Sembra il gioco degli specchi: Walter Veltroni si lamentava dell’assenza di unità nella dirigenza del Partito democratico, arrivando a sfogarsi apertamente al momento delle sue dimissioni da segretario; oggi torna per prendere il posto che era oggetto delle sue critiche. Bersani, che è l’esponente appoggiato apertamente da Massimo D’Alema durante le primarie dello scorso autunno ora deve cercare di tenere unite le correnti e correntine in mezzo ad una tempesta. Quando si dice “la coerenza”.

Ora sembra passato davvero tanto tempo, ma questo 2009 era iniziato con i migliori auspici: a gennaio si era sancita la pace della guerra tra Israele e Palestina; tutt’ora è in corso la ricostruzione lungo la striscia di Gaza, sostenuta dallo stesso governo israeliano: prima si finisce di ricostruire, prima si potrà ricominciare la guerra. Vecchia storia, va avanti da trent’anni.
E sempre in gennaio Barack Obama ha prestato giuramento come quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti, inaugurando la nuova era di pace e prosperità dopo le scampagnate militari di Bush.
Una cosa mi ha incuriosito, di quel giuramento: “so help me God” – concluse Obama – una formula che non si usava più dai tempi di Chester Arthur (1881). Bè, fa ridere che il Presidente del più grande paese del mondo chieda pubblicamente aiuto a Dio, sarebbe come se il Primo Ministro giapponese confidasse nell’appoggio di Son Goku (il ragazzo scimmia) per svolgere legittimamente il proprio compito.
Strano paese – gli Stati Uniti. E dire che John Adams, uno dei padri fondatori, disse che “questo sarebbe il migliore dei mondi possibili, se non vi fosse la religione” e che Thomas Jefferson affermava pure che “il cristianesimo è il sistema più perverso che si sia mai abbattuto sull’uomo”.

Alessandro Natale è uno dei fondatori di Die Brücke e ha svolto negli scorsi mesi il ruolo di caporedattore. Sebastiano Putoto lo ha intervistato per il primo compleanno del progetto.

Qualcuno mi dice che Die Brücke è uno splendido sito, ma che talvolta ci fossilizziamo a parlare delle solite cose e tralasciamo notizie importanti di attualità.

Allora voglio riprendere alcuni degli argomenti di maggiore discussione degli ultimi giorni e rifletterci un po’ sopra.

Dando uno sguardo all’attuale panorama politico italiano, balzano immediatamente all’occhio diverse situazioni: prima fra tutte – ma ormai è questo il cliché da diversi mesi – l’assoluta dominanza della Lega come direttrice delle linee del governo.

Se infatti Bossi & Co. hanno dettato e dettano legge sul fronte sicurezza, battendo forte su temi come le ronde, la regolarizzazione delle colf, la linea dura sull’immigrazione, è pur vero che nel recente scontro Boffo-Feltri sono stati gli stessi Bossi e Calderoli ad andare a tentare la pacificazione delle parti della Santa Sede.

In tutto questo il PdL appare una figura sbiadita, una base di governo che regge il gioco, ma la cui partita è diretta in tutto e per tutto dai leghisti.

In una fase di acuta crisi economica però, con le parti sociali in forte tensione – e lo saranno ancora di più nei prossimi mesi, a mio parere -, il precariato che incombe ancora più minaccioso in quanto ormai diretto passaggio per una lunga disoccupazione, un Premier che si barcamena tra uno scandalo e l’altro, appare in tutta la sua vergognosa evidenza la situazione che un tempo avrei definito tragicomica – ma che oggi non esito a definire semplicemente tragica – nel Partito Democratico.

Repubblica, 09:31: in mattinata Silvio Berlusconi è stato colpito da un improvviso malore durante una riunione a Roma con il ministro Roberto Maroni. È stato ricoverato d’urgenza presso il Gemelli intorno alle 9. Le condizioni sembrano essere gravi.

Ansa, 09:39: il legale del premier, Niccolò Ghedini, ha appena dichiarato: “sono tutte menzogne, ho parlato con Silvio cinque minuti fa, precisamente alle 9:35. È in Sardegna da ieri, sta lavorando per gli italiani e sta benissimo”.

Ansa, 09:41: Sandro Bondi: “la sinistra dovrebbe vergognarsi. È l’ennesima calunnia di Repubblica e del suo gruppo editoriale. Inventano notizie di sana pianta per screditare la figura del nostro Premier agli occhi degli italiani. Ma questo comportamento torna indietro come un boomerang. Comunisti eravate e comunisti restate”.

Repubblica, 09:45: una nota del Gemelli riferisce che il premier Silvio Berlusconi è stato trasportato al pronto soccorso alle 09:02 e ricoverato d’urgenza. Confermata la precedente notizia. Le condizioni sono gravissime, il primario che l’ha preso in cura afferma che “potrebbe non farcela”.

