Le redattrici e i redattori di Die Brucke intendono proseguire un percorso di informazione alternativa su diversi temi, scelti volta per volta, trattandoli in maniera originale, artistica e partecipativa.
Ciascuno e ciascuna pone a disposizione le proprie competenze, le proprie attitudini per migliorare un circuito informativo, completamente autofinanziato e indipendente, nato online sotto forma di testata giornalistica ( legalmente registrata presso il Tribunale di Lanciano, n° 01/2011, ai sensi della legge n. 47 dell’8/2/1948) che, attraverso l’organizzazione di convegni e presentazioni di libri, vuole ristabilire un reale contatto tra i protagonisti del mondo della parola.

Lo spirito che anima la redazione, situata in varie parti d’Italia, è quello di creare un ponte tra le diverse realtà comunicative, avvicinando persone fisicamente lontane, costruendo una comunità virtuale, che tuttavia ha bisogno di sguardi, volti e sorrisi per convincersi della sua autenticità e unicità, trasformando il rapporto tra redattore e lettore, dando un aspetto nuovo al giornalismo partecipativo.

Il discorso sul lavoro merita un’attenzione particolare di per sé, ed in questi giorni ancora di più. Si parla spesso di mondo del lavoro o di “mercato”, stando a significare un universo vasto e complesso, nel quale le ricette, spesso contraddittorie le une contro le altre, non sono mai esaustive. Mi piace precisare che, almeno a livello ideal-tipico, trattandosi di un mercato dovrebbe aver luogo l’incontro tra la domanda di prestazioni di utilità e l’offerta delle medesime, il tutto perfezionato dal contratto. Vi risulta che questo accada? Non mi pare proprio. Chiaramente, il più grande spartiacque è tra chi il lavoro l’ha, ed in modo “sicuro” e “dignitoso”, e chi non ce l’ha né sicuro né dignitoso, o non ce l’ha affatto; uso le virgolette per quegli aggettivi perché si potrebbe aprire una discussione, e presto ho intenzione di farlo, solo su quelle due grandezze (spesso illusorie, o sinonimo di appiattimento prestazionale e professionale).

Come pare chiaro, intendo concentrarmi sui problemi dell’assenza del lavoro senza inerpicarmi, almeno per ora, all’interno dei problemi di chi il lavoro lo ha. Per fare questo mi pare metodologicamente corretto agire su tre fronti, riprendendo lo schema ideal-tipico di cui sopra, cioè: 1) il datore di lavoro; 2) il lavoratore; 3) il contratto (la regolazione del rapporto di lavoro).

Osservare i pestaggi, le violenze dei poliziotti sugli occupanti della scuola, che piangono, si rannicchiano su stessi, fuggono, terrorizzati. Trovarsi di fronte ad una tale barbarie, per giunta nella prima parte del film, in maniera così imprevista ed inspiegata (perché solo più tardi capiremo cosa stava dietro a quel blitz). Vedere personaggi che avevamo appena iniziato a conoscere, ma che già ci avevano colpito, per la loro carica di vitalità e sincerità, ridotti a giocattoli in balia di sadici giocatori, mentre la loro vitalità viene di colpo annullata, fino a farli regredire ad uno stato infantile o peggio, animale (un concetto che non può non ricordare Salò di Pasolini). Ecco perché Diaz di Daniele Vicari è l’horror dell’anno.

La “macelleria messicana” della scuola genovese, ed il secondo round alla caserma di Bolzaneto, sono il centro instabile del film, spezzettato e riproposto in più punti, in una struttura a elastico, che parte e torna indietro, fornendo più punti di vista. È così che, solo più avanti nella pellicola, iniziamo a capire il significato di una bottiglietta lanciata in una strada, e di altri piccoli dettagli.

Le stazioni ferroviarie in Sardegna sono tappe di un viaggio nel passato. I treni che arrivano, che partono e riposano, in Sardegna, sono vecchi, hanno i colori delle cose antiche, il colore tenue della vegetazione sarda. Il loro camminare è quello di un vecchio che arranca, rallenta, accelera poi, con il bastone a sostenere quell’andare a singhiozzi, a tentoni. Questa è una dimensione in cui il tempo è scandito dai soli viaggiatori, non un solo segno nella natura e negli artifici umani dei miei anni lontano da qui.

