Infuria il caso Sallusti: il direttore del Giornale, dopo essere stato condannato per diffamazione, rischia di finire in carcere. Non c’è bisogno di riportare per intero la vicenda, per la quale si rimanda agli articoli di Filippo Facci e di Alessandro Robecchi. Ovviamente, l’opinione pubblica si è spaccata in due, tra chi pensa che Sallusti in fondo se la sia meritata, per tutte le odiose stronzate scritte finora, e chi invece lo difende, dicendo che nell’Italia del 2012 il reato d’opinione è pericolosamente anacronistico (tra questi ultimi, sorpresa!, c’è anche Marco Travaglio). Diciamo subito che una condanna non è un Oscar alla carriera: non si condanna una persona per una somma di cose che ha fatto in passato, ma per un singolo reato; peggio ancora, non si condanna una persona perché ci sta antipatica (dovrebbe essere scontato, ma il cittadino medio è sempre pieno di sorprese). Però, è pure vero che l’articolo in questione diffamante lo è eccome, poiché racconta delle vere e proprie falsità.

Allora, al sottoscritto non piace parlare di Saviano, perché ama la critica costruttiva, e qualunque tipo di critica rivolta a Saviano causa uno tsunami di insulti contro l’autore della suddetta critica di proporzioni da sud-est asiatico. E purtroppo questo non vale solo per Saviano.

Sulla star televisiva ed autore di Gomorra, scrissi già due articoli (Roberto Saviano, lo scrittore e Roberto Saviano, il personaggio), nei quali mettevo in evidenza alcune contraddizioni e ambiguità della sua figura, non allo scopo di diffamarlo (prima che se la prenda male) ma per far riflettere sul bisogno del cittadino medio di crearsi degli eroi intoccabili ed inattaccabili ai quali affidarsi nella fitta giungla della nostra esistenza sociale e politica. Pensavo che, scritti quei due articoli, non avrei più avuto altro da dire su di lui, poiché le mie rimostranze le avevo fatte. E mi sbagliavo.

Paolo BorsellinoIl 19 luglio di 19 anni fa moriva Paolo Borsellino. Un semplice magistrato finché era in vita, un eroe da quando è morto, come se quella strage avesse dato valore a tutto il suo lavoro: se la mafia ti ha ucciso, allora forse stavi facendo la cosa giusta.

E invece no, non è così. Paolo Borsellino era un eroe già prima di morire, tanto quanto Giovanni Falcone e tutti gli altri magistrati di Palermo. Tanto quanto chi questo lavoro lo fa adesso, tanto quanto chi lo farà.
Anzi no, non è neanche così, perché chiamarli eroi è solo una giustificazione alla nostra piccolezza. Le persone trovano un alibi per la loro omertà, per il loro silenzio, dicendo che chi non sta zitto, chi combatte è un eroe e con questa scusa continuano la loro esistenza senza alzare mai la testa, perché loro non sono eroi e gli fa comodo.

Roberto SavianoÈ sempre interessante vedere cosa succede ad una persona nel momento in cui passa da uno stato di quasi anonimato ad una improvvisa fama.
Roberto Saviano
, ad esempio, ha subito una forte mutazione, in parte dovuta a lui, in parte all’idea che l’opinione pubblica si è fatta di lui: ma di certo entrambe le cose hanno contribuito a formare il suo personaggio.

Tale personaggio corrisponde all’ideale di un eroe della lotta alla camorra e alle mafie in generale, difensore della Costituzione e della legalità, intellettuale e baluardo della sinistra moderata di oggi.

Robeto Saviano gomorraRoberto Saviano ha iniziato a lavorare come giornalista nel 2002, scrivendo su testate locali, fino ad arrivare alla redazione napoletana de Il Manifesto: ma è stato nel 2006, con il romanzo d’inchiesta Gomorra, che ottiene fama internazionale, tanto che due anni più tardi ne venne tratto un film di grande successo.

Il romanzo, oltre a riscuotere grande impatto a livello mondiale e diventare subito un best-seller, procurò all’autore napoletano minacce di morte da parte della camorra, costringendolo a vivere sotto scorta dal 13 ottobre 2006.

Qualcuno avrà sentito parlare della proposta di censura avanzata dalla Lega in questi giorni, nonostante la notizia sia stata quasi completamente ignorata dall’informazione televisiva. Si tratterebbe soprattutto delle pubblicazioni a firma di Roberto Saviano, reo di aver svelato l’esistenza di organizzazioni mafiose radicate anche nel nord Italia, e di quelle in favore di Cesare Battisti, il criminale per il quale è stata richiesta l’estradizione del Brasile.

