repubblica italianaL’altro giorno discutevo con altre persone del fallimento della seconda Repubblica, del fatto che, dal 1994 ad oggi, nessun Governo è mai riuscito ad arrivare a fine legislatura così com’era partito. Poi si è aggiunto il Presidente Napolitano, che ha avvisato tutti sul rischio dell’attuale legislatura di non arrivare al termine.

Allora la mia domanda è: come e quando l’Italia è diventata un Paese ingovernabile, instabile, frammentato in tanti piccoli inutili partitini? Davvero la caduta del muro di Berlino e lo scandalo di Mani pulite hanno cambiato così radicalmente il Paese, privandolo di una classe politica e di una coscienza ideologica che fino ad allora avevano rappresentato la stabilità perfetta del nostro sistema?

se non ora quandoOggi domenica 13 febbraio resterò a casa a leggere un libro o andrò a fare una passeggiata al mare od in centro, ma sicuramente non scenderò in piazza e non permetterò a nessuno di strumentalizzarmi. Non solo non aderisco alla manifestazione, ma la condanno e aborro l’idea che un tema importantissimo come l’emancipazione femminile possa essere strumentalizzato dal partito di opposizione di turno, in questo caso centro e sinistra.

Se fossi un uomo mi accuserebbero di essere maschilista e sessista, ma sono una donna, emancipata, istruita, con un lavoro normalissimo, e la decisione di non aderire alla protesta è stata da me analizzata ed approfondita in ogni aspetto. Dapprima pensavo che la manifestazione indetta “per le donne riguardasse la segregazione e discriminazione femminile che è oramai scientificamente provata, così come l’esistenza della corruzione e dell’uso improprio delle raccomandazioni. Basti ricordare che le donne nel Parlamento italiano sono il 17%, contro una media europea del 23% e contro la totale parità in Norvegia ed Olanda. Ma invece di scendere in piazza per chiedere politiche paritarie, di sostegno alle donne che lavorano, e di miglioramento delle infrastrutture dell’infanzia, si scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi.

Facciamo finta che tutti i magistrati italiani siano di sinistra. Anzi no, che dico?, che siano tutti precisamente comunisti, quelli che hanno la foto di Stalin sopra la scrivania. Facciamo finta che questi magistrati comunisti – tramite abuso d’ufficio e quindi abuso dei propri privilegi – costituiscano un cosiddetto “potere forte”: tramite il proprio potere giuridico esercitano anche un potere politico, altrimenti non concessogli, proprio come quelli che spiegano che “tramite sentenza vorrebbero ribaltare il risultato elettorale”. Facciamo finta che questi magistrati comunisti nutrano un profondo odio nei confronti del Presidente del Consiglio.

marchio fiatL’Italia è un Paese molto strano. Talvolta è un Paese così strano che si può finire col parteggiare per chi ci sta contro, e guardare con occhio sfiduciato chi ci dovrebbe stare accanto. Tant’è. La pochezza del dibattito politico e sociale, in Italia, è sfortunatamente cosa nota a tutti.

Per una volta, sto con Berlusconi. Non pensavo avrei mai detto una cosa del genere, ma devo prenderlo come un dato di fatto. Una cosa piccola, significativa, ma valida: mi sento di dargli appoggio su un tema, così come di censurare in maniera abbastanza aspra i suoi soliti detrattori.

“Se al referendum dovesse vincere il no, Marchionne fa bene ad andarsene”. Questi sono i termini, più o meno letterali, che hanno riempito i titoli dei quotidiani in questi giorni e rispetto ai quali a sinistra si sono opposte le solite levate di scudi. Con questa mia breve nota vorrei rendere conto al nostro caro Presidente del fatto che ha ragione; e credo che ce l’abbia su due piani: tanto su quello formale quanto su quello sostanziale.

La crisi di governo non è più questione di “se”, ma di “quando”. I più pessimisti (o ottimisti, fate voi) parlano della prossima settimana; altri si dicono sicuri che si aspetterà fino all’approvazione della “legge di stabilità” (ex finanziaria) anche al Senato, facendo slittare la sfiducia al governo alla metà di dicembre. Certa è, a ogni modo, l’incertezza sul dopo. Io penso sia impossibile fare previsioni serie sui modi e i tempi della crisi senza prendere in considerazione due fattori – troppo spesso sottovalutati – che invece saranno quelli decisivi.

 

È qualche giorno ormai che ho in testa un pensiero irrazionale e (forse) folle. Domenica sera il nostro Presidente del Consiglio è stato colpito al volto in piazza del Duomo a Milano. Non so se sono rimasto più scioccato dal gesto dello squilibrato o dall’immane cordoglio che ha circondato il nostro premier (sicuramente meglio di quanto lo circondavano gli uomini del servizio di sicurezza) subito dopo l’accaduto. Mi ha dato da pensare.

I mezzi, il controllo. L’uomo, la sua libertà, l’azione e la reazione. Il Presidente del Consiglio italiano colpito: il sangue in mondovisione, l’ineluttabilità della carne. La pelle lacerata, come quella di ognuno di noi in seguito a una caduta, a un incidente domestico, a una rissa davanti a un bar. Il sangue dello stesso colore, il dolore fisico, lo scettro dell’uguaglianza trasversale.

Il sangue non ha gerarchìe, siamo tutti uguali di fronte a un oggetto contundente. Un souvenir del Duomo può colpire chiunque, recare lo stesso male a un Presidente come al più modesto dei cittadini. La diabolica mente umana cerca da decenni di insegnare il cattivo verbo della gerarchia, della scala d’importanza e della profonda diversità, spargendo discorsi falsi e meschini, nati da carte fasulle: eppure basta un pezzo di marmo per riportare tutti alla dimensione naturale della nostra – finta – missione ultramillenaria.

