Paradosso dei paradossi, proprio quando si accede ad una cultura necessaria per la fede (o per argomentare in modo proprio la sua assenza), si giunge alla emersione di tutta una serie di problemi legati proprio all’eredità, alla trasmissione ed alla gestione di questa sapienza.

Si cade perciò in un aspetto totalmente umano in quanto tipicamente politico, cioè quello dell’uso della religione come instrumentum regni. Emergono, sempre per circoscrivere l’analisi alla tradizione cristiana-cattolica, alcuni problemi che non sono secondari per chi si interroga sulla propria fede:

-              I Vangeli, cioè i testi della rivelazione, seguono di molti anni la morte di Cristo e quindi non rappresentano una testimonianza oculare dei fatti. Bene che vada, i primi due sono databili circa al 70 d.C., epoca distante dai fatti, anche se si parlasse di una manciata di anni prima;

da La Cittadella Interiore [parte 1] [parte 2]:

 

Guerrieri Opliti, particolare.

Un adagio diffuso e oramai consolidato vuole che il termine politica abbia origine da πόλις e che rimandi all’ambito della città-stato greca; si ritiene che essa abbia rappresentato il primo locus terrestre in cui un “aggregato” di famiglie patronali, che risiedevano in territori attigui, si sia rappresentato come una comunità auto-noma, ovvero regolata da nomoi condivisi e non eterodiretta da un re o da un tiranno. A questa convinzione, invero tutta da dimostrare, proverei ad affiancare una seconda assonanza del termine πόλις, che nella sua radice richiama anche il termine greco πόλεμος; alcuni interpreti ritengono, in effetti, non si dia politica senza πόλεμος, cioè, appunto, senza un momento di scontro e frizione. La considerazione non ci sorprende. Buona parte della tradizione del realismo politico – nel quale potremmo inscrivere anche Platone con le sue Leggi e, se adeguatamente letta, anche con la sua Repubblica – attribuisce alla vita della comunità un essenziale carattere polemico: lungi dunque dal rappresentare un evento straordinario fuori dalla preveggenza degli Efori, il πόλεμος è vita della città.

È possibile che oggi la questione teologica fondamentale non si nasconda più dietro le sempre incessanti e pungenti domande sull’esistenza e sui caratteri della/e divinità? C’è un’altra domanda che venga prima di quella su “chi” è e “come” è la divinità? Questo interrogativo sarebbe espresso nella forma più semplice, eppure significativa, pesante come le pietre ed introspettiva come nessuna seduta d’analisi potrebbe essere: ebbene, essa sarebbe: “Io credo (veramente)?”.

Come si può cercare di rispondere a questo interrogativo, quando ad interrogarsi sono persone diverse? Vi sono individualità semplici o complesse, istruite o ignoranti, capaci o meno di attingere criticamente alle varie tradizioni religiose alle quali possono fare riferimento; eppure la domanda assale tutti, con diverse intensità e molte sfumature.

I Simpson hanno rappresentato, dopo il periodo dei grandi comici a stelle e strisce, la più grande ventata d’aria fresca nel genere, formando un cartone animato satirico di rara bellezza: protagonista la tipica famiglia americana (padre, madre, tre figli) con Homer, stupido, grasso, incapace, ubriacone e giocatore d’azzardo (lo vediamo perdere soldi a poker o alle corse dei cavalli), per di più violento con il figlio; Marge, aspirante pittrice che ha dovuto sacrificare i suoi sogni per la vita domestica, dopo essere rimasta incinta giovanissima, è una donna senza ambizioni né desideri; Bart, il primogenito, futuro disadattato, bullo che non si fa problemi a fare scherzi pesanti ogni volta che gli riesce possibile, uno dei personaggi più insopportabili e anticipatici dei cartoni animati, a sua volta vittima dei bulli (quelli veri) della scuola; Lisa, la secondogenita intelligente e di grande talento che sa che non uscirà mai dalla mediocrità a causa delle pessime condizioni economiche della famiglia, depressa e disillusa, con affioranti tendenze suicide; Maggie, la piccola di casa, che assiste impassibile alle disgrazie della famiglia e che, nonostante l’età, ancora non ha iniziato a parlare.

Uno stile simile a quello de “I Griffin” lo ritroviamo in – purtroppo – molte delle pagine di Nonciclopedia, parodia di Wikipedia che si fonda proprio sulla stessa base del cartone creato da Seth MacFarlane: essere il più possibile estremi nei temi e nel linguaggio, non risparmiarsi nulla. Stesso risultato.

Come potrete capire leggendo completamente il link tratto da Giap nell’articolo precedente (lettura caldamente consigliata), la recente polemica scoppiata in merito alla denuncia di Vasco Rossi contro il popolare sito internet si è presto risolta in un accorato insulto verso il cantante, reo di non essere autoironico, di non saper stare allo scherzo. Ma se aveste letto la pagina in questione (ora è troppo tardi, è stata cancellata) avreste notato che le cose stavano un po’ diversamente. Un bulletto vi picchia, vi insulta, vi ruba la merenda. Se andate a dirlo alla maestra, lui si lamenterà dicendo che non sapete stare allo scherzo. E giù altre vessazioni e insulti.

La libertà di satira, come è evidente su Nonciclopedia, è finita per diventare libertà d’insulto. Un sacro insulto che non può essere criticato.

Gli eventi degli ultimi giorni mi hanno fatto pensare a un argomento che da tempo volevo affrontare, ma che, alla fine, ho sempre abbandonato per la sua complessità. Si tratta di un discorso sulla comicità e sulla satira, e sul ruolo che hanno assunto nella società contemporanea.

