandazioni. Basti ricordare che le donne nel Parlamento italiano sono il 17%, contro una media europea del 23% e contro la totale parità in Norvegia ed Olanda. Ma invece di scendere in piazza per chiedere politiche paritarie, di sostegno alle donne che lavorano, e di miglioramento delle infrastrutture dell’infanzia, si scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi.

Bandiera PdCaro Partito Democratico,

per alcuni, come per me che ti scrivo, la tua nascita significava novità, cambiamento, o per lo meno un vago sentore di un partito nuovo, piuttosto che di un nuovo partito, che voleva cambiare, e non trascinarsi dietro vecchie e pesanti eredità. Un partito che doveva sentirsi nuovo. Novità e cambiamento erano le due parole chiave.

Questo potevi essere, nelle intenzioni: questo dovevi essere. Ma questo sei stato?

Silvio BerlusconiIl Cavaliere è ancora in sella! E sì, perché grazie a soli tre voti di scarto l’ha spuntata ancora una volta. Proprio così, 3 voti tengono a galla il Governo Berlusconi durante la prova più dura, quella di ottenere il voto di fiducia alla Camera dei deputati dopo aver ottenuto quella più larga al Senato. Canta vittoria il Premier, e la canta avendo ragione del fatto che è riuscito nel suo intento, cioè quello di ottenere alcuni voti proprio dalla parte che si era professata dissidente fino ad oggi: il gruppo FLI capeggiato da Gianfranco Fini.

Perché in questa vicenda c’è un rovescio della medaglia: si tratta del dramma che si è consumato all’interno della formazione finiana, in cui si è registrato il “tradimento” da parte di due esponenti che dalla fazione dei “falchi” sono passati a quella delle “colombe”, votando la fiducia a favore del Governo. Il risultato è stato che Berlusconi ha ottenuto una larga maggioranza al Senato e una risicata alla Camera dei deputati. intanto tutti si interrogano su quali saranno gli scenari futuri attraverso i quali questo Governo si muoverà.

Tutto l’entusiasmo, tutto quel bisogno di cambiare che aveva visto protagonista la cittadinanza milanese alla vigilia delle primarie, si è spento: dissolto in una nuvola di fumo, perso in una serie di scontri e di litigi che poco o nulla hanno da spartire col principio fondativo delle primarie, e che in poco o nulla appartengono alla sfera delle elezioni amministrative.

Ha vinto Giuliano Pisapia, con un distacco di cinquemila voti dal secondo candidato favorito dai sondaggi, Stefano Boeri. La notizia è assolutamente positiva: ha vinto un candidato della società civile, su cui poi tutti i partiti della sinistra avrebbero dovuto convergere in vista delle elezioni. Così non è stato, ed anzi, paradossalmente la questione si è trasformata in un’immensa diatriba a livello nazionale che ha voluto come blocchi contrapposti Nichi Vendola e il Pd.

A cominciare da quell’infelice commento di Gad Lerner (“con Giuliano Pisapia la sinistra vince nettamente le primarie”) che, primo tra tutti, ha tracciato la linea di un percorso mediatico all’insegna delle incomprensioni; per poi completare l’opera non solo con i giornali che hanno pubblicato titoli come “Ha vinto Pisapia, ha perso il Pd“, “il Pd ha preso una batosta alle primarie milanesi. Ha vinto il candidato della sinistra“, “Vendola sconfigge il Pd“, “Vendola vince a Milano“, ma anche con le assai poco limpide dichiarazioni di esponenti del Pd milanese (come Mariapia Garavaglia) che affermano l’intenzione di togliere l’appoggio a Pisapia per le prossime elezioni amministrative.

Viene quasi naturale chiedersi se qualcuno abbia effettivamente capito il significato dello strumento delle primarie. Come si può pensare di ridurre le primarie a un referendum (o, peggio, a un derby) pro o contro il Pd? Che senso ha?

Sembra che ormai sia scoccata l’ultima ora per il Cavaliere. Sembra che abbia i giorni contati e il fatto che debba dimettersi è solo una formalità, una certezza acquisita. Sembra.

Perché Silvio Berlusconi ci ha insegnato che c’è sempre il gran finale quando sulla scena recita lui, e che si può sempre risorgere, politicamente parlando. Si può andare al tappeto anche quindici volte, ma l’importante è vedere che l’avversario non si alza più, che rimane a terra.

