L’idolatria e gli onori reputati da tutto il mondo all’opera di Steve Jobs erano ampiamente prevedibili. Tale operazione culturale, quando non spontanea, sembra invece seguire l’andazzo oramai tradizionale (seguito soprattutto in politica) secondo cui, da defunto, il competitor diviene immediatamente più geniale, più bello e più bravo di quanto non fosse mai stato in vita. Eppure mi pare di assistere a un qualcosa di incredibile. Vediamo perchè.
Sulla coerenza. Se la sinistra “iconizza” Steve Jobs
Pubblicato il 24 novembre 2011, ore 21:15
«Perché la sinistra perde?»: i motivi sono essenzialmente quattro e ve li riporto in ordine casuale, così come mi vengono in mente (ad esclusione di uno di cui avevo già accennato qui, diverso tempo fa).
L’ho detto, scritto e ripetuto decine di volte. Se c’è una costante nella storia culturale e politica della Repubblica italiana è l’illusione, arrogante e patetica, che esista una “Italia migliore“, purtroppo minoritaria, oppressa e calpestata da un’Italia maggioritaria implicitamente (a volte nemmeno tanto implicitamente) definita “peggiore”. La sinistra italiana campa di questo.
Nichi Vendola è solo l’ultimo comunista a girare il paese predicando il verbo dell’Italia migliore. Il Vangelo secondo Lenin declamato dal presidente della Puglia è un disco rotto di metafore senza capo né coda, di cattolicesimo conservatore e moralista unito a una dottrina sociale da fine Ottocento in cui il “focolare” e la “filastrocca“, nostalgia di un passato mai vissuto, sono i totem della mancanza di idee, di novità, di capacità. Vendola, profeta in patria, va sulla terza rete della tv di regime e declama, davanti al come sempre servilissimo Fabio Fazio, quanto la sua “Italia migliore” sia davvero migliore dell’Italia peggiore.
La Lega Nord propone di armare i tassisti. Come al solito il buon cittadino dovrà recepirlà più come una sterile provocazione che come una reale proposta politica. Ma nonostante questo, è tuttavia possibile sviluppare due considerazioni sul caso.
Innanzitutto questa proposta segnala un fallimento nell’operatore del governo, più precisamente della Lega stessa. Giacché avevano già messo sul tavolo un pacchetto di precedenti proposte che – a loro dire – sarebbero state sufficienti a risolvere il problema sicurezza - tanto da vantarsi ancora prima di raggiungere i risultati, ancor prima di attuare quelle proposte.
E visto che questa nuova proposta arriva a posteriori, sta a significare che quelle iniziali non erano chiaramente sufficienti o che erano inutili (si pensi, a titolo esemplificativo, alle ronde civiche, fallimentari già in partenza).
Ci risiamo. Mamma mia, ci risiamo. Io pensavo fosse impossibile, e invece ci risiamo. Negli scorsi giorni i leader della sinistra italiana sono tornati a parlare di un’eventuale e quanto meno inspiegabile (per via dei motivi che loro non hanno spiegato) caduta del governo Berlusconi, ravvisando la necessità di costituire in tempi brevi una valida alternativa di governo da presentare ai cittadini alle prossime, imminenti (?!) elezioni politiche.
Il caso dell’arresto dei tre operatori di Emergency in Afghanistan mette in luce alcune peculiarità del modo tutto italiano di relazionarsi con le questioni internazionali e delala tutela dei nostri concittadini all’estero; peculiarità che riguardano – ahi noi – tanto l’opinione pubblica quanto la classe politica del nostro bel paese alla deriva.
Il primo problema è quello evidenziato brillantemente da Massimo Gramellini in un articolo de La Stampa di martedì 13 aprile. Gli italiani all’estero (siano essi soldati, medici o guardie del corpo) non sono considerati e tutelati in quanto “italiani”, ma, incredibilmente, quali esponenti di uno dei due popoli (Gramellini li chiama «clan») che da quindici anni si combattono sul suolo natio e, si direbbe, anche all’estero. Così, gli operatori di Emergency non sono concittadini, ma «esponenti della sinistra»; i body guard come Quattrocchi non sono concittadini, ma «mercenari» e «fascisti» – e quindi immeritevoli di tutela oltre che di esequie pubbliche; i turisti italiani rapiti in Mali da Al-Qaeda non meritano la stessa attenzione e assistenza degli eroi di Gino Strada.
È mai possibile che il bipolarismo muscolare e strutturalmente conflittuale cui siamo costretti da quindici anni non si esprima solamente nella politica interna ma anche in quella estera? Evidentemente sì. I ministri La Russa e Frattini sembrano vantarsi di essersi, alla buon’ora, interessati della questione dei tre italiani arrestati in Afghanistan, «anche se sono di sinistra». Bene, bravi. Voi sì che siete bipartisan.
