Nel paese che ha commercializzato lo spettacolo più di ogni altro, dalle rappresentazioni di Broadway al cinema di Hollywood, la televisione è sempre stata fonte di interessanti storie e nuove forme di intrattenimento.

L’alba dei telefilm americani può essere fatta risalire a Bonanza, storia di una famiglia in salsa western, il genere principe dell’intrattenimento americano, dal cinema (basti pensare al classico del muto hollywoodiano The great train robbery, di Edwin S. Porter, del 1907) alla letteratura d’avventura, fino ai fumetti.

Una storia di una famiglia americana, abbiamo detto, precorritrice di quelle sit-com famigliari che spopoleranno dopo gli anni Sessanta, grazie ad un classico della televisione come Happy days, con Henry Winkler e Ron Howard, che ha creato un format che resiste ancora oggi con produzioni come La vita secondo Jim o, sfociando nel media dei cartoni animati, I Simpson.

Negli anni Ottanta, poi, il format della sit-com famigliare subì una decisiva innovazione grazie a Bill Cosby, che ha trasportato il genere all’interno di una famiglia di colore, con I Robinson, subito seguita da Il mio amico Arnold, dove il fulcro comico del programma, invece di essere il capofamiglia (come nel caso dei Robinson) è uno dei figli, per la precisione il più piccolo Arnold, interpretato da Gary Coleman.

Nel solco di queste due produzioni va inserita la più recente serie Tutto in famiglia, con Damon Wayans, chiaramente ispirata al format di Cosby.

Un’ulteriore novità nel genere è arrivata durante gli anni Novanta, con una delle più famose sit-com di sempre, Friends, dove l’azione non si svolge più all’interno dell’ambito famigliare, ma bensì all’interno di un solido gruppo di amici, il cui legame ricorda proprio quello famigliare.

Il noir, a sua volta, ha sempre ottenuto grande eco nel pubblico americano, arrivando presto alla trasposizione sul piccolo schermo con storie come Il Fuggitivo, Charlie’s Angels, la prima serie tutta al femminile (in puro stile anni Settanta) e, successivamente, Le strade di San Francisco, con Karl Malden e Michael Douglas.

Ma è con gli anni Ottanta che il format ha raggiunto il suo apice, grazie alla celeberrima Miami Vice, con Don Johnson, destinata a diventare una delle serie televisive più importanti di sempre: il budget della produzione, le tecnologie impiegate e le tecniche di ripresa sono assolutamente cinematografiche (come testimonia la presenza tra i produttori, nonché in veste di consulente e, in alcuni casi, di regista, di Michael Mann, direttore di film come Heat-La sfida e L’ultimo dei Mohicani), le colonne sonore sono composte dalle maggiori hit del momento, tanto che le case discografiche erano disposte a spendere molto denaro per veder inserita una propria canzone in un episodio del serial (basti pensare alla celebre In the air di Phil Collins).

Un simile progetto di innovazione del genere, nel tentativo di renderlo il più possibile vicino alle grandi produzioni hollywoodiane, è quello che c’è alla base della serie campione d’ascolti CSI, che vanta ben due spin-off (CSI: Miami e CSI: New York), il miglior esempio di serie tv poliziesca del momento, tanto che ha avuto Quentin Tarantino come regista d’onore.

Nello stesso gruppo di telefilm possiamo inserire anche la celebre serie Law and Order (anch’essa può vantare diversi spin-off, l’ultimo dei quali addirittura a Parigi), o le più recenti Numbers, prodotta da Ridley e Tony Scott, e Medium, che esplorano altri ambiti dell’investigazione moderna (il ricorso a schemi matematici, nel primo caso, e ai medium, nel secondo), così come CSI trattava il tema delle investigazioni scientifiche.

Iniziata come versione glamour e più mainstream delle classiche soap-opera come Beautiful o Dallas, Baywatch si trasformò quasi subito in una commedia tendente al poliziesco, annoverando nel suo cast uomini e donne molto belli quanto poco vestiti (ad esempio, l’ex modella di Playboy Pamela Anderson) e la star degli anni Ottanta David Hasselhoff.