E nonostante se ne sia sentito parlare qui su internet, si fa difficoltà a trovare un articolo che approfondisca la questione con un certo impegno. Per questo motivo, ve ne segnalo uno pubblicato sul blog American Leftist, che potete trovare in lingua originale qui. Mi limiterò, in questa sede, a proporvi una traduzione dei passaggi che ritengo più importanti.

“Fazio e Saviano hanno fatto centro”. È questo il primo pensiero che mi è venuto in mente ieri sera, mentre guardavo la diretta del loro programma, “Vieni via con me“. È stato un bel programma quello portato in scena dai due giornalisti, di forte impatto emotivo, ancor più che visivo, grazie anche alla partecipazione di ospiti quali Angela Finocchiaro, Nichi Vendola, Roberto Benigni, Claudio Abbado.

Un programma nel quale c’è stato un tentativo di risvegliare le coscienze di un popolo, quello italiano, ormai assopite da troppo tempo.

Era da tanto che l’obelisco di piazza del Popolo non vedeva una folla così variopinta. In occasione della manifestazione indetta dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), una folla di 300mila persone – secondo la stima degli organizzatori – si è riversata nella piazza romana. La particolarità di questa manifestazione è che il “pubblico” era composto da persone appartenenti a decine di partiti, organizzazioni, gruppi no-profit e sindacati di diversi colori e di diversa appartenenza, oltre ovviamente a numerosissimi cittadini giunti in autonomia a rappresentare se stessi: nella piazza c’erano bandiere che andavano dal tricolore del Pd al rosso di Rifondazione e del PCdL, dalla Cgil ai gruppi ambientalisti, dall’Anpi a Libera; c’erano stand de L’Unità, di Repubblica, dell’Arci e dell’Udu, insieme a molte altre realtà della società civile.

Sul palco, a presentare gli interventi e gli artisti, Andrea Vianello, conduttore di Mi manda Rai Tre e – come lui stesso si è definito – “un farabutto di Rai Tre”. Molte le voci importanti che si sono alternate: ha aperto i lavori il segretario della Fnsi, Franco Siddi, che ha tenuto un lungo e accorato comizio sindacale sulle motivazioni stesse della manifestazione. Hanno seguito a lui il costituzionalista Valerio Onida, prima, e Roberto Saviano poi, che ha ricordato a tutti come la libertà di pensiero e d’informazione sia l’unico mezzo di salvezza per molti concittadini oppressi dalle mafie, aggiungendo poi che “spesso verità e potere non coincidono”.

Ci sono stai poi anche gli interventi dell’ex direttore dell’Ansa, di Neri Marcorè, gli intramezzi musicali, l’intervento dei precari della scuola. Il corteo di questi ultimi è poi proseguito verso il Ministero dell’istruzione, dove hanno chiesto proprio ai giornalisti di fare più attenzione ai problemi del Paese e meno a veline ed escort.

Spesso accade che le passioni più vere siano talmente vere da tenerle nascoste ai più, quasi si avesse paura di rovinarle e di togliere loro quel velo di sottile “intimità”. Una delle mie passioni più vere ha un nome e un cognome: Giancarlo Siani.
Giancarlo era un ragazzo napoletano di 26 anni. La sua più grande aspirazione era quella di diventare giornalista, una professione che qui in Italia si trasforma spesso in altre cose.

Viviamo in un Paese dove – purtroppo – vige la cultura della conservazione del posto; il “Paese dei dinosauri”, per dirla alla Marco Tullio Giordana. E gli effetti di questa drammatica cultura, o sottocultura, sono quotidianamente sotto i nostri occhi. A cominciare dalle realtà dei piccoli comuni, fino ad arrivare ai grandi centri del potere.

Giancarlo faceva l’aspirante giornalista precario, il mio stesso mestiere – o non mestiere.

È una tipica domenica palermitana. Una domenica afosa, di quelle che si trascorrono in famiglia, davanti ad un bicchiere di gelato ed un film classico.

Un uomo sulla cinquantina decide di andare a trovare sua madre: le fa un colpo di telefono, non sospetta di essere intercettato.

È una persona importante, anche se ad un primo sguardo non si direbbe. Il suo aspetto è austero: ha il volto segnato, stanco, di chi sa che non può tardare.

La macchina dei “suoi ragazzi” lo aspetta fuori. Si prepara velocemente.

Indossa gli occhiali da sole, prende la sua agenda rossa – a lui molto cara -, entra in macchina.

Dietro quegli occhiali si legge preoccupazione. La paura, però, non prende mai il sopravvento, perché è accompagnata dal coraggio necessario per andare avanti.

Sempre dell’idea che in un Paese che soffre di frequenti attacchi d’amnesia – ad esempio voler equiparare i partigiani ai soldati della Repubblica Sociale -, un buon giornalista dovrebbe occuparsi di tenere allenata la memoria dei suoi connazionali: persevero sull’argomento del terremoto in Abruzzo.