Ricostruiremo tutto“: la capacità di ricominciare, la speranza nel futuro, la fiducia in se stessi.
Il padre cieco che rassicura la figlia, disperata dopo aver visto la sua casa distrutta. È una parte della città de L’Aquila, una faccia del popolo abruzzese.
Così l’Accademia dell’Immagine de L’Aquila rappresenta i cittadini di quella città rasa al suolo dal terremoto di aprile.

Nella negatività del terremoto de L’Aquila, l’Abruzzo ha trovato un nuovo amor di sé. Prima l’orgoglio per il pianto trattenuto del vecchio pastore abruzzese – immagine che ripeto sempre, ma quei funerali, con il nostro Premier che piangeva ed il pastore abruzzese che pur di non far trapelare emozioni tratteneva tutte le sue lacrime, erano un insegnamento all’Italia delle urla e dei pianti pubblicizzati in televisione.

Poi l’inizio della ricostruzione con una parte delle persone che hanno già una nuova vita,  completamente dimenticate dalle televisioni – rimando alla lettura del mio articolo Lega e Abruzzo: questione di stile -. Si tratta di persone che hanno già trovato una nuova casa ed un nuovo lavoro, perché scappate in tempo da quella città che continua a tremare, ma con il sogno sempre vivo di tornare nell’amato capoluogo. Sono persone che in silenzio, senza urlare alle istituzioni ciò che spetta loro, hanno già una nuova vita.

(ndr: quella riportata nel video qui sopra è la testimonianza di Valeria Esposito, ragazza di Lanciano sopravvisuta al terremoto de L’Aquila dopo essere stata intrappolata per interminabili ore sotto le macerie. Die Brucke vi propone di seguito la testimonianza della sorella di Valeria, Francesca, anche lei studentessa a L’Aquila e presente nel momento del terremoto)

Più volte, dopo il terremoto aquilano, ci hanno ribadito l’imprevedibilità dell’evento sismico. Allora la domanda sorge spontanea: perché prima del terremoto tutti ci tenevano a ribadire che non sarebbe successo assolutamente niente? Perché nessuno ha pensato ad entrambe le possibilità?

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XV.
Ovvero: la società multi-etnica, Mr. Gentilini, cantanti italiani, “papi” Silvio.

A un mese di distanza dal terremoto de L’Aquila, continua ad aumentare il numero di dubbi sulla vicenda. Inizialmente era stato richiesto di tacere, affinché fosse possibile concentrarsi sui soccorsi. Più di una volta mi è capitato di pensare agli extracomunitari irregolari che vivano nel centro; a detta di alcuni cittadini erano molti. Senza considerare il dibattito inerente al coordinamento dei soccorsi, già toccato da alcune trasmissioni di approfondimento e dal mondo della politica.

Oggi la discussione verte sopratutto su due argomenti. Da una parte, l’ammontare dello stanziamento dei fondi per la ricostruzione e i criteri per la raccolta e il recupero – appunto – di questi fondi; dall’altra, eventuali errori (voluti o meno) nei dati della misurazione del terremoto, e ipotetiche conseguenze sulla ricostruzione a partire da questi errori.

Visto che il primo dei due argomenti è già stato ampiamente trattato (anche in maniera approfondita) da buona parte dei media, soprattutto dai giornali online, vorrei parlarvi del secondo.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XII.
Ovvero: paura del padrone, aiutiamo l’Abruzzo, Bossi tax, censurando Vauro.

Sono ormai vent’anni che sentiamo ripetere a livello parlamentare lo slogan leghista più becero di sempre: Roma ladrona. In questo motto è racchiuso un po’ tutto il significato del movimento padano, che intende, sin dalla nascita, una struttura dello Stato diversa da quella dell’Italia unitaria. Quella rabbia verso tutto ciò che è il “centro”, quella pittoresca raffigurazione del meridionale assimilato al nullafacente assistito che vive di solo Stato e che non è capace di fare da sé; al contrario di come è riuscita a fare la ricca Padania, nonostante spesso si dimentichi che i professori e gli operai del nord sono tutti meridionali, e che senza questi ultimi tutte le piccole, medie e grandi aziende settentrionali non sarebbero ciò che sono. Si dimenticano dei tanti soldi dati negli anni dallo stato romano alle tante grandi imprese settentrionali (Fiat in primis). Ma si sa, il difetto del potere è chi ne ha, non vuole altro che più potere.

Sono trascorsi solo pochi giorni dalla tragedia che ha scosso il capoluogo abruzzese e gran parte della provincia aquilana. La fase di prima emergenza, a detta del premier e dei soccorritori, è terminata. Il bilancio è certamente drammatico, con quasi trecento vittime, tantissimi feriti e decine di migliaia di sfollati.
Ora, però, occorrerò pianificare il rilancio del capoluogo ferito. Sulla ricostruzione delle abitazioni e dello storico patrimonio artistico colpito dal terremoto, saranno i tecnici, il governo ed in generale le istituzioni a stabilire il piano d’azione. C’è, però, un’ulteriore questione cruciale per il rilancio: l’economia della città. La ricostruzione delle case è fondamentale, ma va accompagnata da uno stimolo significativo alla ripresa economica. Occorrerà agire celermente nella valutazione dell’agibilità dei prefabbricati aziendali, degli uffici e in generale dei negozi cittadini.

Certamente tempestivo e adeguato è stato l’intervento del governo e della politica nel suo complesso: mi riferisco all’introduzione dei sussidi per le famiglie colpite e agli ammortizzatori sociali per i lavoratori autonomi del capoluogo, oltre alla sospensione dei pagamenti di premi assicurativi, bollette, contributi e rate dei mutui. Tamponate le emergenze con lo spirito giusto, ora è tempo di pensare ad un piano di ampio respiro che consenta di rilanciare l’economia aquilana.

I punti nevralgici sui quali soffermarsi sono due: l’università e le attività produttive.

Sono passati quasi quarantatré anni dal drammatico alluvione di Firenze, che mise a rischio un patrimonio artistico e culturale caro a tutta l’umanità.

Le migliaia di giovani europei, passati alla storia come “gli angeli del fango” e che in quei giorni di fine ’66 “invasero” Firenze, furono la rappresentazione della prima mobilitazione spontanea giovanile del ventesimo secolo. In quel caso l’obiettivo era salvare le bellezze di una delle più famose città al mondo, e quella generazione passò alla storia come attiva e partecipe alla vita della società.

Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XI.

Ovvero: un applauso a Berlusconi, la Chiesa e il terremoto, il caso Giuliani, una questione di cultura.