Lo scandalo che circonda il sito web Wikileaks è una provocazione alla libertà di stampa e alla democrazia. È naturale che ci stupisca il tipo di informazioni che alcuni politici ricevono da altri. Ad un altro livello, è più che interessante scoprire dai documenti segreti rivelati sul sito come alcuni paesi arabi si aspettano che Gli Stati Uniti e Israele fermino il programma nucleare iraniano e come la Cina habbia tolto la mano protettrice dalla Corea del Nord, permettendo l’approccio tra i due paesi della penisola coreana.
Per riassumere, un numero immenso di documenti (250.000, tra quali 10.000 sono dichiarati “segreti”) sono stati pubblicati dal sito fondato da Julian Assange. L’australiano, ormai famoso in tutto il mondo per aver affrontato gli Stati Uniti rendendo pubblici i rapporti dei diplomatici dell’Ambasciata Americana in Gran Bretagna, giustifica la sua azione rilasciando un’intervista il 7 dicembre 2010: «Nel confronto tra il segreto e la verità, l’ultima ha sempre vinto». Eppure, Assange parte da una premessa sbagliata. Il segreto non è uguale alla menzogna, come sembra risultare dalle sue stesse parole. Assange vuole un mondo senza segreti e – lo ammetto – questa cosa mi spaventa.
Se si riversassero nello spazio pubblico tutte le informazioni che fanno funzionare qualsiasi istituzione, la comunicazione tra i membri delle organizzazioni ne sarebbe radicalmente peggiorata. Anzi, lo spazio della comunicazione violato, diventato pubblico, avrebbe delle conseguenze maggiori sul funzionamento dell’organizzazione. Io non mi sentirei per niente libera se quello che decido di affermare discretamente – nella mia famiglia, ai miei amici, oppure nel mio gruppo professionale – venisse reso noto nello spazio pubblico. II giusto ragionamento dunque sarebbe un confronto tra le informazioni pubbliche e quelle non pubbliche, segrete. Eppure, la storia della stampa ci ha insegnato che il falso servito come la verità è più dannoso del segreto.
