Uno stile simile a quello de “I Griffin” lo ritroviamo in – purtroppo – molte delle pagine di Nonciclopedia, parodia di Wikipedia che si fonda proprio sulla stessa base del cartone creato da Seth MacFarlane: essere il più possibile estremi nei temi e nel linguaggio, non risparmiarsi nulla. Stesso risultato.

Come potrete capire leggendo completamente il link tratto da Giap nell’articolo precedente (lettura caldamente consigliata), la recente polemica scoppiata in merito alla denuncia di Vasco Rossi contro il popolare sito internet si è presto risolta in un accorato insulto verso il cantante, reo di non essere autoironico, di non saper stare allo scherzo. Ma se aveste letto la pagina in questione (ora è troppo tardi, è stata cancellata) avreste notato che le cose stavano un po’ diversamente. Un bulletto vi picchia, vi insulta, vi ruba la merenda. Se andate a dirlo alla maestra, lui si lamenterà dicendo che non sapete stare allo scherzo. E giù altre vessazioni e insulti.

La libertà di satira, come è evidente su Nonciclopedia, è finita per diventare libertà d’insulto. Un sacro insulto che non può essere criticato.

Pochissimi ne sono a conoscenza, ma qualche giorno fa il Ministro Renato Brunetta ha lanciato un dibattito e una piattaforma di discussione per creare un codice di autoregolamentazione della rete denominato codice Azuni, dal nome del funzionario sardo che nel ’700 fu incaricato di redigere un codice della navigazione.

È possibile ottenere informazioni sul codice e partecipare alla discussione direttamente sul sito ufficiale:

http://www.azunicode.it

Sulla faccenda Polverini-Formigoni c’è davvero poco da dire, tuttavia potrebbe essere abbastanza interessante. Doverosa una premessa: le elezioni vinte a tavolino o per impedimenti burocratici sarebbero preferibilmente da evitare, causa inutilità; d’altro canto le regole sono regole, creano dei vincoli ma creano anche la Libertà, in altri termini liberano attraverso un vincolo. Servono innanzitutto a permettere a tutti di partecipare, prima di impedirlo a qualcun altro.

Riflettevo sulle parole di ieri di Renata Polverini. Un’incessante lancio di attacchi del calibro di «vogliono la prova di forza? Gliela daremo, a piazza Farsene»; oggi proseguiti, da lei o per tramite dei suoi collaboratori, anche proprio sulla stessa piazza, tra i vari «è un golpe strisciante della sinistra», «è un complotto», «dietro quanto è accaduto, c’è una regia, una volontà di escluderci» (articolo de l’Unità).

Sostanzialmente è il berlusconismo spicciolo che conosciamo ormai da più di un decenno: e la giustizia a orologeria, e i complotti, e gli attacchi scorretti della sinistra, e noi che andiamo avanti lo stesso perché noi siamo noi e voi non siete un cazzo, e il mostro di Lochness, e un’imminente invasione di alieni comunisti da Marte, e badabum, e badabam, bla, bla, bla.

L’interessante è insito nella forma. Perché soffermandosi sulla persona di certi predicati verbali (ad esempio il primo “vogliono”), sorge spontanea una domanda: ma di chi cazzo parlano?

Molti sono i commentatori che in questo periodo parlano di un’imminente morte della seconda Repubblica. In un articolo di qualche tempo fa ne parlava anche Eugenio Scalfari nell’editoriale della domenica su La Repubblica. Se così fosse, quali sarebbero i mortali sintomi?
Indubbiamente si avviluppano intorno alla preda da diverse direzioni. Come la tenaglia che nel ’45 tagliò la testa alla Germania nazista, diverse “sciagure” stringono la morsa intorno al collo del nostro sistema odierno.

Frantumi da comporre – Riforme legislative e innovazioni di management per migliorare la produttività delle organizzazioni pubbliche è il titolo del libro curato da Antonino Leone e Mita Marra, con la prefazione di Francesca Simeoni e gli interventi di Federico Testa, Silvano Del Lungo, Rita Carisano, Pietro Ichino, Giovanni Martignoni e Donata Gottardi.

Il sistema Italia è “fuori mercato” a causa di un elefantiaco apparato pubblico incapace di offrire servizi efficienti e qualitativamente adeguati alle imprese e ai cittadini. Per uscire dalla crisi economica e finanziaria globale occorre invece una pubblica amministrazione che, in presenza di un assetto costituzionale federale, disegni e gestisca politiche a favore della crescita e dello sviluppo in complessi sistemi di governance, soggetti ad elevata incertezza. Le riforme legislative varate negli ultimi due anni puntano sulla trasparenza, sulla responsabilità, sulla valutazione e sulla incentivazione come leve del cambiamento organizzativo.

Qualcuno mi dice che Die Brücke è uno splendido sito, ma che talvolta ci fossilizziamo a parlare delle solite cose e tralasciamo notizie importanti di attualità.

Allora voglio riprendere alcuni degli argomenti di maggiore discussione degli ultimi giorni e rifletterci un po’ sopra.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte X.

Ovvero: la politica delle pacche sulle spalle, la stampa è faziosa, donne che fanno la spesa, legge 40.

Renato Brunetta è il “Ministro più amato dagli italiani”, un crociato che da solo si è schierato contro i fannulloni del pubblico impiego e che ha iniziato a raccogliere grandi risultati. Addirittura, lui stesso ha rivelato alla trasmissione Matrix di essere stato sul punto di vincere il premio Nobel per l’economia, ma poi l’amore per la politica ha prevalso.

Tralasciamo le ovvie obiezioni a riguardo, ad esempio il fatto che il maggior spreco di denaro pubblico è nelle grandi opere (dove spesso c’è lo zampino della malavita organizzata o di imprenditori disonesti, sui quali i magistrati indagherebbero se lo stesso Brunetta non li accusasse di essere “fannulloni”) e negli elevati stipendi dei politici (molti dei quali non sono nemmeno presenti alle votazioni parlamentari), i giornalisti Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo de L’espresso hanno scoperto molte ombre nel passato nel celebre Ministro.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte VI.

Ovvero: sciopero virtuale, fax senza fax, centrali nucleari, ronde e armi.

Dall’inizio della sua “battaglia” contro i dipendenti pubblici fannulloni, il ministro Renato Brunetta è stato esaltato da buona parte dei media come una sorta di crociato, che da solo si è caricato sulle spalle del peso di questa necessaria riforma.

Tralasciando le ovvie tracce “qualunquistiche” – parafrasando l’accezione del termine data dai parlamentari italiani riguardo alle proposte di legge promosse da Beppe Grillo -, risulta altrettanto ovvio che i parlamentari stessi rientrino nella categoria dei dipendenti pubblici, in quanto stipendiati con i soldi dello Stato.