Come una canzone di Gino Paoli
Scritto da Lorenzo Ciofani Lunedì 10 Agosto 2009 20:03
"Posso dirlo che mi sorprende vederti qui?".
Ci fermammo in un bar nei paraggi, uno di quei chioschi che hanno i tavolinetti all'aperto sotto gli ombrelloni dell'Algida. Il bambino cui stringeva la mano corse verso il giardinetto con i giochi. Aveva riconosciuto alcuni bambini e si era fiondato verso di loro. Giulia fece un cenno alla signora che sorvegliava i bambini, sorrise per salutarla. Era tranquilla.
"Vuoi qualcosa?", mi chiese.
"Mmm… un aperitivo. Ma offro io, non si discute".
Era evidente almeno un briciolo di imbarazzo in quell'incontro inatteso. Non fu semplice rompere il ghiaccio dopo otto anni di silenzi.
Io e Giulia ci eravamo amati quella notte di Liberazione del 1994. Quando mi svegliai, alla mattina, la trovai che si stava rivestendo. Ci guardammo nel silenzio del mattino, io nudo di fronte a lei che stava fuggendo. Ci abbracciamo come fanno gli innamorati alla stazione e non ci legammo ad una data per un nuovo incontro. Liberi di ritrovarci quando il destino avrebbe voluto. Non so perché decidemmo così, ma fu una scelta abbastanza naturale, dettata dalle circostanze di quella situazione. Forse non eravamo ancora pronti per qualcosa di serio. Probabilmente quel 23 marzo 2002 sarebbe potuto accadere qualcosa, e credevo di sperarlo.
"Sì, mi ha abbastanza scioccato vederti ad una manifestazione della Cgil".
"Non ti preoccupare, ero lì per sbaglio", mi rispose con una certa sdegnosa ironia.
"Speravo in una redenzione in extremis".
"La spero ancora per te, Cohen".
"Sei sempre molto arguta, Sartori".
"E tu sei sempre un adulatore".
Aveva rivinto ancora lei. Continuava a spiazzarmi in modo disarmante.
"E tu, perché sei qua? Hai seguito i tuoi simili?", mi chiese sorseggiando un Campari con prosecco. Com'era brava a spostare l'attenzione, pur rimanendo al centro dell'attenzione.
"Mi ha mandato il giornale. Ma sarei venuto comunque con Enrico", le risposi immergendo una carota nella salsa rosa.
"Enrico… pensa, non l'ho votato".
"Non hai votato Enrico?", mi stupisco.
"No, ho dato fiducia ad una nuova leva, una donna".
"Caduta di stile" - e qui ho vinto io.
"Dai Cohen, mi ci vedi te a votare Ds?".
"Ti ci vedo a votare Enrico".
"Sempre di quella razza restate, l'ombra della quercia non vi è servita a nulla" - e vai con la rentrée di insulti!
"Toglimi una curiosità…".
"Sì, ok, ho già capito. Ho votato An".
"An?".
"È un partito della nazione, mi ci sono riconosciuta. Berlusconi no… cioè, resta il nostro leader, d'accordo, ma non me la sono sentita di rimettere la croce su Forza Italia…".
"Ma poi Pacillo Granata che fine ha fatto?".
"La fine degli stronzi". E si scolò l'intero bicchiere.
Non mordeva più, politicamente. Si era abbastanza tranquillizzata sotto quel punto di vista. Pensavo che il corso della vita non fosse stato del tutto benigno con lei. Non so dire cosa, ma aveva l'aria di quelle dive decadute della Hollywood sul viale del tramonto.
Ha sempre avuto un profilo nervoso. In definitiva è sempre stata una persona nervosa, anche abbastanza enigmatica. Bastava poco per capirlo. È una che si concede poco, e quel poco è alterato dal meccanismo di difesa che mette in pratica per affrontare ogni cosa. È una persona contro, probabilmente anche se stessa.
"Ma perché stavi in piazza?", la incalzai.
"Perché mi incuriosiva. Sono una donna curiosa, dovresti saperlo. E poi speravo di vedere una persona, mi avevano detto che l'avrei vista di sicuro".
"E questa persona l'hai vista alla fine?"
