Raduno di PontidaSotto un caldo sole – simbolo propizio per un “celtico”, come si è definito nell’occasione il Ministro Roberto Castelli – domenica scorsa si è svolto il raduno della Lega Nord a Pontida.
I leader della Lega, in primo luogo Umberto Bossi, sono stati accolti da circa quarantamila persone, con tanto di bandiere e maglie verdi, lunghe barbe anch’esse verdi ed elmi cornuti. Pare che Thor abbia un nuovo popolo da proteggere: un popolo sempre più agguerrito ed affamato d’indipendenza, se si vogliono leggere i messaggi arrivati dalla piazza padana.

Immigrati«Stanno arrivando un casino di pacchi. E vabbè, quanti vuoi che siano questi pacchi? Eh, non si sa ancora, le voci più attendibili parlano di 300.000 pacchi, ma c’è qualcuno che parla al ribasso di massimo 100.000, qualcun altro al rialzo persino di 1 milione e mezzo. Cazzo, ma allora sono davvero un casino di pacchi! No, non pensavo davvero, direi che sono troppi pacchi. No, no, il nostro ufficio postale non può reggere questi numeri: non abbiamo lo spazio materiale per riceverli, non abbiamo nemmeno il personale sufficiente. Mica possiamo estendere l’ufficio e fare delle assunzioni straordinarie solo per gestire questo stock! E poi fammi capire, dopo che abbiamo sistemato questi pacchi, che facciamo? Licenziamo gli esuberi e restringiamo l’ufficio? No no, dai, cerchiamo di essere seri, cerchiamo di essere razionali. Questa è un’invasione postale! Un’ondata di pacchi postali!
Senti a me, fa’ una bella cosa: chiama gli altri uffici postali della provincia e senti se ci possono dare una mano, senti un po’ se possiamo girare a loro un po’ di questi pacchi. Noi li smistiamo, intanto li smistiamo, gliene inviamo un po’, poi vediamo, una soluzione la troveremo.
Scusa, come sarebbe a dire che non li vuole nessuno? È uno scherzo? Ma tu guarda un po’ ‘sti stronzi! Ma come si permettono? Una manica di egoisti e di scaricabarile, ecco cosa sono. No, ma vaffanculo, chi si credono di essere? Chi l’ha detto che il nostro ufficio si dove accollare tutti ‘sti cazzo di pacchi? Che siamo, l’unico ufficio postale della terra? Perché i pacchi li dobbiamo smistare tutti noi, dove sta scritto? Col cazzo, io non li voglio. Poi se ci troviamo tutto l’ufficio in disordine con i pacchi qua e là, voglio vedere chi si assume le responsabilità. Noi non di certo, guarda, lo dico da subito, eh.
Adesso li prendiamo questi pacchi, vediamo quanti ne riusciamo a prendere, male che va quelli di troppo li rimandiamo indietro, però guarda, lo ripeto, poi non voglio sentire lamentele, eh».

La crisi di governo non è più questione di “se”, ma di “quando”. I più pessimisti (o ottimisti, fate voi) parlano della prossima settimana; altri si dicono sicuri che si aspetterà fino all’approvazione della “legge di stabilità” (ex finanziaria) anche al Senato, facendo slittare la sfiducia al governo alla metà di dicembre. Certa è, a ogni modo, l’incertezza sul dopo. Io penso sia impossibile fare previsioni serie sui modi e i tempi della crisi senza prendere in considerazione due fattori – troppo spesso sottovalutati – che invece saranno quelli decisivi.

Nella pochezza del dibattito politico corrente, contraddistinto da un utilizzo improprio ed approssimativo del linguaggio, le prime e più illustre vittime sembrano essere proprio le parole. Quelle parole senza le quali la politica resterebbe muta e che secondo Aristotele distinguono gli uomini dalle bestie, rendendo praticabile la vita in comune (Politica, I, 1253a).

Parlar bene non è – si badi – questione di mera forma, di stile, bensì di contenuto. È capacità di imprimere sfumature espressive che si riflettono nell’uso, più o meno rigoroso, dei concetti. È attitudine a elaborare pensiero astratto secondo i dettami propri della logica, al di là delle distorsioni ideologiche. È senso storico e sensibilità storica. Come avvertiva George Orwell nel 1946, liberandosi del cattivo linguaggio «si può pensare in modo più chiaro, e pensare in modo chiaro è il primo passo necessario per una rinascita politica». E proprio al rapporto fra manipolazione linguistica e totalitarismo Orwell dedicò pagine illuminanti nel suo romanzo più celebre, apparso due anni dopo.

Molti sono i commentatori che in questo periodo parlano di un’imminente morte della seconda Repubblica. In un articolo di qualche tempo fa ne parlava anche Eugenio Scalfari nell’editoriale della domenica su La Repubblica. Se così fosse, quali sarebbero i mortali sintomi?
Indubbiamente si avviluppano intorno alla preda da diverse direzioni. Come la tenaglia che nel ’45 tagliò la testa alla Germania nazista, diverse “sciagure” stringono la morsa intorno al collo del nostro sistema odierno.

Da qualche ora è stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale il lodo Alfano, ovvero l’immunità per le prime quattro cariche dello Stato. I processi del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, possono così ripartire.