“Presidente Bachelet, volevo solamente fare una precisazione circa le parole pronunciate dal Presidente del Venezuela, Hugo Chavez, in relazione all’ex Presidente del governo spagnolo, il signor José Maria Aznar. Voglio dire, Presidente Hugo Chavez, che siamo in una riunione nella quale ci sono governi democratici che rappresentano i loro cittadini nella comunità iberico-americana, che ha come principio il rispetto – il rispetto! -. Si può essere agli antipodi dal punto di vista ideologico; non sono certamente vicino alle idee di Aznar, ma l’ex Presidente Aznar fu eletto dagli spagnoli. [...] Credo ci sia un principio fondamentale nel dialogo: per rispettare e per essere rispettati dobbiamo impegnarci a non cadere nella mortificazione dell’avversario. Si può essere radicalmente distanti sulle idee, si possono denunciare idee e comportamenti senza cadere nell’assenza di rispetto per l’avversario – mai! -. Quello che voglio dire è che una buona forma di poter lavorare per i nostri popoli. Chiedo, Presidente Bachelet, che sia una norma delle prossime riunioni. Desidero fortemente che diventi un codice di condotta, perché le forme danno l’essere alle cose”.

“Berlinguer non è la Madonna!”, tuonava a suo tempo Eugenio Scalfari, lamentandosi del culto quasi spirituale che i militanti comunisti osservavano nei confronti del loro segretario. Madonna o meno – Enrico Berlinguer era un leader; anzi, era il leader.

La sinistra l’aveva riconosciuto come tale, e anche chi non ne condivideva la linea politica ne apprezzava le doti indiscutibili.

C’era un rispetto del leader, una sorta di protezione di ciò che Berlinguer rappresentava. Insomma, c’era un partito che proteggeva la propria guida.

Far partire una riflessione critica con un rimpianto, o una nostalgia del passato – fate voi – non è il massimo. Alla faccia nostra, a dispetto di quei giovani che vogliono – anzi, pretendono – un nuovo corso.

Ah, il nuovo corso! Come possiamo pretenderlo se ancora non ci rassegniamo a conservare il “dolce Enrico” nel nostro album di famiglia e continuiamo a riecheggiarne il mito?

Dopo aver apposto la sua firma sopra alla nuova legge elettorale, partorita negli ultimi giorni di governo per scongiurare la sconfitta alle elezioni – o almeno per rendere la vita difficile a Prodi & co. -, Roberto Calderoli si affrettò a definirla “una porcata”.

Il cosiddetto porcellum svolse alla perfezione il suo compito: la coalizione del centrosinistra, guidata da Romano Prodi, vinse con una maggioranza talmente risicata che la sua caduta era attesa da un giorno all’altro.
Alle ultime elezioni, la tanto odiata legge elettorale che impediva alla popolazione di scegliere i candidati non fu affatto modificata, nonostante proteste e importanti prese di posizione. Si andò a votare e vinse la coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, con larga maggioranza.

Il leader del Pd, Walter Veltroni, a lungo parlò con il neo Presidente del Consiglio per modificare il porcellum, ma non se ne fece nulla. In molti si impegnarono per raccogliere firme per il referendum abrogativo (tra cui l’IdV), che fu pure sostenuto dalla Lega Nord.

Attraverso varie peripezie, il referendum è stato fissato per il 21 giugno 2009, con un grosso spreco di denaro pubblico – visto che si sarebbe potuto accorparlo alle elezioni europee di qualche settimana prima.

Analizziamo i tre quesiti del referendum.

Ho aspettato un po’ prima di scrivere questo articolo per due motivi in particolare:

  • era necessaria una minima distanza temporale per cercare di sviluppare un’analisi completa;

  • se avessi scritto due mesi fa in pochi avrebbero capito ciò che cercherò di dire.

Son passati due mesi da quando Renato Soru perse in Sardegna dopo quasi cinque anni di buon governo, e Silvio Berlusconi dimostrò per l’ennesima volta la sua forza elettorale a tutta l’Italia.

Pochi giorni dopo Walter Veltroni si dimise e il Partito Democratico sprofondò in una crisi esistenziale che covava dalla sua nascita, il 14 ottobre 2007.

Le analisi di Mirko Pagliai su questo giornale, e di molti commentatori sulle testati più importanti, sono state pungenti e veritiere in molti frangenti, ma hanno continuato nel non affrontare il punto della questione: la necessità storica del Partito Democratico italiano.

Walter Veltroni se ne va, Dario Franceschini assume la reggenza. Sorrido ad una triste constatazione dei fatti: durante la sua segreteria, Veltroni è stato libero solo due volte. Ovvero all’inizio e alla fine.

A me piaceva la sua faccia, l’esempio del brav’uomo italiano tutto d’un pezzo, onesto e pulito, educato e dai principi sani e saldi. Uno che ti farebbe piacere averlo come padre o professore. Peccato, però, che all’infuori della bella immagine che ci si presenta, nella nostra società questo modello può appartenere a una di due sole categorie: i santi o i coglioni. Fate vobis, tanto per me sono un’unica cosa.
Ha fatto bene a dimettersi, ma ha fatto anche male: avrebbero dovuto dimettersi tutti i suoi colleghi – e quando dico “dimettersi” intendo dire “dimettersi”, non vedersi revocata la delega -, perché il fallimento di Veltroni non è solo il fallimento di un singolo uomo politico, è anche il fallimento dell’intera classe dirigente che apparteneva alla sua idea. Il partito ha lasciato il tempo trovato, e finalmente va ad imboccare l’unica strada che poteva riservarsi: quella del suo funerale.