Ultimamente vanno di moda le lettere aperte, quelle sincere, col cuore in mano, con i pensieri migliori e profondi che vengono spinti fuori dalla forza del volerli esprimere. Ci provo anch’io.
Sin da quando ero piccolo ho sempre apprezzato gli insegnamenti, i modi di fare e lo stile di vita dei miei nonni, lavoratori modesti ma di grande dignità, che mi hanno permesso, anche con la collaborazione e la continuazione dei loro sforzi da parte dei miei genitori, di vivere una vita che definisco sempre al di sopra dei miei reali bisogni, anzi di quelli che ritengo i bisogni “normali” di una persona: avere diverse televisioni, pc, macchina, poter studiare senza borse di studio e sostegni vari fuori dalla mia regione. Uno straordinario regalo che nulla ha a che vedere col mio merito personale.
«Sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». Parola di Franklin Delano Roosevelt, l’uomo che fece il new deal e vinse la seconda guerra mondiale, non di quel fanatico maccartista di Richard Nixon.
Il presidente Roosevelt si riferiva ad Anastasio Somoza Garcia, presidente del Nicaragua dal 1936 al 1947 e ancora dal 1950 al 1956. Il suo era uno di quei regimi sudamericani, repressivi e corrotti che gli Stati Uniti hanno sostenuto per buona parte del Novecento come baluardo contro l’espansione comunista nel loro “cortile di casa”, l’America latina.
La guerra fredda, ma non solo, è costellata di Garcia. Fin dall’inizio del Novecento, Washington aveva concesso molte volte appoggio politico a regimi autoritari e sanguinari e perfino a golpe militari finalizzati a sostituire governi anche democraticamente eletti, come nel caso tristemente noto del Cile di Salvator Allende, con regimi dittatoriali come quello di Pinochet. Mentre l’America “manteneva l’ordine” nel suo dominio riservato, l’Unione sovietica faceva altrettanto in Europa orientale, schiacciando con l’Armata rossa movimenti riformisti e democratici come quelli di Budapest nel 1956 e di Praga nel 1968.
Ho appena visto il classico “Top Gun” (in cui Tom Cruise interpreta il suo ruolo in modo quasi perfetto), che parla della forza dell’aviazione militare americana. Il film è stato girato con l’appoggio dell’unità speciale U.S. Navy F-16, con la partecipazione di diversi ufficiali militari, e le immagini con effetti speciali rendono le scene di azione militare con grande forza estetica. Registrando il successo dell’anno (1986), il film è apparso durante l’amministrazione Reagan, quando l’America cercava il sostegno popolare per le azioni militari in Nicaragua, in Grenada e gli interventi militari segreti.
C’erano una volta gli italiani che scappavano nelle Americhe: Stati Uniti, Messico, Argentina, Brasile… Tanti anarchici fuggivano dall’Italia, dove non avrebbero potuto esprimere le loro idee politiche e il loro pensiero. Uno di questi, noto come Mike Boda, era un ciabattino un po’ particolare.
Al secolo Mario Buda, nato e morto a Savignano sul Rubicone (1884 – 1963), passato dagli Stati Uniti, al Messico, poi al confino in Italia per attività sovversive. Emigra negli USA nel 1907, dove svolge vari mestieri, fino a trovare la sua vocazione nelle scarpe. Era italiano, dopotutto. Amava fare le scarpe al prossimo, anche se forse ai tempi le intenzione erano ancora buone.
Notizie frammentarie e spesso contraddittorie continuano ad arrivare dalla Libia. Il numero delle vittime continua a crescere e sembra aver superato la soglia dei mille morti. Di fronte alla crudele realtà delle cifre, il farneticante discorso alla nazione che Gheddafi ha tenuto ieri, spaventa ancor di più. Spaventa non solo per le parole, per i toni, per le espressioni. Terrorizza per l’aperta minaccia di reprimere nel sangue le contestazioni, di scagliare contro i manifestanti la forza violenta del regime. Una minaccia che viene messa in atto proprio in queste ore. Il paese è sull’orlo della guerra civile, alcuni parlano già di un genocidio, senz’altro si tratta di un massacro di Stato compiuto sotto gli occhi, apparentemente impotenti e troppo spesso complici, della comunità internazionale.
«Per una volta siamo contenti che Mubarak non abbia mantenuto le sue promesse» si scherza a Il Cairo, «aveva giurato che non avrebbe lasciato». Il giorno dopo aver rifiutato di dimettersi, respingendo i “diktat stranieri”, il presidente si è tolto di mezzo. Gli egiziani hanno scritto una pagina decisiva di una storia che, tutt’altro che finita, pare invece accelerare la sua marcia. Hanno vinto, finalmente. Le immagini di festa, spontanea come la protesta, fanno bene al cuore in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo e come quelli che verranno, probabilmente, anche in Egitto.
