Non c’è niente da fare: Obama, in Italia, piace proprio a tutti. Scontato che possa piacere agli emuli tricolori del Partito Democratico, anche solo per un’affinità nominativa, che già nel 2008 ne celebrarono la vittoria senza conoscere minimamente le idee dell’ex-senatore dell’Illinois (non molti mesi fa, per fare un esempio recente, mentre Obama parlava di matrimoni gay, Rosy Bindi redarguiva alcuni simpatizzanti, dicendo loro di accontentarsi delle coppie di fatto).

Già quattro anni fa, tutti esaltavano il comunicatore Obama, l’uomo le cui idee arrivavano prima su internet che sulle televisioni. Obama era citato ed acclamato come un modello di un nuovo modo di fare politica e di comunicare le proprie idee, un modello che piaceva a tutti e che nessuno dei nostri politici ha ancora avuto il coraggio di fare suo. Va bene, si sono fatti tutti un account Facebook e Twitter, ma la televisione e la carta stampata restano ancora i primi mezzi di comunicazione a cui pensano, quando devono iniziare una campagna elettorale.

Lo ama il centrodestra, Berlusconi in primis. Lo amano pur disprezzando quasi tutte le sue iniziative (pensate alle posizioni della Lega e del Pdl in merito al voto agli immigrati, all’aborto, alle unioni omosessuali), quando invece sarebbe più comodo e coerente, oltre che logico, sostenere il candidato repubblicano.

Hanno raccontato dei disarmi, dell’entrata nei gruppi partigiani, e di come portare avanti quell’esperienza anche una volta finita la guerra. In quest’ultimo confronto, chiedo a Cocca e Bruno di parlarmi dello sguardo che hanno per l’ eredità che ci lasciano,  e di cosa vuol dire, oggi, fare resistenza.

 

parte terza – Intervista a Cocca e Bruno

Per quanto tempo avete fatto parte della Resistenza?

C: «Dal novembre del ‘43 fino all’insurrezione.»

B: «Dal 1941, quando ho raccontato la storiella del reduce… poi dal ’43 quando mi hanno messo al carcere di Sant’Agata, che avevo appena compiuto il giorno prima 14 anni… e ho finito… non ho finito ancora, perché io detesto questo sistema sociale quindi resisto ancora.»

«Perché la sinistra perde?»: i motivi sono essenzialmente quattro e ve li riporto in ordine casuale, così come mi vengono in mente (ad esclusione di uno di cui avevo già accennato qui, diverso tempo fa).

Forse sono troppo pessimista (o ottimista), e vedo negli eventi di questi giorni più di una normalissima scaramuccia tra amanti focosi, però sembra proprio che il governo Berlusconi sia giunto ai suoi ultimi respiri. All’orizzonte già si intravedono le balene che vogliono inghiottirlo (Fli, è giusto ricordarlo, è molto più giovane del Pd, eppure ha già preso il suo posto a capo dell’opposizione, almeno virtualmente). Presto l’Italia sarà libera dal giogo berlusconiano, dalla sua corruzione e dalla sua maleducazione.

O forse no.

Spulciando tra la storia della Prima Repubblica, gli episodi di corruzione e maleducazione politica non mancano (senza scomodare Andreotti e amici mafiosi/golpisti, nessuno ricorda Tangentopoli e il caro vecchio Bettino Craxi, padre putativo di Silvio Berlusconi?). Quindi, fatico un po’ a capire da cosa esattamente dovremmo liberarci.

La rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, esplosa pubblicamente alla Direzione nazionale del Popolo della Libertà di ieri, può essere letta da punti di vista differenti: taluni incentrati sulle personalità dei due cofondatori del partito e sulle loro ambizioni personali; altri fondati su logiche politico-culturali che starebbero alla base di una fusione malpensata e malriuscita tra Alleanza Nazionale e Forza Italia; altri ancora fanno riferimento al quadro più ampio dei rapporti interpartitici all’interno della maggioranza, specialmente riguardo la Lega Nord.

A mio parere, l’orizzonte che meglio spiega e meglio aiuta a collocare quanto avvenuto ieri nel quadro più generale dell’intera politica italiana e in un arco temporale più lungo è quello di un approccio sistemico che prenda in considerazione non tanto il singolo fatto, quanto il contesto e i meccanismi che caratterizzano l’intera politica italiana.

