Capita che di fronte alle risate della coppia Nicolas Sarkozy – Angela Merkel sull’Italia qualcuno storca il naso, qualcuno ci rida su, qualcuno le appoggi (noi soliti italiani esterofili imbecilli), qualcuno le ritenga inopportune e qualcuno compia un’azione pubblica di condanna vera. Questo qualcuno è il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica.

Il suo gesto simbolico e profondo consiste nel rispedire al mittente la Legion d’Onore, o meglio in lingua originale la Legion d’Honneur. Istituita da Napoleone il 19 maggio del 1802, rappresenta la più alta onoreficenza e viene conferita per meriti straordinari nella vita militare e civile, non solo quindi a militari (come nel caso del generale Tricarico), ma anche ad imprenditori, funzionari francesi, campioni sportivi e chi si distingue per meriti e successi.

Il valore del generale Tricarico è ben noto all’estero e non solo in Francia. Tra i riconoscimenti conferitegli troviamo infatti la statunitense Legion of Merit, la Gran Croce al Merito della Repubblica Federale Tedesca e l’onorificenza peruviana Piloto peruano ad honorem. Nello specifico, il prestigioso riconoscimento francese con il grado di “ufficiale” gli era stato assegnato da Jacques Chirac per il suo impegno nella guerra del Kosovo.

Grattacieli e soleUltimamente vanno di moda le lettere aperte, quelle sincere, col cuore in mano, con i pensieri migliori e profondi che vengono spinti fuori dalla forza del volerli esprimere. Ci provo anch’io.

Sin da quando ero piccolo ho sempre apprezzato gli insegnamenti, i modi di fare e lo stile di vita dei miei nonni, lavoratori modesti ma di grande dignità, che mi hanno permesso, anche con la collaborazione e la continuazione dei loro sforzi da parte dei miei genitori, di vivere una vita che definisco sempre al di sopra dei miei reali bisogni, anzi di quelli che ritengo i bisogni “normali” di una persona: avere diverse televisioni, pc, macchina, poter studiare senza borse di studio e sostegni vari fuori dalla mia regione. Uno straordinario regalo che nulla ha a che vedere col mio merito personale.

Bandiera EuropaL’Unione Europea affronta la crisi più grave della sua breve storia. Non si tratta tanto della crisi dei debiti sovrani, né della cronica incapacità di definire una politica estera e di sicurezza davvero comune. La crisi è politica e ideale. L’onda dell’euroscetticismo, un modo politicamente corretto per parlare dei rinascenti nazionalismi europei, parte dalla Scandinavia e arriva a Lampedusa facendoci rimpiangere la franca e orgogliosa freddezza britannica verso il processo di integrazione europea.

Unione europea”Abbiamo fatto l’Italia: ora dobbiamo fare gli Italiani” affermava ironicamente Massimo D’Azeglio riferendosi alla forzata unificazione dell’Italia e ricevendo aspre critiche da Cavour e dai mazziniani. Sarebbe interessante sapere cosa avrebbe detto a proposito dell’attuale Unione Europea.

Sulla carta l’Unione Europea è il risultato di un lungo cammino storico, che parte dall’impero romano – che racchiudeva quasi completamente i confini europei odierni -, ha il suo primo prototipo con la Giovine Europa di Mazzini del 1834, con l’intento di affermare l’unione ed il rispetto tra i popoli europei, e si concretizza, con la CE, dopo le guerre mondiali, fino ad arrivare ad essere quella di oggi in seguito a 50 anni di veloci cambiamenti. L’Unione Europea ha l’obiettivo di garantire una zona di libero mercato tra gli stati membri attraverso l’istituzione di un moneta unica e di un’unione doganale con il Trattato di Shengen ed attraverso politiche comuni in materia di agricoltura, commercio, ambiente, pesca e difesa. Ma quando si tratta di concretizzare e mettere sul piatto decisioni importanti l’UE diventa timida, insicura, e si frammenta con richieste egoistiche dei singoli stati.

Debito pubblicoContinua da Debito pubblico, parte I.

