Gli italiani, vescovi e cardinali compresi, non hanno saputo che pesci pigliare in questi giorni, aggrediti come sono stati dai fumi islamici del nostro ospite Muammar Gheddafi. Il colonnello, scambiando il ruolo politico o militare con quello sacerdotale, come un prete in chiesa, si è messo a spargere il verbo dell’Islam. Non di fronte a gente devota o votata a Maometto, ma tra belle e giovani ragazze radunate in assemblea a Roma per ascoltare - Corano in mano - la sua parola. E lo ha fatto con tutti i rituali e le scenografie che si addicono alla tradizione più arcaica del suo Paese di provenienza, dall’ambasciata libica a Roma, con lo sfondo della sua tenda beduina e i nitriti di trenta cavalli berberi che hanno fatto da coreografia al suo corteo esotico.


Bella terra, l’Italia! Chi ci arriva è a casa sua e non deve far fatica per sentirsi bene accolto. Tranne, si capisce, gli immigrati che non sono in visita ufficiale, ma ci stanno per guadagnarsi un pezzo di pane, prendendosi sempre i calci in culo di Borghezio e dell’ultimo arrivato della Lega, che con la bandiera del nostro Paese sa che cosa fare. Una patria, l’Italia, che non è più antica terra di santi ed eroi, viaggiatori e poeti. Ma è luogo idoneo a gente sempre più votata alla ricerca di un Eldorado perduto, fatto di miraggi e di sogni. Ma in cui a sognare sono sempre più in pochi, mentre la stragrande maggioranza della gente sta male, gli immigrati assomigliano sempre più agli appestati e quelli che spingono alle frontiere sono diventatati oggetti di scambio e di baratto. Merce analoga al petrolio.

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Ho fin da subito apprezzato l’iniziativa di Gianfranco Fini e dei suoi, tant’è che tutt’ora godono della mia totale condivisione per il loro progetto. E, allo stesso modo, fin da subito mi sono rallegrato della maturazione (non solo politica, anche umana) del gruppo dei dissidenti: dalla destra fascista alla destra populista, alla destra moderna, legalitaria e liberale. Ne ho anche parlato tre settimane fa, nell’articolo Lo strappo di Fini.

 

E tuttavia mi infastidisce una pesante ipocrisia di fondo avvertita nel clima politico di questi giorni, grazie alla quale i finiani vorrebbero cancellare – con un disimpegnato colpo di spugna – tutto il loro ultimo quindicennio di vita parlamentare. Ipocrisia fino a ieri avvertita, oggi chiaramente palesatasi sulle pagine di Generazione Italia, nell’articolo titolato Gli squadristi della "libertà" preparano la contestazione a Fini, del quale vado a riportare in queste sede il passaggio più significativo:

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Roma viene spesso ammirata per la grandezza dei suoi monumenti, scordando il significato di quelle opere d il contesto in cui si trovavano e che racchiudevano. E spesso si tralascia o ci si disinteressa di quella che era la vita dei romani, la loro quotidianità e le loro tradizioni, dimenticando che per "storia" si intende non solo Romolo e Remo, ma anche cosa e come mangiavano.


Per il nostro viaggio tra i sapori partiamo proprio da Roma e dal suo cuore: l'isola Tiberina. L’isola Tiberina è oggi un piccolo gioiello che si erge imponente in mezzo al Tevere, mostrando tutta la sua bellezza ed il suo fascino, e che si affaccia sul ghetto che invece racchiude e quasi sembra proteggere le meraviglie che si trovano al suo interno. Sull’isola Tiberina Belisario sistemò i “molini” della città nel 537 d.C. per garantire la farina anche durante l’assedio degli ostrogoti, e lì vi rimasero fino alle disastrose alluvioni che seguirono nei due secoli successivi.

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Prima di tutto perché - chiede Giacomo Russo, giovane precario, - si continua a finanziare la scuola privata? E con quale coraggio si sottraggono 8 miliardi di euro dalla scuola pubblica quando la Corte dei conti ha accertato che in Italia vengono assorbite cifre spaventose dalla corruzione?