Ridere è sempre stata l’arma migliore contro le difficoltà della vita, e il far ridere è presto diventato una professione, legata tradizionalmente agli artisti del vaudeville e da lì diffusasi nel mondo e svisceratasi in tutte le sue varie forme, dalla stand-up comedy fino ai blog come Spinoza.

Facendo un paragone artistico, però, il far ridere è equiparabile allo scarabocchio di un dilettante (non di un bambino, di un dilettante), mentre se andiamo in cerca di un bel quadro da appendere in casa nostra per fare bella figura con gli amici dobbiamo rivolgerci alla satira.

È quella sensazione di disagio interiore, di quelle volte che capisci che si sta completamente mancando il nocciolo della questione, senti che qualcosa ti sfugge, che qualche domanda sta rimanendo senza risposta.

Stiamo parlando della sensazione che dovremmo (condizionale d’obbligo) provare guardando gli approfondimenti dell’attualità italiana in televisione: la crisi si sta facendo sentire ed è, bene o male, l’argomento principale dell’informazione mondiale, ma da noi tutto si risolve ad una discussione sulla tenuta del governo Berlusconi.

Ballarò, Galan ed Enrico Letta discutono sul perché, quando fu tagliato il rating dell’Italia sotto il governo Prodi, l’opposizione di allora diede ragione alle agenzie, mentre oggi, a parti invertite, dice l’opposto.

Come se fosse questo il problema.

Pesticidi nel piattoIl 3 agosto è stato pubblicato il dossier Pesticidi nel piatto 2011 di Legambiente, che rileva la situazione annuale dell’utilizzo di pesticidi nell’agricoltura e il relativo impatto sull’ambiente e sulla salute umana.
Allo scopo di ridurre sempre di più tale impatto esistente, l’Unione europea, col Sesto programma d’azione per l’ambiente, promuove una strategia per la sostituzione delle sostanze attive ritenute pericolose per la salute dell’ambiente e dell’uomo, l’utilizzo sostenibile dei pesticidi e la definizione di nuovi limiti massimi di residuo (LMR), ossia il livello più alto di residuo per un pesticida legalmente tollerato negli alimenti o nei mangimi.

È importante controllare gli effetti dei pesticidi, perché l’esposizione delle persone a tali sostanze può avere effetti negativi, quali disturbi cronici e a lungo termine, particolarmente preoccupanti nei bambini, nelle persone anziane e nei lavoratori che vi si trovano a contatto quotidianamente, mentre possono avere forti effetti inquinanti e di alterazione della biodiversità dal punto di vista ambientale: le molecole chimiche delle miscele possono disperdersi nell’aria e colpire organismi diversi da quelli che sono il loro bersaglio.

Beppe GrilloUna buona parte degli italiani lo definisce un qualunquista dal linguaggio violento; un’altra buona parte vede in lui il più importante blogger italiano, l’unico (o almeno il principale) oppositore del sistema; un po’ meno persone invece lo credono legato alla massoneria internazionale. Beppe Grillo è – bene o male – un personaggio che fa sempre parlare di sé.

Partiamo da alcuni presupposti: primo, tutti hanno il diritto di esprimere le loro opinioni, e tacciare una persona di qualunquismo è spesso una pratica atta a screditare l’avversario di turno, quindi non ritengo possa qualificarsi come una vera critica; secondo, ci sono molte cose positive e condivisibili in ciò che fa Beppe Grillo (oggi imperano i blog, ma lui è stato uno dei primi in Italia a scegliere questo mezzo di comunicazione; ha iniziato a parlare contro gli sprechi della politica prima che scoppiasse la crisi, oggi questo argomento fa parte della propaganda di alcuni importanti partiti; ha creato sul suo blog un’interessante e utilissima mappa del potere, facile da consultare), che non possono essere affrontate qui.

Privatizzazioni selvaggeContinua da Privatizzazioni selvagge, parte II.

Se le agenzie di spionaggio private finora sono sempre state viste come piccoli appaltatori ai quali i governi potevano affidare qualche lavoretto sporco, la Jellyfish Intelligence si presenta come qualcosa di molto più vasto: con una rete di agenti, informatori e infiltrati sparsi in tutto il mondo, specializzati in Medio Oriente.
Presidente è Keith Mahoney, ex ufficiale in marina ed ex responsabile del settore d’intelligence della Blackwater, da dove proviene anche il vice-presidente Michael Yorio, mentre il direttore tecnico James D. Smith proviene dal progetto Able Danger.

Privatizzazioni selvaggeContinua da Privatizzazioni selvagge, parte I.

Tra le varie società satellite che la Blackwater ha creato attorno a sé, non mancano quelle che si occupano di servizi d’intelligence e di spionaggio, come la Total Intelligence Solutions (il cui direttore è l’ex numero uno della CIA, Cofer Black) e il Terrorism Research Center.

Come riportato anche dal giornalista Jeremy Scahill su The Nation, attraverso queste due filiali, la Blackwater avrebbe firmato nel 2008 un contratto con la multinazionale Monsanto. Monsanto si occupa di biotecnologie agrarie, in particolare della produzione di sementi transeginche, cosa che le ha causato numerose critiche da associazioni come Greenpeace.
La Monsanto è uno degli sviluppatori dell’agente arancio, potentissimo erbicida usato dagli americani in Vietnam e che ha la particolarità di essere altamente tossico per l’uomo, di possedere proprietà cancerogene e teratogene. L’agente arancio fu utilizzato direttamente su 3181 villaggi vietnamiti, colpendo una cifra tra i 2,1 e i 4,8 milioni di persone.
Monsanto, oltre a creare ormoni per la crescita bovina, ha tappezzato di colture ogm oltre 100 milioni di ettari in tutto il mondo; tra le loro imprese più grandi c’è senz’altro quella legata al mais Bt, geneticamente modificato, ma altamente instabile e dannoso.