Il mio libro da viaggio è “Per l’alto mare aperto” di Eugenio Scalfari e anche il suo, quello di Scalfari, è un viaggiare nel tempo alla ricerca di radici. Il suo viaggio è fatto di incontri significativi e inizia con Diderot. Poi nelle sue pagine salta fuori il nome di Odisseo e con lui tutto il mondo greco dei miti e degli eroi. E Odisseo diventa il mio compagno in questo viaggio di ritorno a casa, dei miei eterni ritorni ed eterne partenze. Il sentimento di Odisseo, anche se ancora non sapeva nominarlo, è la nostalgia. Odisseo non sapeva dargli un nome perchè il termine risale al XVII secolo, ma il suo significato è greco, come anche la sua radice: νόστος significa ritorno e άλγος significa dolore. Il “dolore del ritorno” nasce da un’impossibilità temporale di rivivere il passato e da un’impossibilità spaziale di ritornare a casa. E’ qualcosa che assomiglia alla malinconia (la bile nera dei greci) e al rimpianto, ed è un sentimento tutto umano.

Scrittore, regista, giornalista e autore teatrale, Pietro Orsatti ha stabilito un rapporto approfondito con il Brasile, tornandoci diverse volte e realizzando su questo Paese quattro documentari: Utopia Luar (2004), Fome zero sede zero (2004), Gli angeli del Brasile (2005), Lona Preta (2005).

“C’è un Brasile che dilania la nostra identità di europei e occidentali. E perfino un Brasile che manda a rotoli convinzioni, ipocrite, di identità e morale”.  Il brano citato è parte dell’incipit di Utopia Brasil, e-book di Pietro Orsatti edito da poco da Errant Editions, acquistabile su internet, a soli 2 €, a questo indirizzo.

Una raccolta di materiale eterogeneo: dalla pagina di diario al reportage sulla prostituzione minorile, condotto nelle città di Recife, Fortaleza e Rio de Janeiro, all’ intervista a Marcelo Barros, teologo vicino ai movimenti sociali brasiliani, in particolare a quello dei “Sem terra”, i lavoratori senza terra del Brasile.

L’e-book offre in poche pagine spunti molto interessanti.

Si è chiuso il processo d’appello per la strage di Piazza della Loggia, si è chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati. Nessuno è colpevole, e se nessuno ha messo la bomba, la bomba non è stata messa, la strage non è mai avvenuta, gli 8 morti e 102 feriti è come se non fossero altro che mere statistiche, i depistaggi dei servizi segreti restano solo delle voci.

Perché, dopo tutti questi anni (era il 28 maggio 1974 quando quella bomba esplose in una delle piazze principali di Brescia), uno pensa che la verità sulla strategia della tensione, sul terrorismo, su Gladio, possa anche essere ammessa, visto che è una verità che, chi ha la testa per intenderla, già conosce. Perché uno crede che, dopo tutti questi anni, questo Paese possa anche muovere qualche passo sulla via della redenzione, e che le famiglie delle vittime possano veder cadere il muro di gomma delle istituzioni reticenti, che hanno deciso di stendere un velo oscuro su quegli anni.

Perché, quel 28 maggio, qualcuno diede l’ordine ai pompieri di intervenire in Piazza della Loggia a pulire tutte le tracce della strage con le autopompe; perché qualcuno fece scomparire i reperti prelevati dai cadaveri; perché qualcuno pagò il pentito Martino Siciliano per scagionare Delfo Zorzi.

PentesileaUna scossetta al teatro che si fa in ogni luogo, in una piazza, in una cantina, in un porticato, in un giardino, perchè ogni luogo è luogo di teatro. Una scossetta al pubblico, alla società, uno sputo all’Uomo, uno schiaffo all’attore finto e di plastica,
una scossetta alle donne che partoriscono speranza. Così Francesca Vaccaro, regista e attrice palermitana, racconta la sua piece teatrale Stuprata Speranza.

