Ancora divise in piazzaDi nuovo in piazza, ed ovviamente divise, incapaci di trovare un comune denominatore, incapaci di presentare una lista di richieste, incapaci di essere coese ed unite forse per l’innato “essere prima donna” che appartiene ad ognuna di noi.

Eppure preparare una lista di problemi che riguardano le donne è un’impresa a dir poco facilissima per la quale basterebbero pochi minuti, ma noi donne siamo “in altre faccende affaccendate”, tutte prese dal mostrare la propria superiorità rispetto all’altra, a ribadire che “io sono diversa”, a puntualizzare di non aver nulla a che vedere con le ragazze dell’Olgettina o che vanno a corteggiare a Uomini e donne, come sempre a sottolineare l’esistenza di persone per bene e persone per male, donne di classe e donne inferiori. Distinguerci dall’altra, la nemica che ci sta accanto è l’unico obiettivo di noi donne di oggi, non importa poi se veramente il percorso di vita che ci contraddistingue è  coerente con quello che diciamo e che facciamo, ma l’importante è puntualizzare con le parole la diversità.

Oggi, per la festa della donna, le donne scendono in piazza divise in due cortei, il primo al grido “il corpo è mio e lo gestisco io”, il secondo a difendere la scelta di essere mamma, come se la prima posizione escludesse la seconda o viceversa; come se mettere al mondo un bambino non derivasse dalla libertà di disporre del proprio corpo, come se le donne che non volessero avere figli fossero aliene.
Eppure le posizioni sembrano inconciliabili secondo le organizzatrici, che invece di pensare al bene delle donne, a cosa sarebbe veramente giusto per noi e per il futuro, cercano di mettersi in mostra per apparire davanti ad una telecamera, per ottenere un’intervista, visibilità, importanza, sempre e solo sminuendo “l’altra” e mostrandosi diversa e migliore.

Noi donne abbiamo indubbiamente bisogno di far sentire la nostra voce, abbiamo bisogno di gridare, di urlare, di mostrare i nostri problemi, la frustrazione quotidiana di scelte imposte: rinunciare ad un bambino, rinunciare al lavoro, rinunciare alla vita cioè alle aspirazioni ed ai sogni che sono il motore di ogni esistenza, ma non riusciamo a farlo insieme. Devo purtroppo constatare che siamo diaboliche nel perseverare nell’errore, e non solo vittime e complici del perverso gioco che ci mette l’una contro l’altra come ho gia scritto nell’articolo sulla manifestazione del 13 febbraio scorso.

Per capire di cosa noi donne abbiamo bisogno basterebbe leggere i dati dell’Istat o dell’Eurostat:

  1. tra i laureati, le donne oltre ad essere la maggioranza (60% dei laureati) sono anche le più brave, ma occupano solo il 6% dei ruoli dirigenziali;
  2. le parlamentari italiane sono solo il 17%, a fronte della totale parità in Norvegia, Svezia ed Olanda e di una media europea del 23%;
  3. rispetto agli uomini, in media le donne guadagno il 20% in meno;
  4. un’italiana su due è casalinga o disoccupata, ovvero solo il 45% delle italiane lavora (ultimo posto in Europa) contro l’80% delle norvegesi e 72% delle inglesi;
  5. negli asili pubblici troviamo solo il 9% dei bambini;
  6. il lavoro domestico in Italia è svolto per l’80% dalle donne, mentre in Svezia è equamente distribuito tra le donne con il 55% e gli uomini con il 45%;
  7. il 96% delle violenze domestiche non viene denunciato.

Appare chiaro che sono necessarie politiche che favoriscano la partecipazione femminile, le quote rosa per ridimensionare le lobby e dare spazio a donne preparate che trovano sempre più spesso solide barriere sulla loro strada, infrastrutture per l’infanzia ed il potenziamento della legge sullo stalking.

Io non voglio diversificarmi, non credo di essere superiore, non accuso nessuna di non capire i problemi della società, ma semplicemente critico gli atteggiamenti di noi donne. Il mio desiderio è di poter scendere in piazza portando delle richieste concrete che vadino a beneficio di tutte e tutti e non per difendere l’orticello di casa.

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