L’emergenza è l’immigrazione o la gestione della politica italiana? Una democrazia deve sempre guardare la propria costituzione per risolvere i problemi: è malata se non lo fa ed è in pericolo se non li sa riconoscere. In Italia il problema è che spesso quando si scrive “diritto fondamentale” si legge “pericolo” e che la Costituzione non si legge affatto. Quando i diritti sono degli stranieri, poi, la matassa si aggroviglia.
L’articolo 35 della Costituzione riconosce il diritto di espatrio, visto che (quando è stato scritto) l’Italia era un paese di emigranti, dove la percentuale di immigrati era bassissima, quasi nulla.
Regolamentare una situazione esistente è una peculiarità legislativa, prevedere i principi per un contesto futuro è una prerogativa costituzionale: infatti l’articolo 10 sancisce che la condizione giuridica dello straniero sia regolata in conformità ai trattati internazionali.
Attualmente non è sempre così: Valerio Onida, Presidente emerito della Corte costituzionale, sostiene che mentre la società internazionale in materia di immigrazione è in apertura, quella italiana è in chiusura. Questa situazione a fisarmonica stride con la generale armonia tra le normative comunitarie e quelle statali.
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Che il problema immigrazione esista e sia sotto i riflettori è ormai noto da tempo, così come è evidente che l’Unione Europea poco o nulla abbia fatto, preferendo lasciare la patata bollente nelle mani dei singoli stati e quasi abbandonandoli a se stessi. Mi sembra opportuno fare alcune riflessioni sulla situazione attuale dell’immigrazione in Italia e su come ci si è arrivati.
L’Italia, nel veloce passaggio da Paese di emigrati a Paese di immigrati, non ha saputo affrontare il problema in maniera efficiente e non ha saputo trovare una politica adatta. Invece di affrontare una politica di programmazione seria di flussi e arrivi, così come avviene negli altri stati europei e negli Stati Uniti, i politici italiani hanno approvato leggi inapplicabili.
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