Baywatch lanciò il nuovo sottogenere dei film da spiaggia, celebrazioni dell’estate e dei fisici perfetti degli attori americani, nel quale rientrano anche Ocean girl, Pacific blue (altra deviazione dal percorso poliziesco, incentrato sulle forze dell’ordine che, in bicicletta, pattugliano le spiagge di Los Angeles), Flipper e le più recenti serie da spiaggia adolescenziali, come Summerland.

E se parliamo di serie adolescenziali, tutte ispirate da Happy days ovviamente, non si può non citare Dawson’s creek, con James Van der Beek, dalla quale si sono originate molte altre serie come il recente successo The O.C.

Non può mancare, a questo punto, il genere horror, lontano dal piccolo schermo fino agli anni Novanta, quando Joss Whedon lanciò Buffy l’ammazzavampiri, ispirato ad un precedente film scritto da Whedon e diretto da Fran Rubel Kuzui, che comprendeva non solo l’horror ma anche il più classico telefilm adolescenziale, fino al più recente Supernatural.

Ma l’innovazione di Buffy non si limita all’introduzione di un genere in tv: Whedon compone una trama che, di stagione in stagione, oppone la protagonista ad un nemico chiaro e preciso fin dai primi episodi, ma, per un motivo o per un altro, lo scontro viene rimandato in continuazione, dilatando la narrazione e aumentando la suspense.

Infine, altro grande genere sempre di grande impatto nel pubblico americano, la fantascienza, che proprio negli anni Settanta ha avuto la sua esplosione con serie come Bionic girl (altro esempio di estensione del ruolo del protagonista a personaggi femminili, come il già citato Charlie’s angels) e Supercar (con David Hasselhoff), precorritrici del grande successo di Dark angel, con Jessica Alba (già protagonista di Flipper), prodotto da James Cameron nel nuovo millennio.

Di recente, sono proprio le serie fantascientifiche a tenere banco nelle televisioni di tutto il mondo, da Firefly a Tru calling e Dollhouse (tutte opere di Joss Whedon, e ultime due con Eliza Dushku protagonista), passando da Invasion (interessante rivisitazione del mito dell’invasione aliena molto in voga negli Anni Cinquanta), fino alle recentissime Lost e Flash forward, realizzate da esperti protagonisti di Hollywood come JJ Abrams e David S. Goyer.

Nel corso della storia del telefilm americano c’è stato posto anche per le serie ispirate ai fumetti o, più in generale, ai supereroi (Batman, con Adam West, negli anni Sessanta; Hulk con Lou Ferrigno, nei Settanta; I fantastici quattro e Capitan America, negli anni Ottanta; Lois and Clark, negli anni Novanta; l’interessante Smallville, via di mezzo tra il fumetto e il telefilm adolescenziale; e l’originale Heroes, sceneggiata da Jeph Loeb), o anche ai grandi eroi della mitologia (a partire da Hercules con Kevin Sorbo, prodotto dal regista Sam Raimi, e dal suo spin-off Xena con Lucy Lawless, passando ai successivi Robin Hood e Sinbad), o per serie che mirano a reinterpretare in chiave femminile alcuni personaggi celebri della letteratura o del cinema (ad esempio, La regina di spade, una versione femminile di Zorro; o Relic hunter, versione femminile di Indiana Jones, chiaramente ispirata all’eroina dei videogiochi Lara Croft; o anche Alias, con Jennifer Garner nei panni di una versione femminile di James Bond).

La differenza tra l’Italia e il resto del mondo, in fatto di televisione, va ricercato nel diverso approccio che sia ha nel nostro paese nei confronti del media: all’estero, la televisione è un mezzo di intrattenimento e, perché no, di informazione; da noi è prevalentemente un mezzo di propaganda, per tenere buona la cittadinanza, senza fornire alcun momento culturale.

Ovviamente, c’è pur sempre una scintilla di speranza, una scintilla nel cielo di Sky, che di recente ha lanciato alcune serie degne di essere segnalate: Romanzo Criminale, ispirata al romanzo di Giancarlo de Cataldo (portata al cinema da Michele Placido), Quo vadis baby?, dal romanzo di Grazia Verasani (al cinema con Gabriele Salvatore; sono entrambi ottimi noir), e l’opera originale Boris, il miglior prodotto della televisione italiana degli ultimi anni.