Dolcemente complicateChe l’uomo sia un animale politico è roba nota da circa qualche secolo. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Sostanzialmente no, però sarebbe interessante capire che razza di animale politico sia la donna. L’uomo, in fondo, non ha molta scelta: è nel suo DNA essere solo in determinati modi, ossia onesto o disonesto. La donna, invece, ha dinamiche interne molto più affascinanti. Dopotutto ci sarà un motivo se Enrico Ruggeri le ha definite “dolcemente complicate” in quello spettacolo di canzone che è Quello che le donne non dicono. Cerchiamo di orientarci, allora, nelle varie specie femminili della politica italiana.

Ho aspettato un po’ prima di scrivere questo articolo per due motivi in particolare:

  • era necessaria una minima distanza temporale per cercare di sviluppare un’analisi completa;

  • se avessi scritto due mesi fa in pochi avrebbero capito ciò che cercherò di dire.

Son passati due mesi da quando Renato Soru perse in Sardegna dopo quasi cinque anni di buon governo, e Silvio Berlusconi dimostrò per l’ennesima volta la sua forza elettorale a tutta l’Italia.

Pochi giorni dopo Walter Veltroni si dimise e il Partito Democratico sprofondò in una crisi esistenziale che covava dalla sua nascita, il 14 ottobre 2007.

Le analisi di Mirko Pagliai su questo giornale, e di molti commentatori sulle testati più importanti, sono state pungenti e veritiere in molti frangenti, ma hanno continuato nel non affrontare il punto della questione: la necessità storica del Partito Democratico italiano.


Walter Veltroni se ne va, Dario Franceschini assume la reggenza. Sorrido ad una triste constatazione dei fatti: durante la sua segreteria, Veltroni è stato libero solo due volte. Ovvero all’inizio e alla fine.

A me piaceva la sua faccia, l’esempio del brav’uomo italiano tutto d’un pezzo, onesto e pulito, educato e dai principi sani e saldi. Uno che ti farebbe piacere averlo come padre o professore. Peccato, però, che all’infuori della bella immagine che ci si presenta, nella nostra società questo modello può appartenere a una di due sole categorie: i santi o i coglioni. Fate vobis, tanto per me sono un’unica cosa.
Ha fatto bene a dimettersi, ma ha fatto anche male: avrebbero dovuto dimettersi tutti i suoi colleghi – e quando dico “dimettersi” intendo dire “dimettersi”, non vedersi revocata la delega -, perché il fallimento di Veltroni non è solo il fallimento di un singolo uomo politico, è anche il fallimento dell’intera classe dirigente che apparteneva alla sua idea. Il partito ha lasciato il tempo trovato, e finalmente va ad imboccare l’unica strada che poteva riservarsi: quella del suo funerale.

Sarà senz’altro una notizia di poco conto. Certo, oggettivamente ha una sua gravità intrinseca, ma considerando la cultura italiana della politica – smemorata e spudorata -, è al quanto irrilevante. Nel senso che chi simpatizza per il governo, continuerà a simpatizzare, e chi lo demonizza, continuerà a demonizzare. La situazione, nella sostanza, resta e resterà comunque la stessa. C’è, tuttavia, qualcosa che mi stupisce: se fino a qualche anno fa si aspettava di passare dal governo all’opposizione – o viceversa – prima di annientare la propria coerenza politica e umana, oggi basta molto meno.

Negli ultimi anni si è acuito il gap tra “cosa” e “come” nella politica italiana.
Durante la prima repubblica era il “come” a contare maggiormente (credo sia anche normale visto l’uscita del nostro paese dall’esperienza del fascismo che aveva visto il come uscire da qualunque limite pensato).

Le vicende e le manifestazioni di questi giorni portano al centro del dibattito politico italiano la bella politica. La politica delle manifestazioni pacifiche fatte di gente che crede ancora nel bene(male)detto bel Paese.

C’è gente che si lamenta di tutto e non fa niente per la propria terra. C’è gente che scende in piazza per farsi sentire.