Il debito pubblico è una forma di trasferimento degli oneri di spesa attraverso le generazioni e mediante gli interessi: oggi si finanzia un’infrastruttura pubblica, ma la spesa da sostenere verrà ripartita anche sulle generazioni future, che altrimenti si troverebbero a godere dei benefici di uno sforzo da loro non partecipato.
La gestione del debito pubblico riguarda quindi non solo una scelta mono-periodale, ma è una decisione che coinvolge anche le generazioni a venire.

Fondamentalmente i problemi derivanti da alto livello del debito sono quelli diretti sull’ammontare di investimenti: si parla in gergo di “effetto spiazzamento”. Ossia, dovendo finanziare le casse dello Stato per permettere di ripagare il dovuto, viene a crearsi in aggregato nell’economia una carenza di risorse da destinare all’investimento privato, per cui si abbassa il livello di domanda aggregata e di potenziale crescita del PIL.

Josè SocratesJosè Socrates, primo ministro portoghese, ha presentato ieri le dimissioni. Il capo dello stato Anibal Cavaco Silva non le ha ancora formalmente accettate ma la prospettiva più probabile è quella che si vada alle elezioni anticipate. Una crisi politica in questo momento, ha avvertito ieri il premier portoghese, potrebbe avere «conseguenze gravissime» per il paese. La crisi politica è arrivata infatti a causa della bocciatura, con il voto convergente di tutti i partiti di opposizione, di centro-destra e di sinistra (il governo Socrates era un governo minoritario), della manovra antideficit concordata con Bruxelles dal premier. Socrates è comunque deciso a ripresentarsi alle elezioni, anche se i sondaggi danno il Psd (Partito social democratico), principale partito di opposizione di centro-destra, probabile vincitore di possibili politiche anticipate, e il suo presidente Passos Coelho quale probabile prossimo premier portoghese.

Unione europeaL’Unione Europea è un soggetto di incredibile e crescente rilevanza nella vita pubblica e privata di ciascuno di noi. A dispetto del suo peso e della sua attività, tuttavia, essa continua ad apparire misteriosa e distante ai suoi stessi cittadini. I motivi di un deficit che è al tempo stesso comunicativo e partecipativo sono senz’altro imputabili a un sistema istituzionale complesso e farraginoso, poco familiare e difficilmente comparabile con quello di uno Stato nazionale, ma sono anche il risultato della scarsa e superficiale attenzione ad essa dedicata dai media, dai partiti e dagli uomini politici.

In Europa i media tradizionali – televisione, radio, giornali e riviste – restano generalmente nazionali. L’interesse per l’Unione Europea si accende a fiammate, soprattutto in occasione dei grandi appuntamenti istituzionali, quali possono essere ratifiche e riforme dei trattati oppure le elezioni del Parlamento europeo; talvolta anche a fronte di gravi crisi internazionali. Anche in queste occasioni, tuttavia, l’attenzione mediatica si caratterizza per una lettura che resta eminentemente nazionale, episodica e improvvisata. Un esempio è offerto dalle modalità tramite le quali i media leggono e comunicano le elezioni europee, presentate come un semplice episodio della vicenda politica nazionale, della lotta tra partiti domestici piuttosto che come la selezione democratica dei “rappresentanti dei cittadini dell’Unione”1 o un momento di confronto tra le famiglie politiche europee.

Notizie frammentarie e spesso contraddittorie continuano ad arrivare dalla Libia. Il numero delle vittime continua a crescere e sembra aver superato la soglia dei mille morti. Di fronte alla crudele realtà delle cifre, il farneticante discorso alla nazione che Gheddafi ha tenuto ieri, spaventa ancor di più. Spaventa non solo per le parole, per i toni, per le espressioni. Terrorizza per l’aperta minaccia di reprimere nel sangue le contestazioni, di scagliare contro i manifestanti la forza violenta del regime. Una minaccia che viene messa in atto proprio in queste ore. Il paese è sull’orlo della guerra civile, alcuni parlano già di un genocidio, senz’altro si tratta di un massacro di Stato compiuto sotto gli occhi, apparentemente impotenti e troppo spesso complici, della comunità internazionale.

