europaCome funziona l’Europa? Questa è una domanda che mi attanaglia da tempo. L’Europa, le dodici stelle a sfondo blu, ormai fa parte del nostro quotidiano. E si sa, il dodici è un numero vincente, non solo al Totocalcio (tredici erano invece gli stati all’introduzione della moneta unica, e il tredici è numero ancor più fortunato). Non c’è occasione in cui non ci venga ricordato che noi facciamo parte di una grande realtà, che bisogna ormai ragionare in ottica comunitaria, che ci sono delle normative da rispettare, che i prezzi devono essere omologati agli standard europei, che la sicurezza sul lavoro deve essere regolata su standard europei, che le università devono avere programmi e strutture tali da inserire i giovani nel mercato del lavoro europeo. E via discorrendo.
Abbiamo (abbiamo? Hanno?) firmato il Trattato di Lisbona, e la macchina va avanti inesorabilmente verso un’unificazione politico-amministrativa ancor più netta di quella già presente oggi. Organismi sovranazionali, politichese austroungarico, solco tracciato senza indicare l’orizzonte.

Josè SocratesJosè Socrates, primo ministro portoghese, ha presentato ieri le dimissioni. Il capo dello stato Anibal Cavaco Silva non le ha ancora formalmente accettate ma la prospettiva più probabile è quella che si vada alle elezioni anticipate. Una crisi politica in questo momento, ha avvertito ieri il premier portoghese, potrebbe avere «conseguenze gravissime» per il paese. La crisi politica è arrivata infatti a causa della bocciatura, con il voto convergente di tutti i partiti di opposizione, di centro-destra e di sinistra (il governo Socrates era un governo minoritario), della manovra antideficit concordata con Bruxelles dal premier. Socrates è comunque deciso a ripresentarsi alle elezioni, anche se i sondaggi danno il Psd (Partito social democratico), principale partito di opposizione di centro-destra, probabile vincitore di possibili politiche anticipate, e il suo presidente Passos Coelho quale probabile prossimo premier portoghese.

Dal 1998 Torino s’illumina di colore. Si chiama Luci d’artista ed è una manifestazione che si ripete annualmente a cavallo delle festività natalizie. Le principali vie della città, le piazze, i monumenti della capitale sabauda vengono vestite di luce e colore, integrando l’illuminazione urbana con opere d’arte realizzate da artisti contemporanei. L’effetto sulla città che più di ogni altra sa essere al tempo stesso laboriosa e malinconica, operaia e nobile, è strabiliante. Cala la sera e una Torino nuova, non moderna ma contemporanea, brillante e variopinta, si spalanca come un fiume di luce frizzante. L’arte irrompe silenziosamente nella vita delle persone, la migliora, regala nuove prospettive, mostra scorci che di solito non notiamo.

In queste ultime settimane è tornato al centro del dibattito il tema degli stimoli fiscali alla crescita economica. In particolare ci si concentra sulla possibilità di accelerare l’uscita dalla crisi con un taglio dell’Irap (imposta regionale sulle attività produttive). Il gettito annuale prodotto da tale imposta è di circa 37 miliardi di euro.

Tra le possibilità avanzate c’è quella di tagliarne una parte, precisamente quella relativa alla componente lavoro. I dubbi al riguardo sono molti, ma – più che fare un discorso tecnico sull’Irap – vorrei fare delle considerazioni di più ampio respiro.

A partire dagli anni ottanta, globalizzazione e concorrenza su scala mondiale hanno palesato la necessità di accrescere la flessibilità del nostro sistema produttivo, attraverso la liberalizzazione del mercato del lavoro. Ciò si è potuto verificare in particolar modo attraverso l’introduzione dei cosiddetti contratti atipici.

Queste le tappe fondamentali:

  1. 1983/84, introduzione dei contratti di formazione e part-time;
  2. pacchetto Treu del 1997, legalizzazione del lavoro interinale e del contratto co.co.co (collaborazione coordinata e   continuativa);
  3. legge 30 (conosciuta anche come legge Biagi) del 2001, trasformazione dei co.co.co in co.co.pro (collaborazione continuativa a progetto) e introduzione dello staff leasing, conosciuto anche come lavoro “a chiamata”.

Marco Biagi, al contrario di quello che pensano in molti – probabilmente per ragioni politiche -, non è l’ideatore del cosiddetto “precariato in salsa italiana”. Personalmente ritengo che il pacchetto più innovativo e significativo in tal senso sia stato quello che porta il nome dell’ex ministro Tiziano Treu, il quale introduce nel nostro sistema giuridico il contratto a tempo determinato o interinale.

Prendo i miei spunti da alcuni interventi di Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’economia nel 2002) su riviste specializzate e da una lettura della legge Biagi (meglio conosciuta come legge 30) per fornire una breve analisi dalla situazione del precariato in Italia. Queste sono considerazioni personali nate dopo queste letture – ovviamente è un’interpretazione dell’argomento.

È fondamentale innanzitutto capire che una delle opportunità più importanti nel corso della nostra vita è quella di trovare un lavoro. Le politiche volte all’aumento della flessibilità del lavoro hanno portato ad una riduzione dei salari e a una minore sicurezza dell’impiego, quando invece dovevano portare ad una diminuzione del tasso di disoccupazione e a una crescita più alta dell’economia generale. Queste riforme hanno invece prodotto conseguenze negative sull’andamento dell’economia stessa, data una minore crescita di beni e visti i livelli di reddito più bassi, la perdita del potere di acquisto delle famiglie e la maggiore incertezza economica del lavoratore.

In Italia la legge Biagi ha incrementato il fenomeno del precariato. La legge è stata approvata in nome di una maggiore flessibilità per le imprese e di una maggiore possibilità di impiego per i più giovani.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XV.
Ovvero: la società multi-etnica, Mr. Gentilini, cantanti italiani, “papi” Silvio.

Uno dei luoghi comuni più ricorrenti di questo periodo è: siamo di fronte ad un nuovo ’29, oggi come allora la crisi partendo dalla finanza si riverserà sull’economia reale con effetti devastanti.

Dunque, che la crisi finanziaria si stia facendo sentire sul sistema economico, non c’è dubbio. Pochi giorni fa Confindustria ha diffuso il proprio rapporto di fine anno, e i dati non sono certo incoraggianti. L’Italia sarà in recessione sia nel 2008 (-0,5%) che nel 2009 (-1,3%), la crescita ripartirà lentamente nel 2010, anno per il quale il centro studi di Confindustria prevede un +0,7% del Pil.

Il dato che preoccupa maggiormente è quello relativo all’occupazione. Si stima una perdita di seicentomila posti di lavoro dal terzo trimestre del 2008 sino alla seconda metà del 2009, con la disoccupazione che salirà all’8,4%.

La mia esperienza iberica mi sta insegnando molte cose sul mio paese e sul mondo.

Nella lezione di marketing di questa mattina il professore ha chiesto quanti di noi lavorassero.

Risposta: nessun italiano, dieci spagnoli. La cosa mi ha colpito molto, considerando che la classe è equidistribuita tra italiani e spagnoli (una trentina per gruppo) e una decina di persone dal resto del mondo.