I protagonisti di questa (finora) bella storia hanno nomi, volti e speranze. Il regime trentennale di Mubarak è stato spazzato via in pochi giorni da quella che è stata definita la “generazione dei social network”. Si tratta della società in rete globale e globalizzata – la nostra – che, dopo aver assistito alla fragilità del regime tunisino di Ben Ali tramite le televisioni satellitari e i racconti dei blogger, si è organizzata autonomamente tramite internet, senza leader e senza partiti, ed è scesa in piazza a chiedere di vedersi riconosciuti quei diritti di libertà, autodeterminazione e ricerca di un futuro migliore che covano nei cuori degli individui ovunque essi vivano. Sono loro, giovani, colorati e coraggiosi, il lato bello e foriero di speranza di tutta questa storia.
La «tempesta perfetta» che ha investito il mondo arabo e il Medio Oriente è un evento di portata storica davanti al quale l’Occidente – se ancora esiste – si è presentato debole, diviso e impaurito. Gli effetti della più grave crisi economica dal secondo dopoguerra non potevano limitarsi a un brusco aumento della disoccupazione nei paesi più ricchi e, infatti, la recessione ha colpito più duro laddove la globalizzazione non ha ancora portato la maggioranza delle persone fuori dalla povertà.
La rivoluzione araba è senza dubbio un prodotto della crisi economica. È anche, però, il risultato – inevitabile e tardivo – della fine della Guerra fredda e del crollo del sistema bipolare. Quello a cui stiamo assistendo è il secondo tempo dell’89, proiettato sull’altra sponda del Mediterraneo. Se nella logica della guerra ideologica tra capitalismo e comunismo appariva “normale” che gli Stati Uniti e i loro alleati sostituissero i regimi coloniali in smantellamento con dittature filoccidentali, giustificate dal timore di un’avanzata comunista in zone vitali per la loro sicurezza e la loro prosperità, con la sconfitta del comunismo tutto questo era destinato, con buona pace dei Mubarak, a finire. Sta finendo in queste ore, con anni di ritardo, a causa del declino del potere americano, dell’incapacità dell’Europa di assumere un ruolo propositivo ed attrattivo almeno nei suoi più immediati confini, dell’aggravarsi della crisi economica e della crescente consapevolezza delle persone. Proprio quest’ultimo fattore è dovuto alla sempre maggiore diffusione dei nuovi media, che permettono di liberare le potenzialità globali della società in rete.
Lo scandalo che circonda il sito web Wikileaks è una provocazione alla libertà di stampa e alla democrazia. È naturale che ci stupisca il tipo di informazioni che alcuni politici ricevono da altri. Ad un altro livello, è più che interessante scoprire dai documenti segreti rivelati sul sito come alcuni paesi arabi si aspettano che Gli Stati Uniti e Israele fermino il programma nucleare iraniano e come la Cina habbia tolto la mano protettrice dalla Corea del Nord, permettendo l’approccio tra i due paesi della penisola coreana.
Ladies and gentlemen, gli Stati Uniti. Con questo filmato ritmato, pittoresco e discretamente pacchiano Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska, candidata alla vice presidenza con McCain nel 2008 e ora leader del movimento conservatore ultraliberista del Tea Party, ha voluto celebrare su YouTube la netta vittoria dei Repubblicani alle elezioni di midterm 2010. Gran parte del merito, in effetti, va al suo movimento. La carica emozionale e mobilizzante delle maree imbandierate del video non sono finzione, così come reali sono i voti andati in massa al Grand Old Party.
Come Barack Obama due anni or sono, il Tea Party ha risvegliato l’America e l’America, umorale come sempre, ha risposto. Il popolo dello “Yes we can” di Obama era fatto dagli intellettuali liberal frustrati da otto anni di Bush & Cheney, da giovani che per la prima volta si recavano alle urne, da afroamericani e ispanici, dai bianchi di una middle class impoverita dai regali di G. W. alla grande finanza. Il grizzly della Palin, invece, è il popolo conservatore, antistatalista e antielitista, che difende i valori tradizionali americani, odia le tasse e l’intervento pubblico, odia gli intellettuali della costa orientale identificati come antitesi della “vera America”. Qui il populismo (nel senso storico e più “nobile” del termine, ossia quel movimento politico e sociale che professa la sacralità del popolo rispetto alle élites, la sua saggezza innata e connaturata al suo stesso modo autentico e puro di vivere) è di casa.
A maggio 2010, Peace Reporter stimava almeno 24 conflitti gravi nel mondo, la maggior parte dei quali in Asia e Africa.
Solo in India sono presenti tre gravi conflitti: il primo si svolge tra gli Stati centrali come l’Andhra Pradesh, dove la milizia maoista del PWG, dal 1967, combatte contro le forze di polizia locale e i vari gruppi paramilitari per l’instaurazione di un governo socialista; il secondo in Assam, dove i guerriglieri secessionisti dell’Ulfa compiono attentati contro i cittadini di origine hindi, causando le violente repressioni dei militari; e il terzo, più celebre, nel Kashmir, condotto dai fondamentalisti islamici appoggiati dal Pakistan contro il governo federale, in risposta all’appoggio degli indiani ai ribelli del Bangladesh (dal 1989, sono morte 65.500 persone).