La crisi greca, cresciuta ulteriormente nelle ultime ore, mette l’Unione Europea (UE) davanti alle sue contraddizioni. Le esitazioni e i distinguo della Germania hanno spinto Atene davanti alla concreta prospettiva di default e vicina a diventare la prima tessera di un domino potenzialmente e credibilmente distruttivo per l’economia dell’Europa mediterranea, l’Euro e l’intera architettura europea.

Le colpe della Grecia sono enormi. Oltre a una spesa pubblica clientelare da terzo mondo, i governi greci hanno sistematicamente mentito sui dati del debito e del deficit pubblico senza che l’Eurostat e le istituzioni monetarie della Banca centrale europea (Bce) potessero direttamente verificarne i dati. Le stesse manifestazioni di piazza contrarie agli aiuti ben rappresentano la schizofrenia di un paese che avrebbe bisogno come l’aria dell’intervento internazionale e che pure non pare disposto ai sacrifici cui i loro governanti – e non le «burocrazie di Bruxelles» o gli economisti di Washington – li hanno costretti.

Continua da Copenhagen: l’ordine internazionale alla prova sul clima, parte I.

Tutto questo dovrebbe far pensare soprattutto l’Europa. L’Unione Europea, la “potenza civile” ha nell’ambiente e nella lotta al cambiamento climatico uno dei pochi temi su cui la stragrande maggioranza degli Stati membri ha raggiunto un accordo saldo.

L’Europa unitariamente intesa sente come pochi altri l’esigenza di preservare l’ambiente, investire nello sviluppo sostenibile e in quella tecnologia verde che può anche diventare una carta importantissima da giocare nel commercio internazionale come nelle dinamiche geopolitiche.

L’Unione Europea si presenterà a Copenhagen con la promessa di ridurre del 20% le proprie emissioni entro il 2020 (base 1990, quindi in termini decisamente maggiori rispetto a quelli americani che fanno riferimento ai livelli, superiori, del 2005). Alcuni governi europei pensano inoltre che, comunque vada il vertice, l’Europa dovrebbe comunque vincolarsi a questi obiettivi. La speranza è che la loro posizione prevalga.

Una fra le più antiche ed intricate questioni su cui periodicamente si arrovellano gli studiosi di relazioni internazionali può essere sintetizzata come segue: la guerra appartiene alla patologia o alla fisiologia dei rapporti fra Stati? Per un verso, è indubbio che la natura policentrica – “anarchica”, direbbe Hedley Bull – della società internazionale favorisca l’emergere di controversie non risolvibili mediante norme giuridiche: in parte per la natura lacunosa, spesso sfuggente, del diritto internazionale; in parte per volere dei soggetti stessi, gli Stati, tradizionalmente restii a sottoporsi ad un’autorità terza e imparziale (corti di arbitrato, tribunali speciali, e via discorrendo).

D’altro canto, nessuno potrebbe negare che l’ultimo sessantennio sia stato caratterizzato da un notevole incremento delle attività di cooperazione: gli spaventosi costi umani delle due guerre mondiali hanno reso il conflitto bellico un’opzione meno praticabile di quanto non lo fosse in precedenza, e la nascita di una pluralità di organizzazioni – a cominciare dalle Nazioni Unite – ha permesso di istituzionalizzare ambiti in cui eventuali contrasti possano essere risolti senza spargimenti di sangue.

Un capitolo particolarmente riuscito nel processo di «civilizzazione» della comunità internazionale sembra essere costituito dall’Unione Europea. Com’è stato possibile che un continente lacerato dalla violenza, teatro di spaventosi massacri protratti sino alla metà del secolo scorso, si sia trasformato in un’oasi di pace, basata sul rispetto di diritti civili, politici e sociali, popolata da donne e uomini sordi alle sirene del militarismo?

È questo l’interrogativo al centro dell’elegante volume L’età post-eroica, scritto da James J. Sheehan, docente a Stanford, e recentemente edito da Laterza.