I primi commenti del mondo politico sono quanto di più scomposto e pericoloso ci si poteva aspettare. Il leader della Lega Nord – nonché Ministro della Repubblica -, Umberto Bossi, tuona: “pronti alla guerra!”. Il solito Antonio Di Pietro (Italia dei Valori) non si fa mancare occasione per attaccare il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, reo di aver firmato il lodo, e chiede le dimissioni di Berlusconi.

È vero che il lodo Alfano è illegittimo, ma Berlusconi fino a condanna definitiva è innocente: quindi, perché si dovrebbe dimettere?

Sembra proprio che questi primi decenni del terzo millennio siano destinati a segnare un profondo e radicale cambiamento nella storia dell’umanità.
Dopo l’11 settembre 2001 – data in cui, a detta di molti, la storia del mondo è entrata in una nuova e critica fase -, a distanza di quasi otto anni ci troviamo di fronte a una notizia ancora più sconvolgente: dopo settecento anni, il papato cambierà sede (e quindi, con lui, tutti gli alti organi istituzionali del Vaticano), trasferendosi ad Avignone, in Francia.

L’annuncio arriva proprio in occasione della settecentesima ricorrenza della cattività avignonese, periodo durato sessantotto anni (1309-1377), in cui la sede papale si spostò appunto da Roma nella città francese.

La notizia ha del clamoroso, ed è cominciata a trapelare nei giorni scorsi in ambienti vicini alla Chiesa.

Ieri, tramite Google e il servizio di monitoraggio di Die Brücke (AdSense, che ci permette di conoscere i siti che linkano o ripubblicano i nostri articoli), ho piacevolmente constatato come il mio ultimo articolo, titolato 12000€ al mese per Renzo Bossi, si sia diffuso velocemente sulla rete, su blog e forum. A volte – come già detto – semplicemente linkato, a volte ripubblicato tramite copia e incolla – e, in quest’ultimo caso, faccio presente che si è comunque tenuti a linkare Die Brücke e a indicare il nome dell’autore, mancanza che ho spesso riscontrato.

In ogni caso, e in più di un’occasione, alcuni utenti, nei commenti e nelle risposte su questi forum, hanno messo in discussione l’insufficienza delle fonti (Travaglio e L’Antefatto) o la loro scarsa credibilità. È dunque giusto, da parte mia, rimediare, e tornare ad affrontare l’argomento alla luce di quanto fatto notare.

La notizia aleggiava nell’etere già dalle prime ore dell’alba, e le voci cominciavano a diffondersi tra gruppi di volontari e di spazzini comunali che stavano allestendo l’area riservata al democratic party del capoluogo ligure. Unico rappresentante invitato dell’attuale governo, quello di Gianfranco Fini doveva essere un incontro di cortesia. Invece l’attuale Presidente della Camera è stato artefice dell’evento che cambierà radicalmente la storia del giovane partito del centro-sinistra, e probabilmente dell’intero Paese.

Durante l’intervento di Fini, tutto il pubblico riformista sembrava quasi rapito e ossequiosamente assorto. Il candidato del Pd non si è risparmiato nello spiegare i motivi del suo clamoroso cambio di rotta: “con il tempo mi sono reso conto che gli ideali abbracciati lungo questo trentennio di vita politica stavano venendo meno. È emersa una mia assoluta incongruenza, non solo con gli alleati del centro-destra, ma con i miei stessi compagni di partito. Inoltre, mi sono accorto che una coalizione così non può andare lontano, influenzata com’è dalle ingerenze di un uomo che vuol fare di un polo liberal-democratico la sua azienda personale”.

ART.1: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Con una percentuale che supera il 15%, l’Italia è uno dei paesi dell’Ue in cui il lavoro irregolare (“nero”) è maggiormente diffuso. Basta ricordare l’appello – forse goliardico, diranno alcuni – del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, risalente al suo secondo governo, che invitava i cittadini a lavorare in nero. Sempre l’Italia è il primo Paese dell’Ue per infortuni mortali sul lavoro, nonché quello in cui le norme di sicurezza sono le meno rispettate in assoluto.

Per quanto riguarda il comma 2, il Porcellum - legge elettorale voluta dal precedente governo Berlusconi – ha eliminato il voto di preferenza (che nemmeno il recente referendum avrebbe reintrodotto), rendendo il termine “sovranità” piuttosto velleitario se accostato al termine “popolo”.

Va innanzitutto premesso che è stata una tornata elettorale sufficientemente inconsueta, perché abituati a scrutini dagli eclatanti ribaltoni, dalle conferme schiaccianti, oppure (in casi minori) dai desolanti pareggi. Almeno per quanto riguarda le elezioni europee, si è invece assistito alla realizzazione del caos calmo morettiano: generalmente – e a una stratificazione più esterna – nulla di nuovo oltre l’orizzonte già conosciuto; ma una volta superata la scorza del sistema Italia, un’inoppugnabile, seppure ovattata, inversione di tendenza politica.
Volendo subito arrivare a una conclusione quanto più possibile sintetizzata: confermato il primato dei partiti di governo, mancata affermazione del mito berlusconiano; fratturata l’idea politica del Partito Democratico, resistite le basi dello stesso progetto politico; diminuito il consenso per il bipartitismo, esteso il populismo; riacquisito l’elettorato di sinistra, castigate – per l’ennesima volta – le sinistre.

Ma andiamo con ordine.