Oggi, 23 maggio, è la giornata scelta dai radicali per promuovere a livello nazionale la raccolta firme per la legalizzazione dell’eutanasia e l’istituzione del testamento biologico. Per cui è normale che si incontrino banchetti dei radicali e dell’Associazione Luca Coscioni in varie città d’Italia, perfino in un malconsiderato capoluogo di provincia al centro del triangolo industriale come Novara. Quello che, invece, può sorprendere maggiormente è la presenza, a quello stesso banchetto, di Mina Welby.
Compirà tra qualche giorno 76 anni, Wilhelmine Schett, divenuta nota per via della battaglia portata avanti dal marito Piergiorgio Welby, di cui lei si è fatta carico dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta nel 2006. Quando mi dicono che è presente anche lei, non conoscendola, mi aspetto di incontrare la classica “star da banchetto raccolta firme”, che viene a far presenza e ad attirare curiosi, e trascorre tutto il tempo seduta dietro al banchetto, a leggere il giornale o a dispensare sorrisi di circostanza. Invece, Mina Welby trotterella per la piazza con una mano carica di volantini, andando a fermare i passanti e invitandoli a firmare la petizione. Se uno non fosse pratico dell’attualità, probabilmente potrebbe finire a parlare con lei e accettare il volantino senza nemmeno sapere chi sia la persona che glielo ha posto.











E’ irritante e sbagliato non chiamare le cose con il loro nome. Eppure lo facciamo spesso. Sacrifichiamo il senso in nome dell’apparenza. Chiamiamo la miseria “spread” o “rating”, le prostitute “escort” e la democrazia “ingovernabilità“. Finiamo per confondere il concetto senza afferrare il nocciolo della questione. Non possiamo permetterci il lusso di una classe dirigente composta da politici sagaci; ne conosciamo solo di stupidi e li chiamiamo “moderati”. Per tanti anni la Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata affidata ad un politico mediocre, allora l’abbiamo chiamato “grande imprenditore”. Non c’è da biasimarci, siamo disabituati ad afferrare il senso delle cose.