Come si era felici quando eravate tutti imbecilli
Pubblicato il 17 gennaio 2010, ore 18:49
“Come si era felici quando eravate tutti imbecilli”, si lamenta spesso il cinico senatore comunista Mario Dorazio – senza apostrofo, non il D’Orazio che interviene in Parlamento -, una delle tante anime infelici della terrazza romana frequentata dalla borghesia radical chic della capitale. E forse è proprio questa la frase a riassumere il più ambizioso film di Ettore Scola, un fluviale (due ore e mezza) ed impietoso affresco nostrano scritto assieme ai fidi Age e Scarpelli: caleidoscopio avvincente e coinvolgente (almeno per chi la pensa in un certo modo), questo grande film corale di transizione (mai come qui si respira il momento di passaggio dai traumatici e stimolanti anni settanta ai vuoti ed edonisti anni ottanta) merita più di una riflessione.
Sinistra e Libertà, è questo il nome del nuovo e ambizioso progetto politico della sinistra italiana, che vuole rialzarsi dal campo di rovine prodotto dopo la vergognosa esperienza del governo Prodi, unico responsabile della spaventosa svolta a destra del nostro paese. I dirigenti nazionali ne sono entusiasti, e sottolineano soprattutto l’impronta autonoma che intendono dare ai loro piani e alle loro strategie politiche. Ecco, a proposito di autonomia: il “cantiere” è appena aperto, l’autosufficienza è appena dichiarata, che ci ritroviamo il “progettino” a correre insieme al Partito Democratico per le elezioni amministrative appena concluse. “Con il Pd, non nel Pd”, precisa Claudio Fava, coordinatore nazionale. E che differenza fa?
L’uomo in fuga è ancora in fuga. Ma non finisce qui: perché l’uomo in fuga fugge almeno da quindici anni a questa parte, o almeno da quindici anni nelle vesti alternate del politico e dello statista, ogni volta da un nemico diverso, ma in fondo in fondo sempre dagli stessi nemici; ma questa volta l’uomo in fuga si è perso all’interno di un labirinto, e non tutti i suoi alleati sono più disposti a dargli filo da torcere per farlo giungere sino all’uscita. Ironia del destino, quel labirinto l’ha tirato su proprio lui, è il frutto del suo impegno politico, proprio nella certezza se non nella speranza di poter fuggire dai suoi nemici.
E di fatti c’è riuscito: non si ha più memoria dell’ultimo avvistamento della sinistra fuori da quelle mura – giorni? Mesi? Anni? Epoche o repubbliche?
Il problema è che si è perso anche lui, tanto preoccupato a imbrigliare la matassa al punto da essersi legato le mani in quegli stessi nodi.
Ricorda molto il mito del labirinto di Cnosso – quello del Minotauro, per intenderci – e dell’architetto Dedalo che ne fu il costruttore.
Ora, da buon Icaro quale è, tenta l’ultima, disperata via per la salvezza. Ma sussiste il timore che la cera possa non essere sufficiente. Spiccare il volo potrebbe stare a significare battere le ali per l’ultima volta.
Ma non temete: la sinistra non è da meno, ha gli stessi problemi. Vive il dilemma del gabbiano ipotetico, quello raccontato da Giorgio Gaber.
Ho aspettato un po’ prima di scrivere questo articolo per due motivi in particolare:
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era necessaria una minima distanza temporale per cercare di sviluppare un’analisi completa;
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se avessi scritto due mesi fa in pochi avrebbero capito ciò che cercherò di dire.
Son passati due mesi da quando Renato Soru perse in Sardegna dopo quasi cinque anni di buon governo, e Silvio Berlusconi dimostrò per l’ennesima volta la sua forza elettorale a tutta l’Italia.
Pochi giorni dopo Walter Veltroni si dimise e il Partito Democratico sprofondò in una crisi esistenziale che covava dalla sua nascita, il 14 ottobre 2007.
Le analisi di Mirko Pagliai su questo giornale, e di molti commentatori sulle testati più importanti, sono state pungenti e veritiere in molti frangenti, ma hanno continuato nel non affrontare il punto della questione: la necessità storica del Partito Democratico italiano.
Walter Veltroni se ne va, Dario Franceschini assume la reggenza. Sorrido ad una triste constatazione dei fatti: durante la sua segreteria, Veltroni è stato libero solo due volte. Ovvero all’inizio e alla fine.
A me piaceva la sua faccia, l’esempio del brav’uomo italiano tutto d’un pezzo, onesto e pulito, educato e dai principi sani e saldi. Uno che ti farebbe piacere averlo come padre o professore. Peccato, però, che all’infuori della bella immagine che ci si presenta, nella nostra società questo modello può appartenere a una di due sole categorie: i santi o i coglioni. Fate vobis, tanto per me sono un’unica cosa.
Ha fatto bene a dimettersi, ma ha fatto anche male: avrebbero dovuto dimettersi tutti i suoi colleghi – e quando dico “dimettersi” intendo dire “dimettersi”, non vedersi revocata la delega -, perché il fallimento di Veltroni non è solo il fallimento di un singolo uomo politico, è anche il fallimento dell’intera classe dirigente che apparteneva alla sua idea. Il partito ha lasciato il tempo trovato, e finalmente va ad imboccare l’unica strada che poteva riservarsi: quella del suo funerale.