La Camera chiude per 10 giorni: Gianfranco Fini spiega che manca la copertura finanziaria per far licenziare i progetti di legge dalle Commissioni e che c’è un problema oggettivo. Nonostante questa situazione surreale di stallo (in cui non può essere approvato niente, se non decreti), qualcosa si sta muovendo.

Il 14 ottobre scorso il deputato Ignazio Abrignani ha presentato un disegno di legge che disciplina l’accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e la comunicazione politica, in altre parole la par condicio.

La materia del ddl – sostiene Abrignani – non è disciplinata da alcuna norma comunitaria (come se non fosse già istituita la Costituzione a tutela di una condizione paritaria tra parti contrapposte). Il deputato prosegue dicendo che “non è una materia che costituisce un’eccezione italiana, essendo variamente disciplinata anche in tutti i maggiori Paesi membri dell’Unione europea”.

Alla mia Italia: sì ho detto proprio così, “mia”, ho definito “mio” lo Stato in cui sono nato e in cui vivo, uno Stato che nonostante tutto mi fa sentire ancora orgoglioso di essere italiano. Anche nelle ore più buie di questo paese – che ne ha viste tante: dalle stragi degli anni di piombo alle calamità naturali di ogni epoca, dal Vajont all’Irpinia, dal terremoto in Umbria a quello in Abruzzo, fino ad arrivare all’alluvione del messinese.

Tempi bui per questa Italia, colpita dalla crisi economica, con un governo nell’occhio del ciclone per i fatti che vedono come imputato diretto il Presidente del Consiglio in alcuni processi, ora che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il lodo Alfano, legge con cui si voleva garantire l’immunità alle quattro cariche più alte dello Stato.

Ho visto e sentito gente esultare per questa “vittoria”, come se fosse stato sconfitto o abbattuto un tiranno, cosa che non è avvenuta affatto. Anzi, magari lo renderà più forte e lo porterà a compiere altre azioni che potrebbero rivelarsi dannose per il paese. Quello stesso tiranno che commentando a caldo la sentenza della Corte l’ha definita “una sentenza politica“, accusando anche il Presidente della Repubblica di essere schierato. E poi i soliti attacchi contro la magistratura, come al solito definita di sinistra, anche se non totalmente – cioè si afferma che solo una parte di essa è schierata verso quell’area.

“Credo, sinceramente, di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere in 150 anni della sua storia” (Silvio Berlusconi, 10 settembre 2009).

Come riportato nella relativa voce su Wikipedia, “in Italia il presidente del Consiglio dei Ministri [...] è uno degli organi monocratici che compongono il governo”. “Il presidente del Consiglio dei Ministri è un organo a rilevanza costituzionale, in quanto previsto dalla Costituzione negli articoli 92, 93, 94, 95 e 96″. “È comunemente percepita come la più importante carica della Repubblica italiana“.

Il presidente del Consiglio, insomma, è riconosciuto dalla Costituzione ed è una carica della Repubblica italiana, come sopra riportato.

La Costituzione fu approvata dall’Assemblea costituente il 22 dicembre 1947, promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1948.

La Repubblica italiana nacque il 2 giugno 1946 in seguito al referendum indetto per determinare la forma dello stato. La proclamazione ufficiale avvenne il 18 giugno.

Il primo presidente del Consiglio è stato Alcide De Gasperi, precisamente dal 13 luglio 1946 al 17 agosto 1953.

Centocinquanta anni fa, invece, si realizzava l’unità d’Italia, precisamente nel 1861, ad opera di Vittorio Emanuele II di Savoia (che era re, prima di Sardegna e poi d’Italia, e non presidente del Consiglio). Un evento – per chi non lo sapesse – che nulla ha a che vedere con Costituzione e Repubblica.

Chiaramente – e riporto il mio commento nel contesto, mi pare giusto – altre personalità, durante il Regno d’Italia, hanno ricoperto una carica dallo stesso titolo. È dunque meglio pensare che il Cavaliere abbia confuso unità d’Italia e nascita della Repubblica, piuttosto che sentirlo paragonarsi a un Cavour o un Giolitti, oppure (d’altra parte) a un Mussolini.

Tanto valeva dirsi il migliore dalla rivoluzione francese in poi, considerando che il paragone con Napoleone (non necessariamente circoscritto all’altezza) è tra i suoi deliri preferiti.

A imperitura memoria.

Nel XVI secolo il filosofo Giordano Bruno ipotizzò l’esistenza di un universo infinito, costituito da infiniti mondi fluttuanti nel vuoto: questa teoria, a poche ore di distanza dalla chiusura del sipario sul G8 aquilano, riesce a brillare di una nuova luce, densa di molteplici significati.

In quei tre giorni, infatti, si è consumato un universo intero, nel quale gli infiniti mondi erano rappresentati dalle diverse realtà presentate agli occhi increduli degli spettatori: realtà inconciliabili, fluttuanti nel sottile ed incantato mondo televisivo, espressione del vuoto culturale, materiale e sociale che annebbia ormai da tempo le nostre menti.

In particolare, due piani di queste realtà saltavano immediatamente all’occhio dello spettatore attento: da un lato quella esaltata ed esaltante dei mezzi di comunicazione, fatta di sorrisi e strette di mano, sfilate e tailleurs, faraonici pasti e lacrime di commozione; dall’altro quella omessa e mistificata dei manifesti e delle proteste, delle leggi e delle verità nascoste, delle tende e delle macerie.