Roberto SavianoÈ sempre interessante vedere cosa succede ad una persona nel momento in cui passa da uno stato di quasi anonimato ad una improvvisa fama.
Roberto Saviano
, ad esempio, ha subito una forte mutazione, in parte dovuta a lui, in parte all’idea che l’opinione pubblica si è fatta di lui: ma di certo entrambe le cose hanno contribuito a formare il suo personaggio.

Tale personaggio corrisponde all’ideale di un eroe della lotta alla camorra e alle mafie in generale, difensore della Costituzione e della legalità, intellettuale e baluardo della sinistra moderata di oggi.

Unione europea”Abbiamo fatto l’Italia: ora dobbiamo fare gli Italiani” affermava ironicamente Massimo D’Azeglio riferendosi alla forzata unificazione dell’Italia e ricevendo aspre critiche da Cavour e dai mazziniani. Sarebbe interessante sapere cosa avrebbe detto a proposito dell’attuale Unione Europea.

Sulla carta l’Unione Europea è il risultato di un lungo cammino storico, che parte dall’impero romano – che racchiudeva quasi completamente i confini europei odierni -, ha il suo primo prototipo con la Giovine Europa di Mazzini del 1834, con l’intento di affermare l’unione ed il rispetto tra i popoli europei, e si concretizza, con la CE, dopo le guerre mondiali, fino ad arrivare ad essere quella di oggi in seguito a 50 anni di veloci cambiamenti. L’Unione Europea ha l’obiettivo di garantire una zona di libero mercato tra gli stati membri attraverso l’istituzione di un moneta unica e di un’unione doganale con il Trattato di Shengen ed attraverso politiche comuni in materia di agricoltura, commercio, ambiente, pesca e difesa. Ma quando si tratta di concretizzare e mettere sul piatto decisioni importanti l’UE diventa timida, insicura, e si frammenta con richieste egoistiche dei singoli stati.

Come penso sarà accaduto a molti italiani, in vista di queste elezioni regionali ho ricevuto a casa una lettera recante la firma dell’esimio Presidente del Consiglio e leader del Pdl, Silvio Berlusconi, con tanto di opuscolo allegato ad elencarmi i motivi per cui dovrei sostenere il suo candidato alle elezioni.

Leggo e mi informo, nella speranza di fare un po’ di luce sugli innumerevoli successi del nostro governo dal maggio 2008 a oggi (sei interessanti pagine di dati).

Questo articolo è falso. Leggi qui

Il governo Berlusconi intende approvare – nel corso della prossima settimana – un nuovo decreto per regolamentare e limitare l’informazione su internet, in particolare per quanto riguarda i social network come Facebook.
Sono state numerose – soprattutto negli ultimi tempi – le iniziative proposte dalla maggioranza (e in misura minore anche dall’opposizione) su questo argomento, tutte sistematicamente fallite: alcune rimaste nel cassetto, altre semplicemente ritirate. Dopo il caso Tartaglia, ad esempio, quando il premier fu vittima di un aggressione al termine di un suo comizio, l’esecutivo aveva minacciato un giro di vite sulla rete, subito smentito a distanza di qualche giorno.

Questa volta, al contrario, il ministro Roberto Maroni assicura che non ci sarà “nessun rinvio e nessun ripensamento”, in quanto – a suo dire – “questo vuoto legislativo non può più essere ignorato dal legislatore. Le leggi in materia esistono già e dovranno essere applicate meglio in futuro, ma non sono sufficienti a regolamentare il fenomeno costituito dalla rete nella sua complessità” (come dichiarato in un’intervista della scorsa settimana a La Repubblica). Si va così a riaprire il cassetto per pescare un progetto già valutato negli scorsi mesi.

Nella pochezza del dibattito politico corrente, contraddistinto da un utilizzo improprio ed approssimativo del linguaggio, le prime e più illustre vittime sembrano essere proprio le parole. Quelle parole senza le quali la politica resterebbe muta e che secondo Aristotele distinguono gli uomini dalle bestie, rendendo praticabile la vita in comune (Politica, I, 1253a).

Parlar bene non è – si badi – questione di mera forma, di stile, bensì di contenuto. È capacità di imprimere sfumature espressive che si riflettono nell’uso, più o meno rigoroso, dei concetti. È attitudine a elaborare pensiero astratto secondo i dettami propri della logica, al di là delle distorsioni ideologiche. È senso storico e sensibilità storica. Come avvertiva George Orwell nel 1946, liberandosi del cattivo linguaggio «si può pensare in modo più chiaro, e pensare in modo chiaro è il primo passo necessario per una rinascita politica». E proprio al rapporto fra manipolazione linguistica e totalitarismo Orwell dedicò pagine illuminanti nel suo romanzo più celebre, apparso due anni dopo.

Ora sembra passato davvero tanto tempo, ma questo 2009 era iniziato con i migliori auspici: a gennaio si era sancita la pace della guerra tra Israele e Palestina; tutt’ora è in corso la ricostruzione lungo la striscia di Gaza, sostenuta dallo stesso governo israeliano: prima si finisce di ricostruire, prima si potrà ricominciare la guerra. Vecchia storia, va avanti da trent’anni.
E sempre in gennaio Barack Obama ha prestato giuramento come quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti, inaugurando la nuova era di pace e prosperità dopo le scampagnate militari di Bush.
Una cosa mi ha incuriosito, di quel giuramento: “so help me God” – concluse Obama – una formula che non si usava più dai tempi di Chester Arthur (1881). Bè, fa ridere che il Presidente del più grande paese del mondo chieda pubblicamente aiuto a Dio, sarebbe come se il Primo Ministro giapponese confidasse nell’appoggio di Son Goku (il ragazzo scimmia) per svolgere legittimamente il proprio compito.
Strano paese – gli Stati Uniti. E dire che John Adams, uno dei padri fondatori, disse che “questo sarebbe il migliore dei mondi possibili, se non vi fosse la religione” e che Thomas Jefferson affermava pure che “il cristianesimo è il sistema più perverso che si sia mai abbattuto sull’uomo”.

