Continua da Copenhagen: l’ordine internazionale alla prova sul clima, parte I.
Tutto questo dovrebbe far pensare soprattutto l’Europa. L’Unione Europea, la “potenza civile” ha nell’ambiente e nella lotta al cambiamento climatico uno dei pochi temi su cui la stragrande maggioranza degli Stati membri ha raggiunto un accordo saldo.
L’Europa unitariamente intesa sente come pochi altri l’esigenza di preservare l’ambiente, investire nello sviluppo sostenibile e in quella tecnologia verde che può anche diventare una carta importantissima da giocare nel commercio internazionale come nelle dinamiche geopolitiche.
L’Unione Europea si presenterà a Copenhagen con la promessa di ridurre del 20% le proprie emissioni entro il 2020 (base 1990, quindi in termini decisamente maggiori rispetto a quelli americani che fanno riferimento ai livelli, superiori, del 2005). Alcuni governi europei pensano inoltre che, comunque vada il vertice, l’Europa dovrebbe comunque vincolarsi a questi obiettivi. La speranza è che la loro posizione prevalga.
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Una fra le più antiche ed intricate questioni su cui periodicamente si arrovellano gli studiosi di relazioni internazionali può essere sintetizzata come segue: la guerra appartiene alla patologia o alla fisiologia dei rapporti fra Stati? Per un verso, è indubbio che la natura policentrica – “anarchica”, direbbe Hedley Bull – della società internazionale favorisca l’emergere di controversie non risolvibili mediante norme giuridiche: in parte per la natura lacunosa, spesso sfuggente, del diritto internazionale; in parte per volere dei soggetti stessi, gli Stati, tradizionalmente restii a sottoporsi ad un’autorità terza e imparziale (corti di arbitrato, tribunali speciali, e via discorrendo).
D’altro canto, nessuno potrebbe negare che l’ultimo sessantennio sia stato caratterizzato da un notevole incremento delle attività di cooperazione: gli spaventosi costi umani delle due guerre mondiali hanno reso il conflitto bellico un’opzione meno praticabile di quanto non lo fosse in precedenza, e la nascita di una pluralità di organizzazioni – a cominciare dalle Nazioni Unite – ha permesso di istituzionalizzare ambiti in cui eventuali contrasti possano essere risolti senza spargimenti di sangue.
Un capitolo particolarmente riuscito nel processo di «civilizzazione» della comunità internazionale sembra essere costituito dall’Unione Europea. Com’è stato possibile che un continente lacerato dalla violenza, teatro di spaventosi massacri protratti sino alla metà del secolo scorso, si sia trasformato in un’oasi di pace, basata sul rispetto di diritti civili, politici e sociali, popolata da donne e uomini sordi alle sirene del militarismo?
È questo l’interrogativo al centro dell’elegante volume L’età post-eroica, scritto da James J. Sheehan, docente a Stanford, e recentemente edito da Laterza.
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