Le non attrici in scena Alessandra Pipitone, Elisa Bisignano e Marianna Ippolito rivisitano la tragedia di Pentesilea, la regina delle Amazzoni. Perchè non attrici? Non riesco a capire, si spegne la luce elettrica, si accendono le candele. Cominciano a recitare sommessamente l’Ave Maria, alzano il tono della voce sempre più ad ogni principio di preghiera, vengono fatte tacere improvvisamente da un cappello nero che viene posato loro sulla testa. La stanza si riempie di silenzio che dura qualche minuto poi le non attrici iniziano a ridere sguaiatamente, senza freno, rido anch’io, ridono un pò tutti.

Lentamente cambiano volto, continuano a ridere ma si intristiscono, le loro labbra si curvano, singhiozzano. Diventano attrici. Le riconosco dietro la maschera bianca colorata sul viso. Diventano interamente umane. Hanno un fiore rosso in mano, lo tengono stretto, perchè così stretto?

Scrivere una recensione su Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana non è compito facile, come tutte le volte in cui si parla di un film che coinvolge emotivamente più di quanto generalmente siamo disposti a concedere al cinema. Per dovere di completezza, penso di dover analizzare il film secondo diversi livelli, nel tentativo di riflettere il più possibile su ogni suo aspetto.

Le polemiche. Immancabili, come ogni volta che si tratta la storia violenta dell’Italia al cinema (pensate, per fare un esempio, a Vallanzasca di Michele Placido), visto che questo Bel Paese di violenza ne ha avuta come pochi, e a molti sembra dare fastidio che la gente se ne ricordi. Ha incominciato Mario Calabresi, giornalista e direttore de La Stampa, figlio del commissario Luigi Calabresi (interpretato, nel film, da Valerio Mastandrea), che ha criticato la ricostruzione della figura del padre, la scarsa incisività della rappresentazione della campagna di Lotta Continua contro di lui, e l’atmosfera da giallo irrisolto del film. Anche Adriano Sofri, ex-leader di Lotta Continua e condannato per l’omicidio di Calabresi, è intervenuto nel dibattito, criticando la scelta di ispirare il film, sebbene solo in parte, al pessimo libro di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana, innescando una nuova polemica (per la verità, quasi relegabile all’interno del quotidiano La Repubblica) tra Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari. Più tardi, altre critiche al film sono state mosse da Franca Rame (su Il Manifesto di sabato 7 aprile), che se la prende per il trattamento riservato nella pellicola a Pietro Valpreda, anarchico e primo sospettato della strage.

Hanno raccontato dei disarmi, dell’entrata nei gruppi partigiani, e di come portare avanti quell’esperienza anche una volta finita la guerra. In quest’ultimo confronto, chiedo a Cocca e Bruno di parlarmi dello sguardo che hanno per l’ eredità che ci lasciano,  e di cosa vuol dire, oggi, fare resistenza.

 

parte terza – Intervista a Cocca e Bruno

Per quanto tempo avete fatto parte della Resistenza?

C: «Dal novembre del ‘43 fino all’insurrezione.»

B: «Dal 1941, quando ho raccontato la storiella del reduce… poi dal ’43 quando mi hanno messo al carcere di Sant’Agata, che avevo appena compiuto il giorno prima 14 anni… e ho finito… non ho finito ancora, perché io detesto questo sistema sociale quindi resisto ancora.»

da La Cittadella Interiore

Segnalo un interessante saggio dal titolo 2021: The New Europe pubblicato sull’inserto culturale del Wall Street Journal di alcune settimane fa e scritto da Niall Ferguson, famoso giornalista e docente di Storia moderna all’Università di Harvard, che alcuni conosceranno per la serie di documentari trasmessi anche in Italia su History Channel in merito alla Civiltà occidentale. Ferguson è inoltre uno degli intellettuali più in vista del mondo dei neocons. L’articolo in questione rappresenta il tentativo di gettare uno sguardo sull’Europa 2021, quando saranno passati dieci anni dalla great crisis of 2010-11. L’immagine che offre Ferguson della “nuova” Europa è facilmente immaginabile: essa sarebbe una sorta di “unione federata”, sul modello degli Stati Uniti d’America – insomma, finalmente, gli “Stati Uniti d’Europa”, come più volte abbiamo auspicato anche su queste pagine. L’Euro è potuto tornare ad essere una moneta usata ovunque e i vecchi Stati nazionali hanno dismesso per buona parte le veilleità su confini e divisioni. La vignetta riportata è in tal senso eloquente.