"Dopo 14 anni di insegnamento a Palermo sarò costretta ad andare a lavorare in Lombardia, in coda nelle graduatorie: in Sicilia ci sono zero posti, a Brescia forse avrò un incarico". Lo dice Caterina Altamore, che da ieri si è unita allo sciopero della fame iniziato dai suoi colleghi palermitani, Salvo Altadonna, Giacomo Russo e Pietro Grusa, che non sanno cosa ne sarà di loro. E stavolta non è un titolo di un film, è la dura realtà. Per una studentessa come me, che può pagarsi le tasse dell'università, è facile scrivere questo.

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Quella di Pomigliano d’Arco – i lettori più attenti avranno cura di ricordarsene – doveva essere un’eccezione, un’eccezione speciale per un caso eccezionale. Il lavoro è un lusso – ci hanno spiegato – e in quanto lusso ha un prezzo salato, non nella disponibilità di tutti, più o meno equivalente ad alcuni diritti dei lavoratori.

 

Doveva essere un’eccezione, ci avevano detto: il mondo dell’imprenditoria e quello della politica ci rassicurarono in questo senso, spiegandoci che alcuni diritti sono sì negoziabili; qualcuno, dall’alto della propria ignoranza, invece arrivò persino ad affermare che alcuni di quei diritti se non obsoleti sono persino superflui.

Posizioni entrambe indiscutibili: non vedo come potrebbe essere diversamente, considerando che molti di loro una fabbrica l’hanno vista solo da una distanza considerevole; non vedo come non potrebbero essere negoziabili, obsoleti se non superflui i diritti degli "altri", conquistati da "altri" spesso e volentieri (nel vero senso del termine) a prezzo di sudore e sangue.

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Prendete le quattro "casalinghe disperate" e toglietele di torno i rispettivi mariti con la prole. Fatele tornare teenager e riportatele al liceo. Ecco, se avete eseguito tutte le operazioni, passo dopo passo, avrete di fronte le ammalianti protagoniste di Pretty little liars, nuovo serial targato ABC family esordito in patria lo scorso 8 giugno.

I primi episodi ci introducono in un mondo artefatto, distante anni luce dalla nostra quotidianità. Ma niente che non si sia già visto nelle serie a stelle e strisce: appare subito chiaro, infatti, che il serial sia il risultato di una commistione di svariati generi che hanno fatto la fortuna di già noti prodotti televisivi. Le classiche tematiche del teen-drama sono sapientemente miscelate, in stile Veronica Mars, con le tinte cupe del mystery, un genere che in Italia scarseggia persino nelle fiction. L'ostentazione dello sfarzo e dell'incantevolezza dell'ambientazione ricorda il mondo patinato di Gossip Girl. Mentre personaggi e dialoghi (oltre che la sigla di apertura) sembrano ricalcati pari pari da Desperate housewives, con il quale le analogie sembrano infinite.

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È chiaro che il telefilm è un’idea di provenienza americana, che nel Bel Paese si fonde con il genere nostrano dello sceneggiato, ovvero la moderna fiction, termine diffuso nel corso degli anni Ottanta sulle reti Mediaset, ritenuto, evidentemente, più accattivante nella sua versione inglese. Nonostante questo, ben poche sono le produzioni italiane prima dello sbarco su rete nazionale di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni. Ben più frequenti le acquisizioni dall’estero, sia dagli Stati Uniti che dal resto d’Europa, con telefilm come l’inglese Ufo con Ed Bishop o il ben più noto Ispettore Derrick con Horst Tappert.


Nel corso degli anni Novanta e poi del nuovo millennio si diffondono una serie di produzioni italiane (di ben poca risonanza internazionale, è giusto dirlo) ispirate a format americani.

Sul fronte delle sit-com famigliari, possiamo citare I Cesaroni o altri progetti con protagonisti attori comici famosi alle prese con beghe famigliari più o meno comuni, da Enzo Iacchetti a Ezio Greggio; ma il capostipite del genere in Italia è sicuramente da identificarsi in Casa Vianello, fulgido esempio della commedia all’italiana trasportata sul piccolo schermo: situazioni comiche (spesso prive della verve delle originali di oltre oceano), ripetizioni quasi sistematica di sketch spesso datati, recitazione meccanica e frequentemente riferimenti sessuali appena accennati, in modo da dare un po’ di pepe alla puntata.

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