Silvio BerlusconiIl Cavaliere è ancora in sella! E sì, perché grazie a soli tre voti di scarto l’ha spuntata ancora una volta. Proprio così, 3 voti tengono a galla il Governo Berlusconi durante la prova più dura, quella di ottenere il voto di fiducia alla Camera dei deputati dopo aver ottenuto quella più larga al Senato. Canta vittoria il Premier, e la canta avendo ragione del fatto che è riuscito nel suo intento, cioè quello di ottenere alcuni voti proprio dalla parte che si era professata dissidente fino ad oggi: il gruppo FLI capeggiato da Gianfranco Fini.

Perché in questa vicenda c’è un rovescio della medaglia: si tratta del dramma che si è consumato all’interno della formazione finiana, in cui si è registrato il “tradimento” da parte di due esponenti che dalla fazione dei “falchi” sono passati a quella delle “colombe”, votando la fiducia a favore del Governo. Il risultato è stato che Berlusconi ha ottenuto una larga maggioranza al Senato e una risicata alla Camera dei deputati. intanto tutti si interrogano su quali saranno gli scenari futuri attraverso i quali questo Governo si muoverà.

La crisi di governo non è più questione di “se”, ma di “quando”. I più pessimisti (o ottimisti, fate voi) parlano della prossima settimana; altri si dicono sicuri che si aspetterà fino all’approvazione della “legge di stabilità” (ex finanziaria) anche al Senato, facendo slittare la sfiducia al governo alla metà di dicembre. Certa è, a ogni modo, l’incertezza sul dopo. Io penso sia impossibile fare previsioni serie sui modi e i tempi della crisi senza prendere in considerazione due fattori – troppo spesso sottovalutati – che invece saranno quelli decisivi.

Il Popolo della libertà, anche noto come partito dell’amore, continua ad approvare la missione di pace all’estero: venti morti. Qualcosa non quadra.
C’era qualcosa di irrazionale in questa storia, quindi ho deciso di svolgere delle ricerche approfondite per giungere a delle risposte. Le verità che ho portato alla luce sono così impressionanti che – non appena le ha sapute – Mara Carfagna ha spalancato gli occhi. Ancora di più.

Per anni le dichiarazioni dei politici trasmesse nei telegiornali ci rassicuravano riguardo i motivi dell’invasione in Afghanistan, avvenuta per combattere il terrorismo, per portare la pace e la democrazia e per dare stabilità politica ad una Nazione ormai sul collasso.
Insomma ci sono state fornite delle scuse così improbabili che persino Scajola avrebbe fatto di meglio.

In queste poche righe tenteremo di esaminare gli effetti positivi che un simulatore di stupri può arrecare a questa nostra vecchia e intristita società. In particolare, il gioco si rivela più utile al progresso della società italiana dei politici che l’hanno criticato, dell”associazione dei telespettatori cattolici che lo hanno segnalato e della Chiesa romana, che sta dietro a entrambi. La disamina della questione tenterà di essere la più pacata e obiettiva possibile.

Durante la scorsa settimana, il Ministro per la gioventù (sic) Giorgia Meloni ha puntato il dito, su indicazione dell”Aiart (un”associazione di telespettatori cattolica), sul videogioco Rapelay, della giapponese Illusion software. Il gioco è stato definito dalla Ministro suddetta di facile accesso per i minori, diseducativo e offensivo.

Per tutti questi tre motivi ho deciso di acquistarlo.

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Il governo Berlusconi intende approvare – nel corso della prossima settimana – un nuovo decreto per regolamentare e limitare l’informazione su internet, in particolare per quanto riguarda i social network come Facebook.
Sono state numerose – soprattutto negli ultimi tempi – le iniziative proposte dalla maggioranza (e in misura minore anche dall’opposizione) su questo argomento, tutte sistematicamente fallite: alcune rimaste nel cassetto, altre semplicemente ritirate. Dopo il caso Tartaglia, ad esempio, quando il premier fu vittima di un aggressione al termine di un suo comizio, l’esecutivo aveva minacciato un giro di vite sulla rete, subito smentito a distanza di qualche giorno.

Questa volta, al contrario, il ministro Roberto Maroni assicura che non ci sarà “nessun rinvio e nessun ripensamento”, in quanto – a suo dire – “questo vuoto legislativo non può più essere ignorato dal legislatore. Le leggi in materia esistono già e dovranno essere applicate meglio in futuro, ma non sono sufficienti a regolamentare il fenomeno costituito dalla rete nella sua complessità” (come dichiarato in un’intervista della scorsa settimana a La Repubblica). Si va così a riaprire il cassetto per pescare un progetto già valutato negli scorsi mesi.

