1789, Versailles. La reggia è immersa in un mare verde di fronde d’alberi per attutire quello che non attutiscono i chilometri, si tappa le orecchie con la musica di balli e le risate dei cortigiani, si ingozza ogni sera di sontuosi banchetti. Questa è la prima cosa che colpisce della reggia di Versailles: la lontananza, che è lontananza dal popolo e quindi lontananza dalla realtà. Versailles non è a Parigi, ma non sembra essere neanche in Francia. È un mondo irreale quello di corte, eppure questo fasto pesa sulle spalle del popolo, ci pesa come un macigno, e questo peso è fin troppo concreto.
Dall’altra parte, nella realtà, il popolo sta prendendo coscienza di sé. Perché il Terzo Stato, quello che non arriva a sfamare la famiglia, o ci arriva a malapena, rappresenta il 98% della popolazione e finalmente si accorge della sua forza. Ma qui c’è un’altra cosa che colpisce, ovvero il fatto che il popolo spesso, troppo spesso, aspetta che arrivi la fame a smuovere le coscienze. Erano il 98% anche prima, ma è solo ora che manca il pane che sollevano voci e forconi. Ad ogni modo, anche se al limite della fame, si ribellano. E Versailles è così lontana che non capisce cosa sta accadendo, lo capisce troppo tardi. E cadono le teste.
Ne sono passati di anni eppure di similitudini io ne vedo ancora troppe. La politica si è riallontanata dal Paese, c’è ancora uno spaccato – o meglio, una voragine – tra chi governa e chi, ahimè, è governato. La politica, lungi dall’esser cosa di tutti, è evidentemente nelle mani di pochi, e quei pochi sembrano aver perso ogni contatto con la realtà del Paese. Si chiedono ancora sforzi finanziari al popolo, sforzi che servono a pagare anche i fasti della classe dirigente, che invece non accenna a voler rinunciare neanche ad uno dei suoi privilegi e che, come allora, fa sentire il suo peso sulle nostre spalle. Si dilettano ancora con “feste da ballo” e banchetti mentre il Paese affonda, ma loro sono lontani, e non lo vedono, o più probabilmente non gli interessa.
Sarebbe ora di tagliare la testa a questo modo di fare politica e di riappropriarsene. Perché la politica è di noi tutti. Bisognerebbe ripulirne il concetto. Perché fare politica, in democrazia, dovrebbe voler dire essere semplice portavoce del popolo, e non sultano. Dovrebbe essere una vocazione esercitata da abili amministratori e non un mezzo, mezzo per ottenere privilegi economici ed un’alta posizione sociale. E se è vero che il potere corrompe anche il più onesto degli uomini allora c’è bisogno che la politica si riappropri del concetto di povertà. Al bando ogni singolo privilegio, e che ogni singolo politico diventi e sia pagato come semplice funzionario, e che ognuno di noi diventi politico, come dovrebbe essere in ogni stato democratico. Perché siamo ancora noi la base di questo Paese, e abbiamo ancora la stessa forza, ma abbiamo anche una grande responsabilità: quella di far cadere la testa a questa democrazia moribonda. Magari senza aspettare che arrivi la fame.
