Tutto l’entusiasmo, tutto quel bisogno di cambiare che aveva visto protagonista la cittadinanza milanese alla vigilia delle primarie, si è spento: dissolto in una nuvola di fumo, perso in una serie di scontri e di litigi che poco o nulla hanno da spartire col principio fondativo delle primarie, e che in poco o nulla appartengono alla sfera delle elezioni amministrative.
Ha vinto Giuliano Pisapia, con un distacco di cinquemila voti dal secondo candidato favorito dai sondaggi, Stefano Boeri. La notizia è assolutamente positiva: ha vinto un candidato della società civile, su cui poi tutti i partiti della sinistra avrebbero dovuto convergere in vista delle elezioni. Così non è stato, ed anzi, paradossalmente la questione si è trasformata in un’immensa diatriba a livello nazionale che ha voluto come blocchi contrapposti Nichi Vendola e il Pd.
A cominciare da quell’infelice commento di Gad Lerner (“con Giuliano Pisapia la sinistra vince nettamente le primarie”) che, primo tra tutti, ha tracciato la linea di un percorso mediatico all’insegna delle incomprensioni; per poi completare l’opera non solo con i giornali che hanno pubblicato titoli come “Ha vinto Pisapia, ha perso il Pd“, “il Pd ha preso una batosta alle primarie milanesi. Ha vinto il candidato della sinistra“, “Vendola sconfigge il Pd“, “Vendola vince a Milano“, ma anche con le assai poco limpide dichiarazioni di esponenti del Pd milanese (come Mariapia Garavaglia) che affermano l’intenzione di togliere l’appoggio a Pisapia per le prossime elezioni amministrative.
Viene quasi naturale chiedersi se qualcuno abbia effettivamente capito il significato dello strumento delle primarie. Come si può pensare di ridurre le primarie a un referendum (o, peggio, a un derby) pro o contro il Pd? Che senso ha?
Leggi tutto
Sembra che ormai sia scoccata l’ultima ora per il Cavaliere. Sembra che abbia i giorni contati e il fatto che debba dimettersi è solo una formalità, una certezza acquisita. Sembra.
Perché Silvio Berlusconi ci ha insegnato che c’è sempre il gran finale quando sulla scena recita lui, e che si può sempre risorgere, politicamente parlando. Si può andare al tappeto anche quindici volte, ma l’importante è vedere che l’avversario non si alza più, che rimane a terra.
È un uomo con l’ultima cartuccia eternamente in canna, uno straordinario trapezista, che incanta da un parte e dell’altra, ma rimane sulla fune.
Gianfranco Fini questa volta, però, è stato chiaro: non si può andare avanti così, ci vogliono le tue dimissioni, Caro Silvio. Bisogna tagliare delle teste, a volte, per cambiare – è la vita, Silvio -. Dobbiamo farcene una ragione, succede. Questa volta sarà la tua testa a cadere, può sembrarti strano, ma è così: mettiamola su un piatto d’argento e non ne parliamo più. Servitela, poi, su quel piatto, perché quello dove ho mangiato per anni comincia ad essere sporco e comunque credo di non avere molta fame.
Leggi tutto