Molto si è discusso, e ancora si discuterà, delle esternazioni con cui Gianfranco Fini ha reso nota la propria lontananza da Silvio Berlusconi e dall’operato dell’esecutivo su temi fondamentali, dalla bioetica all’immigrazione.

Uomini vicini al Cavaliere scorgono nell’atteggiamento critico di Fini lo scalpitio del successore in pectore, a Palazzo Chigi o addirittura al Quirinale. I finiani, per contro, riconducono le prese di posizione del Presidente della Camera ad un dibattito interno al partito, un modo per rimarcare la pluralità di vedute nel PdL su problematiche al centro dell’azione di governo.

C’è del vero, probabilmente, in entrambi i punti di vista. Fini è un uomo politico e – in quanto tale – ambizioso. Le sue critiche, tuttavia, per quanto puntuali e severe, non hanno finora travalicato i limiti della correttezza istituzionale, né della cordialità che intercorre fra inquilini di una “casa comune”. Si potrebbe concludere che Fini se ne stia alla finestra, guardingo, in attesa del momento più adatto per sferrare un attacco risolutivo.

Democrazia: il cosiddetto “potere del popolo” ha ormai invaso la quasi totalità del pianeta, e bussa alla porta delle nazioni che ancora non hanno fatto il grande passo verso la forma di governo più evoluta della storia.

Tutto dovrebbe essere partito dall’antica Grecia, lì hanno avuto l’intuizione. Io me la figuro pressappoco in questo modo:  si andava alle assemblee pubbliche come oggi si va allo stadio, e di gran concerto si decideva il destino della comunità come oggi tutti in coro si protesta contro l’arbitro – senza ombra di dubbio ai greci del tempo il sistema democratico doveva calzare a pennello.

Soltanto molto tempo dopo (nel 1776) Jefferson, Franklin ed altri tre compari ratificarono la dichiarazione d’indipendenza americana dall’odiata madrepatria, la Gran Bretagna. Il principio contenuto nel documento, e teorizzato da Locke, è il mio preferito: “è diritto del popolo modificare o distruggere l’autorità costituita“.

Era auspicabile e prevedibile, forse, l’impatto che una carta dal contenuto così attraente e rivoluzionario avrebbe potuto avere sul mondo intero. E così accadde.

Va innanzitutto premesso che è stata una tornata elettorale sufficientemente inconsueta, perché abituati a scrutini dagli eclatanti ribaltoni, dalle conferme schiaccianti, oppure (in casi minori) dai desolanti pareggi. Almeno per quanto riguarda le elezioni europee, si è invece assistito alla realizzazione del caos calmo morettiano: generalmente – e a una stratificazione più esterna – nulla di nuovo oltre l’orizzonte già conosciuto; ma una volta superata la scorza del sistema Italia, un’inoppugnabile, seppure ovattata, inversione di tendenza politica.
Volendo subito arrivare a una conclusione quanto più possibile sintetizzata: confermato il primato dei partiti di governo, mancata affermazione del mito berlusconiano; fratturata l’idea politica del Partito Democratico, resistite le basi dello stesso progetto politico; diminuito il consenso per il bipartitismo, esteso il populismo; riacquisito l’elettorato di sinistra, castigate – per l’ennesima volta – le sinistre.

Ma andiamo con ordine.

Da qui a due settimane (6 e 7 giugno) avremo il nuovo scontro fra titani (?), questa volta per la conquista dell’Europa. Partendo dal presupposto che queste elezioni sortiranno ben pochi effetti in Europa – visto come il Parlamento Europeo si barcamena alla ricerca di una qualche posizione influente sulle politiche del vecchio continente -, è altrettanto difficile che dagli esiti vedremo mutare i rapporti di forza all’interno del paese, dato che verosimilmente non si avranno grosse sorprese e che daremo all’esterno un mero riflesso della situazione attuale.

Ormai è sotto gli occhi di tutti la totale immunità – non quella del Lodo Alfano, s’intende – di cui gode il nostro Premier nei patri confini: né le inefficienze degli aiuti statali ai terremotati (aiuti ridotti a circa un quarto nel giro di nemmeno due mesi, a dispetto dei proclami, anche quelli – a pensar male – come al solito dai risvolti elettorali), né lo scandalo su Noemi Letizia – scandalo? A sentire i principali media “complotto” -, né la vallettopoli – o come direbbe Guzzanti padre, “la mignottocrazia” -, ormai imperante nel partito, scalfiscono minimamente la popolarità del Silvio nazionale.

Passate le fastose celebrazioni di nascita e battesimo del PdL, abbiamo infatti una macchina da guerra pronta a sferrare l’ennesimo colpo, forse quello decisivo, al Pd, più grandicello d’età, ma a ben vedere non svezzato ancora a dovere.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte IX.
Ovvero: lezioni di fascismo, alternativa Fini, la mafia non esiste, la Repubblica delle banane.