"Sì, l'ho visto", ed ondeggiò con la mano il bicchiere con le poche gocce restanti. "Sai, Cohen, mi annoia ormai parlare di politica. Ho perso lo smalto, non mi ci diverto più. Sarà forse perché ho dovuto pensare a cose ben più importanti di una campagna elettorale…", disse fissando il bambino che stava scivolando.
"Ma…".
"Sì, è mio figlio", mi interruppe.
"Quanto ha?".
"Ne ha compiuti sette all'inizio dell'anno".
"E tuo marito?".
"Non mi risulta di aver parlato di mariti", afferma con freddezza addentando qualche oliva.
Non ce la vedevo sposata. Quando la incontrai per la prima volta pensai che era una di quelle donne che o avrebbe sposato un uomo facoltoso con villa diroccata su qualche stradone – una di quelle case che alcune sere si riempiono di gentaglia alto borghese appartenente alla rinomata dinastia dei radical cafonal chic – o non si sarebbe sposata per niente, restando la single più ambita da molti quarantenni.
"Come mai?".
"È andata così", e sorrise. "Era giusto andasse così, forse non saremmo stati una buona coppia. O almeno allora credevo così".
"Il padre chi è?".
Sospirò. "Un brav'uomo. Stimabile, se non altro. Non sa niente di Francesco, ed è meglio che non sappia niente", rigirandosi un anello all'anulare della mano destra.
"Non credi sia giusto che sappia?".
"Un giorno, chissà", e si accese una sigaretta.
Me ne offrì una, rifiutai. Odio il fumo. Mi ricordo che una volta provai a fare un tiro e tossii per qualche minuto. Da allora ho una certa idiosincrasia al fumo.
Passò qualche attimo in cui la nuvola di fumo aleggiò su di noi. Finii il mio aperitivo e lei fece una di quelle cose per cui vado matto: spostò l'attenzione su di me nel preciso momento in cui la disturbava essere sotto i riflettori.
"E tu? Come stai messo?".
"In che senso?".
"Nel senso che sai".
"Niente… ho lasciato la donna che avrei dovuto sposare per motivi normalissimi".
"Ossia?".
"Pensavo ad un'altra, che non ho mai dimenticato", e mi grattai la testa tra i capelli come i bambini che vengono scoperti con le mani nella marmellata.
La radio del baretto gracchiava dolcemente. C'era una canzone di Gino Paoli in sottofondo, una di quelle canzoni malinconiche che ti parlano di una vita e sembrano scritte per almeno un momento delle nostre esistenze.
"Posso dirti una cosa?".
"Odio le domande retoriche, Cohen, spara e basta".
Ecco, cosa le si poteva ribattere? Le sue frasi erano insieme domanda e risposta, testo e parafrasi, prologo ed epilogo. Nelle sue frasi c'era tutto e il contrario di tutto. E si sentiva benissimo quando metteva i punti alla fine delle frasi. Erano punti perentori, senza alternative, assoluti. Era una persona relativamente assoluta ed assolutamente relativa.
"La senti questa canzone?", le feci notare.
"Gino Paoli, Senza fine".
"Penso che la mia vita sia stata come una canzone di Gino Paoli. Piccole storie di vita vissuta che finiscono nel mare o si perdono nel cielo. Sai cos'è? Credo di aver perduto molte occasioni".
Lei spense la cicca, e si tolse gli occhiali da sole.
"Tu sei un attimo senza fine", disse in quel momento la canzone.
Giulia si alzò di scatto, io la tallonai, le presi il braccio – ma sarebbe meglio dire che si fece prendere il braccio – e si voltò. Ora potevamo guardarci dritti negli occhi, senza misteri oscuri imposti dagli occhiali da sole.
"Devo riprendere Francesco, lasciami", blandamente nell'atto della fuga.
"No, non ti lascio ora", con decisione.
"E allora prendimi, non lasciarmi", mi sussurrò, quasi implorante.
Ci baciammo sulla bocca come l'altra volta. Fu un bacio quasi selvaggio, libero, totale. Il bacio di due amanti.
Si fermò; corse verso Francesco, gli prese la mano. Il bambino perse il palloncino rosso. Giulia si girò, incrociò il mio sguardo ancora una volta, e non capimmo se fosse un addio o un arrivederci. In ogni caso, non saremmo stati più quelli di prima.