È un uomo con l’ultima cartuccia eternamente in canna, uno straordinario trapezista, che incanta da un parte e dell’altra, ma rimane sulla fune.

Gianfranco Fini questa volta, però, è stato chiaro: non si può andare avanti così, ci vogliono le tue dimissioni, Caro Silvio. Bisogna tagliare delle teste, a volte, per cambiare – è la vita, Silvio -. Dobbiamo farcene una ragione, succede. Questa volta sarà la tua testa a cadere, può sembrarti strano, ma è così: mettiamola su un piatto d’argento e non ne parliamo più. Servitela, poi, su quel piatto, perché quello dove ho mangiato per anni comincia ad essere sporco e comunque credo di non avere molta fame.

Sembra il gioco degli specchi: Walter Veltroni si lamentava dell’assenza di unità nella dirigenza del Partito democratico, arrivando a sfogarsi apertamente al momento delle sue dimissioni da segretario; oggi torna per prendere il posto che era oggetto delle sue critiche. Bersani, che è l’esponente appoggiato apertamente da Massimo D’Alema durante le primarie dello scorso autunno ora deve cercare di tenere unite le correnti e correntine in mezzo ad una tempesta. Quando si dice “la coerenza”.

Una dimostrazione palese della folle politica suicida del Partito democratico c’è stata generosamente offerta, proprio in quest’ultimo periodo, dall’entourage di Massimo D’Alema, Sergio Blasi e Michele Emiliano a proposito della gestione del potere regionale in Puglia. La vicenda, se inizialmente poteva sembrare un’incomprensione circoscritta all’interesse della sola regione, si è presto allargata alla nazione tutta, attestandosi così come il paradigma di una politica fondata sull’incoerenza, sulla strumentalizzazione, sulla completa incapacità di empatia nei riguardi dell’elettorato e del popolo.
Per entrare nel merito della questione, risale circa al mese scorso la decisione inaspettata dell’ex Presidente dei Ds  di stravolgere del tutto le carte sul tavolo di Presidenza della nuova Assemblea regionale – che già si era detta favorevole alla proposta, presentata dallo stesso Blasi, di riconfermare la candidatura dell’attuale Presidente della Regione, Nichi Vendola -, manifestando la sua particolare attenzione nei confronti del pensiero dell’Udc, assolutamente deciso a non appoggiare il candidato prescelto come leader del centro-sinistra.

Il comportamento dei principali alleati (non solo del partito di Casini, ma anche di quello di Di Pietro) manca certamente di chiarezza: il veto posto sul nome, infatti, non è stato seguito da alcuna chiarificazione in merito al programma o anche solo agli ultimi anni di governo in Puglia. Nonostante questo – ci si chiede il perché – è stato immediatamente accolto dal principale “manovratore” dei poteri all’interno della Regione.

Ora sembra passato davvero tanto tempo, ma questo 2009 era iniziato con i migliori auspici: a gennaio si era sancita la pace della guerra tra Israele e Palestina; tutt’ora è in corso la ricostruzione lungo la striscia di Gaza, sostenuta dallo stesso governo israeliano: prima si finisce di ricostruire, prima si potrà ricominciare la guerra. Vecchia storia, va avanti da trent’anni.
E sempre in gennaio Barack Obama ha prestato giuramento come quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti, inaugurando la nuova era di pace e prosperità dopo le scampagnate militari di Bush.
Una cosa mi ha incuriosito, di quel giuramento: “so help me God” – concluse Obama – una formula che non si usava più dai tempi di Chester Arthur (1881). Bè, fa ridere che il Presidente del più grande paese del mondo chieda pubblicamente aiuto a Dio, sarebbe come se il Primo Ministro giapponese confidasse nell’appoggio di Son Goku (il ragazzo scimmia) per svolgere legittimamente il proprio compito.
Strano paese – gli Stati Uniti. E dire che John Adams, uno dei padri fondatori, disse che “questo sarebbe il migliore dei mondi possibili, se non vi fosse la religione” e che Thomas Jefferson affermava pure che “il cristianesimo è il sistema più perverso che si sia mai abbattuto sull’uomo”.

Alessandro Natale è uno dei fondatori di Die Brücke e ha svolto negli scorsi mesi il ruolo di caporedattore. Sebastiano Putoto lo ha intervistato per il primo compleanno del progetto.