Aggressione al Premier, Silvio Berlusconi: un gesto che “non è isolato”, il “clima d’odio”, i “mandanti morali” alias “cattivi maestri”, il “partito dell’amore” contro “il partito dell’odio“, infine gli “istigatori alla violenza”. Buona parte dell’analisi era essenzialmente vera, nel senso che esiste (tuttora) un clima d’odio come esistono (tuttora) dei cattivi maestri. Falsa, invece, era stata l’attribuzione delle responsabilità, non riconosciute all’intera classe politica, bensì scaricate di volta in volta da una parte sull’altra, e viceversa.

Diversa, infine, l’analisi di oggi circa gli spiacevoli scontri a Rosarno. Il ministro Roberto Maroni riconduce sommariamente l’accaduto a politiche migratorie troppo permessive – a suo modo di vedere. Nessuna parola, né accenni – fossero anche casuali -, a quella che assume sempre più i caratteri di un’imminente guerra civile, là dove lo scontro non avverrebbe esclusivamente tra italiani contro clandestini o tra italiani contro stranieri generici, peggio tra una parte della popolazione contro l’altra, ovvero oltre ogni comune considerazione circa nazionalità e cittadinanza.

L’emergenza è l’immigrazione o la gestione della politica italiana? Una democrazia deve sempre guardare la propria costituzione per risolvere i problemi: è malata se non lo fa ed è in pericolo se non li sa riconoscere. In Italia il problema è che spesso quando si scrive “diritto fondamentale” si legge “pericolo” e che la Costituzione non si legge affatto. Quando i diritti sono degli stranieri, poi, la matassa si aggroviglia.

L’articolo 35 della Costituzione riconosce il diritto di espatrio, visto che (quando è stato scritto) l’Italia era un paese di emigranti, dove la percentuale di immigrati era bassissima, quasi nulla.

Regolamentare una situazione esistente è una peculiarità legislativa, prevedere i principi per un contesto futuro è una prerogativa costituzionale: infatti l’articolo 10 sancisce che la condizione giuridica dello straniero sia regolata in conformità ai trattati internazionali.

Attualmente non è sempre così: Valerio Onida, Presidente emerito della Corte costituzionale, sostiene che mentre la società internazionale in materia di immigrazione è in apertura, quella italiana è in chiusura. Questa situazione a fisarmonica stride con la generale armonia tra le normative comunitarie e quelle statali.

Che il problema immigrazione esista e sia sotto i riflettori è ormai noto da tempo, così come è evidente che l’Unione Europea poco o nulla abbia fatto, preferendo lasciare la patata bollente nelle mani dei singoli stati e quasi abbandonandoli a se stessi. Mi sembra opportuno fare alcune riflessioni sulla situazione attuale dell’immigrazione in Italia e su come ci si è arrivati.

L’Italia, nel veloce passaggio da Paese di emigrati a Paese di immigrati, non ha saputo affrontare il problema in maniera efficiente e non ha saputo trovare una politica adatta. Invece di affrontare una politica di programmazione seria di flussi e arrivi, così come avviene negli altri stati europei e negli Stati Uniti, i politici italiani hanno approvato leggi inapplicabili.

Repubblica, 09:31: in mattinata Silvio Berlusconi è stato colpito da un improvviso malore durante una riunione a Roma con il ministro Roberto Maroni. È stato ricoverato d’urgenza presso il Gemelli intorno alle 9. Le condizioni sembrano essere gravi.

Ansa, 09:39: il legale del premier, Niccolò Ghedini, ha appena dichiarato: “sono tutte menzogne, ho parlato con Silvio cinque minuti fa, precisamente alle 9:35. È in Sardegna da ieri, sta lavorando per gli italiani e sta benissimo”.

Ansa, 09:41: Sandro Bondi: “la sinistra dovrebbe vergognarsi. È l’ennesima calunnia di Repubblica e del suo gruppo editoriale. Inventano notizie di sana pianta per screditare la figura del nostro Premier agli occhi degli italiani. Ma questo comportamento torna indietro come un boomerang. Comunisti eravate e comunisti restate”.

Repubblica, 09:45: una nota del Gemelli riferisce che il premier Silvio Berlusconi è stato trasportato al pronto soccorso alle 09:02 e ricoverato d’urgenza. Confermata la precedente notizia. Le condizioni sono gravissime, il primario che l’ha preso in cura afferma che “potrebbe non farcela”.


(continua da Via gli immigrati, parte I)

Dicevamo della nuova legge sull’immigrazione e delle forze dell’ordine.

Bene, una legge di questo genere, che si prefigge precisi obiettivi e che parte da precise prese d’atto sull’attuale situazione – che siano giuste o sbagliate, vere o false -, non può trovare un senso se non prevede innanzitutto un’analisi di quelli che sono i problemi delle forze dell’ordine, cui dovrebbe seguire – chiaramente – una sana proposta di risoluzione.
Un esempio fortemente esplicativo (però su un altro importante argomento della sicurezza): l’innalzamento del tasso alcolemico. Realmente immotivato, poiché è statisticamente dimostrato che tutti gli autori dei sinistri stradali sono comunque oltre il limite già in vigore. È inequivocabilmente una mossa inutile per la sicurezza, se poi capita di essere fermati al posto di blocco una volta ogni tre anni.